Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba della caccia e della pesca
SCENA DI CACCIA E PESCA CON TUFFATORE (520-510 a.C.)
Decorazione parietale

La tomba della caccia e della pesca si compone di due camere, la prima a pianta rettangolare, la seconda a pianta quadrata, allineate lungo l’asse del dromos scalinato d’accesso, oggi scomparso. Entrambe le camere sono coperte da un soffitto a doppio spiovente. Sul frontone della parete di fondo della prima camera due cavalieri, accompagnati dai loro servi, ritornano da una battuta di caccia. Sotto di loro e lungo le pareti laterali si sviluppa un boschetto di allori, entro cui prende forma un komos, rituale di celebrazione e danza tipico della cultura mediterranea, con corone e bende appese agli arbusti aromatici.
Nella seconda camera, sul frontone della parete di fondo, i proprietari della tomba sono raffigurati distesi sul kline, intenti al banchetto e circondati da servitori e musicisti. Tutte le pareti ospitano un affresco continuo con scene di caccia e pesca, da cui la tomba prende il nome. Sulla parete sinistra si distingue un giovane tuffatore ignudo, simbolo del passaggio dell’anima nell’aldilà, tema ricorrente nella simbologia funeraria etrusca e greca. Un’immagine analoga appare nella “tomba del Tuffatore” di Paestum, datata 480 a.C., segno della circolazione e della condivisione di modelli iconografici tra Grecia e Italia meridionale.
Gli affreschi della tomba, pur non raggiungendo la perfezione tecnica delle coeve opere greche, mostrano una vivacità notevole. Le figure, stilizzate ma dinamiche, trasmettono freschezza e immediatezza; i movimenti risultano naturali e liberi da schemi rigidi. La composizione ariosa mantiene un equilibrio armonico. I colori – rosso, azzurro, bianco e bruno – creano contrasti vivaci; il mare, oggi scuro per alterazioni della pittura, conferma l’uso originale di tonalità intense. La qualità stilistica suggerisce la possibile presenza di un autore greco in contatto con la cultura ionica di Samo, nota per le coppe dei “piccoli maestri”.

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba delle leonesse,
GRANDE CRATERE CON SUONATORI E DANZATORI – PERSONAGGIO SDRAIATO (intorno al 520 a.C.)
Decorazione parietale

La tomba delle leonesse appartiene allo stesso periodo della tomba della caccia e della pesca, intorno al 520 a.C. Il nome deriva dalle due figure feline nel timpano della parete di fondo, probabilmente pantere, poste l’una di fronte all’altra e separate dal mensolone del columen. La camera, unica e rettangolare, è coperta da un soffitto a doppio spiovente; sia pareti che soffitto sono completamente affrescate. Il soffitto mostra una scacchiera bianco-rossa, simbolo della dualità che genera la vita. Le pareti sono organizzate su due ordini: l’ordine inferiore raffigura il mare con delfini e uccelli marini, mentre l’ordine superiore presenta scene conviviali e musicali.
Sulla parete frontale campeggia un grande cratere ornato da ghirlanda verde, affiancato da due musicisti: uno con cithara e l’altro con aulos. Ai lati, danzatori impegnati nel tripudium mostrano gesti rituali e simbolici: un giovane biondo con olpe e una giovane corvina che compie il gesto delle corna, segno di buon auspicio. Una sacerdotessa, riconoscibile dal tutulus, imprime la danza rituale con calcei repandi. Sui muri laterali, quattro personaggi sdraiati sui klinai mostrano dettagli simbolici: due manti verdi, due azzurri; uno regge un kilix e un uovo, simbolo della generazione e della perpetuazione della vita. La combinazione di ritualità, simbolismo e naturalismo rende questa tomba un esempio significativo della concezione etrusca della morte e della continuità della vita.

