Valle dei re, Luxor, Egitto
TOMBA DI TUTANKHAMON (Nuovo Regno, XVIII dinastia, 1333/1323 a.C.)
Fotografia del tesoro come si presentò agli scopritori della tomba di Tutankhamon

La tomba di Tutankhamon è rimasta famosa nella storia più di ogni altra non tanto per la ingente quantità di oggetti di inestimabile valore che conteneva (più di 5.000 manufatti) quanto, soprattutto, per la storia che la ha accompagnata prima, durante e dopo la sua scoperta. Più in particolare è salita agli onori della cronaca a causa di una leggenda che circolava in Egitto intorno alle tombe dei faraoni e ai loro profanatori, ovvero la cosiddetta “maledizione del faraone”. Essa diceva che su tutti coloro che avessero osato disturbare il sonno eterno del faraone si sarebbe abbattuta la sua maledizione. Vediamo di che cosa si tratta più esattamente.
All’inizio del Novecento erano ben poche le tombe della Valle dei Re rimaste inesplorate, tuttavia esisteva una qualche remota possibilità di trovarne ancora qualcuna intatta, dal momento che mancavano all’appello nomi eccellenti, quali quello di Tutankhamon per l’appunto, di cui non si era mai trovato nulla, neanche semplici oggettini sul fiorente mercato antiquario, sebbene nell’ambiente si sapesse del giovane faraone, della sua morte prematura e della sua frettolosa sepoltura.
Il primo a mettersi sulle tracce del sepolcro fu Theodore Davis (1837-1915), un avvocato americano ricco sfondato, col pallino della “caccia al tesoro”, molto di moda all’epoca. Fra il 1903 e il 1909, ottenuta dal governo egiziano la concessione di scavo nella Valle dei Re, Davis con l’aiuto di alcuni archeologi, iniziò una campagna di ricerca, ma della tomba di Tutankhamon non ne trovò traccia. In compenso Davis trovò un’altra tomba intatta, la tomba dei nonni materni di Akhenaton, più i resti dell’imbalsamazione e del banchetto funebre di Tutankhamon. Dopo questa scoperta, Davis, pensando di aver esaurito le possibilità della zona, mise fine all’impresa e nel 1909 decise di abbandonare la campagna di scavi.
Faceva parte del gruppo di archeologi che aiutarono Davis a scavare Howard Carter (1874-1939), noto ricercatore inglese. Egli vide nelle scoperte dell’americano non già un segno di disfatta, ma, al contrario, il segno che si era invece sulla buona strada e quindi un invito ad andare avanti, cercare ancora, ché la meta prefissata non poteva essere lontana. Così Carter decise di continuare le indagini. Per farsi finanziare l’impresa, contattò un altro riccone, questa volta inglese come lui, Lord Carnarvon (1866-1923), momentaneamente in Egitto per questioni di salute.
A guerra mondiale iniziata, Howard Carter e lord Carnarvon si incontrarono nel castello inglese di Highclere e lì decisero di intraprendere una campagna di scavi nella zona prestabilita. I lavori iniziarono nel 1917 e, dopo una interruzione dovuta alla guerra, proseguirono per vari anni senza successo; in seguito a ciò si decise di dare un termine al progetto. Prima di abbandonare le ricerche però venne effettuato un ultimo tentativo. Correva l’anno 1922, quando il 4 novembre vennero trovati i primi gradini di quella che aveva tutta l’aria di essere la probabile scala di una probabile tomba sotterranea. Il giorno dopo si lavorò alacremente per sgombrare dai detriti i sedici gradini che separavano l’esterno dall’ingresso della tomba. Una volta arrivati al cospetto del sepolcro Carter e i suoi aiutanti si trovarono di fronte ad una porta serrata col sigillo dei guardiani della necropoli, costituito da uno sciacallo accosciato su nove prigionieri legati. L’emozione fu grandissima; tutto lasciava pensare ad un ritrovamento eccezionale.
Nonostante fosse assalito da una incontenibile quanto comprensibile frenesia, Carter non volle procedere all’apertura della porta in assenza di Carnarvon. Contattato per via telegrafica, Carnarvon raggiunse Carter in preda alla più irrefrenabile trepidazione, e finalmente, il 24 novembre si procedette, invasi dal timore di trovare la “sorpresina”, cioè la tomba svuotata dai ladri, all’apertura della porta. I timori d’altronde avevano la loro ragione di sussistere: infatti si poté constatare che la porta era già stata aperta e richiusa. Ma cosa c’era oltre quella porta? C’era un corridoio di circa otto metri che portava ad un’altra porta, anch’essa sigillata.
Per questioni precauzionali, Carter decise di non aprire subito anche questa seconda porta. Come misura cautelativa fece praticare un foro in alto a sinistra per guardare al di là dell’uscio. L’operazione richiese qualche minuto, dopodiché Carter prese una torcia, la introdusse nel foro e si mise a sbirciare. Cosa vide?