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba degli auguri
SCENA DI LOTTA E GIOCHI – AUGURI (530 a.C. c.)
Decorazione parietale

La tomba degli auguri, tra le meglio conservate del tardo periodo arcaico, concentra la sua decorazione sui giochi funerari in onore del defunto. Le pareti principali ospitano un fregio che si dipana simmetricamente a partire da una porta centrale, interpretabile come mundus o simbolo della cella sepolcrale. Ai lati, due personaggi in tunica bianca e mantello nero, calzati con calcei repandi, assumono ruoli rituali come apastanasar, assistenti alle cerimonie funerarie.
Sull’ala destra, due lottatori ignudi, Teitu e Latithe, posizionati ai piedi di tre bacili, mostrano la dimensione sportiva e sociale dei giochi; i nomi indicano la loro condizione di schiavi. Alla sinistra dei lottatori, due figure svolgono compiti differenti: un arbitro con due assistenti e un augure in abiti cerimoniali, con lituus in mano, che controlla ritualisticamente i giochi.
Un episodio particolare mostra l’uso del phersu: un uomo incappucciato deve affrontare un cane addestrato, incitato dal phersu, senza poterlo vedere. La scena cattura la tensione e la drammaticità dei giochi, combinando spettacolarità e ritualità. Scene analoghe si ripetono sulle pareti laterali e nella controparete, con giocolieri e animali in atteggiamenti simbolici. L’assenza di mensolone e colonne accentua l’effetto narrativo e figurativo, spostando l’attenzione dal solo spazio architettonico alla rappresentazione dell’azione e del rituale.

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba del barone
SCENA DI COMMIATO (500 a.C. c.)
Decorazione parietale

La tomba del Barone prende il nome dal barone Kestner (1777-1853), che la scoprì nel 1827 insieme a Stackelberg (1786-1837). La sepoltura appartiene al periodo di transizione tra l’arcaismo e la fase severa etrusca. Le dimensioni sono modeste, circa 2,38×4×5 metri, ma le pitture che racchiude testimoniano un livello artistico elevato.
La camera sepolcrale è decorata da un fregio continuo che corre lungo tre delle quattro pareti interne, delimitato inferiormente da due tenie e superiormente da otto tenie parallele. Nei timpani laterali, ai lati dei robusti podi d’appoggio del columen dipinto, sono raffigurati ippocampi e delfini, mentre nel timpano di fondo si conservano due felini e altre figure ormai cancellate.
Sulla parete opposta all’ingresso, il fregio centrale mostra un uomo barbuto che solleva un kilix, rivolto verso una donna ammantata con tutulus; accanto all’uomo un giovane suonatore di aulos, l’auleta, completa il gruppo. Tra l’uomo e la donna si erge un piccolo alloro, mentre ai lati due giovani cavalieri, uno rosso su cavallo nero e uno nero su cavallo rosso, occupano le parti laterali, separati da altri alberelli di alloro. Il motivo dei giovani cavalieri si ripete anche sulle pareti laterali, dove sono rappresentati in atteggiamenti di interazione, sia a piedi che a cavallo. La controparete d’ingresso ospita esclusivamente alberelli di alloro.
Il significato delle scene non è completamente chiarito. L’interpretazione più accreditata suggerisce tre momenti di commiato: nel gruppo centrale il padre saluta moglie e figli; sulla parete sinistra i figli salutano la madre; sulla parete destra un fratello saluta l’altro. Un’altra possibilità, tenendo conto della postura della donna con le mani alzate, è quella di un rito funerario, dove la figura femminile assume un ruolo rituale nel collegamento simbolico tra terra e cielo, energie necessarie alla sopravvivenza dell’anima.

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba dei tori
AGGUATO DI ACHILLE A TROILO – SCENA DAL FREGIO (540 a.C. c.)
Decorazione parietale

La tomba dei Tori precede di circa un decennio le tombe esaminate finora e si distingue per il soggetto mitologico rappresentato: l’agguato di Achille a Troilo. La struttura è articolata in tre vani, con una camera principale affiancata da due celle. La decorazione si estende sulla parete centrale tra le due porte delle celle e prosegue nella controparete d’ingresso, lasciando i lati privi di figure, eccetto due esili alberelli.
Al centro della parete principale è raffigurato l’agguato di Achille. Sopra le porte, due tori – uno in riposo e uno col volto umano – e due coppie di figure erotiche arricchiscono il fregio. Nel timpano, separati dalla base del columen, compaiono un leone alato con sfinge e un cavaliere seguito da un torello. Il toro con volto umano riporta il nome del proprietario della tomba, Aranth Spurianas.
La scena riproduce il noto episodio omerico: Troilo, figlio adolescente di Priamo e figlio di Apollo secondo la leggenda, era destinato a vivere solo fino ai 20 anni per il destino di Troia. Achille lo attende presso la fontana di Timbra fuori le porte Scee e lo uccide nell’agguato. L’episodio evidenzia l’iconografia mitologica nella decorazione etrusca, integrando eroi e divinità con un alto grado di precisione narrativa. Le fonti antiche riportano anche varianti, tra cui il tentativo di Troilo di rifugiarsi nel tempio di Apollo, a sottolineare il rispetto e il contrasto tra mortale e divino.

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba dell’orco
AITA (Ade) E PHERSIPNAI (Persephone) – TESEO E TUCHULCHA – TIRESIAE (prima metà IV sec. a.C.)
Decorazione parietale

La tomba dell’Orco è una sepoltura doppia, originariamente costituita da due camere indipendenti, poi unite da un corridoio. È detta anche dei Murina, per la famiglia Spurinna ad essa collegata. L’Orco I è la più antica e mal conservata, con resti di un banchetto; vi si distinguono i contorni di Velia Spurinas, moglie di Arnth Velcha.
L’Orco II, più recente, mostra brani pittorici in discreto stato di conservazione e costituisce una delle rappresentazioni più significative dell’oltretomba etrusco. Il fulcro della composizione è Aita e Phersipnai, re e regina degli inferi: entrambi in profilo, Phersipnai con serpenti tra i capelli, Aita con una pelliccia di lupo. A sinistra della coppia infernale Gerione, gigante dalle tre teste, si staglia tra le scene, mentre Teseo e un giovane anonimo sono raffigurati in un’attività di gioco o confronto simbolico alla presenza di Tuchulcha, demone infernale dall’aspetto terrificante: testa con serpenti, orecchie d’asino, becco uncino, corpo umano e ali strigilate. Serpenti alle braccia indicano la connessione con il mondo infero.
Aiace e Tiresia compaiono in un’altra scena, separati da un alberello spoglio ai cui rami si aggrappano sagome umane stilizzate. Coppe dorate e figure demoniache alate completano l’iconografia della stanza. Polifemo, con la trave conficcata nell’occhio, emerge come simbolo di minaccia e pericolo.
L’interpretazione più solida considera la tomba come rappresentazione dell’oltretomba etrusco: il mondo dei morti è stratificato, dove divinità, eroi, persone comuni e demoni coesistono. La gestualità dei personaggi – Aita con serpente, Tuchulcha in atteggiamento minaccioso – simboleggia potere e controllo sugli eventi infernali, mentre Tiresia, come indovino, media tra defunti e mondi sovrannaturali. L’insieme comunica la complessità della cosmologia etrusca e l’intreccio tra vita, morte e dimensioni ultraterrene.

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba della fustigazione
SCENA DI FUSTIGAZIONE (490 a.C.)
Decorazione parietale

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba Bartoccini
INTERNO DIPINTO (530-520 a.C.)
Decorazione parietale

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba dei baccanti
SCENE DI DANZA ORGIASTICA (510-500 a.C.)
Decorazione parietale

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba dei leopardi
SCENA DI BANCHETTO (470 a.C. c.)
Decorazione parietale