Le prime cose che gli apparvero fra il baluginare dei riflessi della luce della torcia, smossa dall’aria calda che si sprigionava dalla tomba, furono, come egli stesso scrive: «…animali strani, statue, e oro, dappertutto oro splendente, scintillante…», e a Carnarvon che ansioso gli chiedeva se vedesse qualcosa, egli rimasto senza parole riuscì a rispondere solo «Yes, wonderful things!». Insomma cosa vide Carter?
Ciò che Carter vide era una quantità enorme di oggetti ammonticchiati in totale disordine a riempire l’intera anticamera dell’intero complesso funerario. Vasi, cofani, sgabelli, scatole con provviste alimentari, letti a forma di animale, due carri smontati, seggiole intarsiate, uno scrigno di legno dorato e, soprattutto, un cofano dipinto con scene di battaglie e di caccia, nonché uno splendido trono d’oro a intarsi policromi, con una spalliera recante sul retro le figure del re e della sua sposa. Un bel botto di roba, non c’è che dire! Ma le sorprese non erano finite.
In fondo, a destra, sulla parete nord, c’era una terza porta sigillata. Si trattava della porta del sepolcro vero e proprio, ovvero la camera che conteneva il sarcofago del faraone. Davanti agli stipiti stavano ritte due statue in grandezza naturale del re, con le vesti dorate e le carni dipinte in nero, il colore della rigenerazione.
Nel febbraio del 1923 venne aperta anche questa porta e al centro di una piccola stanzetta cubica Carter rinvenne, ben ancorato al pavimento, un sacello di legno dorato. Questo conteneva al suo interno un altro sacello dorato il quale a sua volta ne conteneva un terzo e così via fino al quarto che rivestiva un sarcofago in quarzite. Dopo aver rimosso il coperchio del sarcofago di pietra agli occhi di Carter e delle autorità egiziane apparve un primo sarcofago mummiforme completamente d’oro che racchiudeva al suo interno un secondo sarcofago avvolto in un lenzuolo di lino coperto da una collana di fiori. Dentro questo secondo sarcofago mummiforme, sempre di legno dorato con intarsi policromi, Carter rinvenne un terzo ed ultimo sarcofago, tutto d’oro massiccio, lungo mt. 1,85 e spesso mm. 2,5-3. Dentro riposava la mummia di Tutankhamon avvolta da fasce di lino e col volto coperto da una maschera fatta d’oro massiccio e di paste vitree. La mummia apparve come carbonizzata. La causa di ciò va ricercata nell’azione eccessivamente impermeabilizzante della grande quantità di unguenti versati su di essa al fine di preservarla. Tra le bende intorno al collo, ai polsi, alle caviglie erano ben 143 oggetti, tra cui diademi, bracciali, pettorali, amuleti vari, armi, tutti riccamente lavorati e spesso impreziositi da vivaci effetti coloristici ottenuti con corniole e lapislazzuli. Ma non era ancora tutto.
Come se non bastasse, sulla parete est della stanza del sepolcro Carter trovò la porta che dava accesso al “tesoro”. Col nome di “tesoro” si intende una vera e propria stanza del tesoro, dove insieme ai vasi canopi, ritrovati in un grande sacello protetto da quattro dèe con le ali protese, sono stati ritrovati alcuni scrigni contenenti degli splendidi gioielli, proprio come nelle favole. A guardia dell’ingresso della stanza del tesoro era, ancora una volta, uno sciacallo accosciato, però stavolta su uno scrigno.
Infine, a sinistra, di rimpetto all’ingresso dell’anticamera, sbarrata da un’ultima porta, Carter trovò una specie di ripostiglio dove si trovavano accumulati, in uno spaventoso disordine, una innumerevole quantità di vasellame di terracotta, alabastro e ceramica invetriata, un letto pieghevole, ceste, un acciarino e, più preziosa di tutte, una cassetta di legno con intarsi in avorio ed ebano che rappresentano il re e la sua sposa tra motivi floreali.
Le operazioni di trasferimento di tutto il materiale portato alla luce dalla spedizione di Carter, richiese molti anni di lavoro, nonché lo sgombero di metà ala di un intero piano del Museo Egizio del Cairo. Nel frattempo tutti i partecipanti agli scavi perirono in circostanze misteriose. Ad un anno dalla scoperta della tomba Lord Carnarvon muore al Cairo, vittima di una setticemia causata dalla puntura di un insetto. Col passare del tempo morirono una ad una anche tutte e ventuno le persone che insieme a Carter avevano partecipato all’apertura del sarcofago. La tragica fine di Carnarvon e degli altri scatenò una ridda di leggende circa una presunta “vendetta del faraone”, di cui ancora oggi persiste l’eco.
Solo Carter, a quanto sembra, fu risparmiato dalla maledizione. Muore infatti molto più tardi, di morte naturale, nel suo letto.