Due tombe di epoca ellenistica catturano particolarmente l’attenzione: la tomba dei Caronti e la tomba 5636, oggi nota come “tomba dei due tetti”. Lo stradello che conduce a queste camere ipogee attraversa altri sepolcri di grande interesse: la tomba dei leopardi, la tomba dei Baccanti, la tomba Bartoccini e la tomba della fustigazione. Queste tombe, pur distinte per datazione e complessità, mostrano continuità nei temi decorativi e nei motivi iconografici, che riflettono l’evoluzione dei canoni arcaici e severi tra la fine del VI e l’inizio del V secolo a.C.
Nella tomba della fustigazione, risalente al tardo arcaico o al primo periodo severo, il mundus, spazio sacro destinato ai riti funerari, è affiancato da due ali decorate con musici, danzatori e vasi per il vino, elementi ricorrenti nelle sepolture etrusche di quell’epoca. L’unicità di questa tomba emerge nella scena raffigurata sulla parete destra, dove due uomini fustigano una donna, da cui deriva il nome della tomba stessa. La tomba Bartoccini, invece, rappresenta la massima complessità strutturale tra le tombe arcaiche note: tre camere quadrangolari, disposte perpendicolarmente attorno a un atrio anch’esso quadrato, accolgono affreschi ormai quasi scomparsi che ritraggono il banchetto rituale in onore dei defunti. La tomba dei Baccanti si muove su un registro simile, con la raffigurazione di una danza orgiastica all’interno di un boschetto, probabilmente di alloro, mentre la tomba dei leopardi, riconoscibile per i due leopardi affrescati nel frontone, presenta un fregio con il consueto banchetto funebre. La vivacità della fattura contrasta con figure leggermente sproporzionate e dettagli trascurati, suggerendo l’opera di maestranze locali con preparazione artigianale, ma con una chiara sensibilità narrativa.

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba dei Caronti
MUNDUS CON CHARUN DI GUARDIA (150-125 a.C.)

La tomba dei Caronti si articola su due livelli: il piano inferiore ospita due camere funerarie rettangolari disposte ortogonalmente, mentre il livello superiore funge da vestibolo per le cerimonie cultuali, accessibile tramite un dromos gradinato leggermente incurvato. La decorazione della parte superiore rivela la sua importanza: su due pareti adiacenti sono raffigurate porte a doghe borchiate, incorniciate da un telaio con mostra orizzontale dalla tipica forma a “becco di civetta”, caratteristica dei mundi, le porte simboliche dell’aldilà. Custodi di questi mundi sono i Charun, demoni dell’Ade assimilabili al Caronte greco, rappresentati come vecchi alati dal naso adunco, orecchie ferine, capelli arruffati e armati di mazza, a sottolineare la funzione di protezione e mediazione tra mondo dei vivi e aldilà.

Tarquinia, necropoli di Monterozzi
Località Calvario, tomba 5636 (ora tomba dei due tetti)
SCENA DELL’ALDILÀ (seconda metà III sec. a.C.)

La tomba 5636, risalente alla seconda metà del III secolo a.C. e appartenente alla famiglia Anthunas, è un parallelepipedo semplice nella struttura, ma straordinaria nella decorazione pittorica, concentrata in due aree principali. Sul pilastro centrale si staglia la figura di Charun, mentre sulla parete destra, accanto a una fossa scavata nella roccia, è raffigurata una scena unica: un defunto si avvia verso il mundus, accompagnato da Vanth, demone femminile della morte, che illumina il cammino con una fiaccola. Ad accoglierlo ci sono i parenti defunti, tra cui un bambino; alle loro spalle, seduto davanti alla porta, un Charun vigila sul passaggio.
Questa rappresentazione può ricordare, in chiave simbolica, esperienze di transizione verso l’aldilà simili a quelle che oggi sono chiamate Near Death Experience, ma va sottolineato che si tratta di un’ipotesi interpretativa: le NDE appartengono a studi moderni di psicologia e neuroscienze e non costituiscono dati storici verificabili. L’affresco riflette invece una visione etrusca della morte e della transizione verso l’oltretomba, probabilmente basata su racconti o tradizioni, dove la presenza di divinità infernali e figure protettive sottolinea la funzione rituale e simbolica del percorso verso il mundus. In questo senso, la tomba offre una rappresentazione dell’aldilà in cui l’uomo è immerso in un ordine universale, tra divinità e archetipi condivisi, e dove ogni gesto o figura racconta la continuità della vita dopo la morte.

Vulci, necropoli di Ponte Rotto
TOMBA FRANÇOIS (fine IV sec. a.C.)

Roma, villa Albani
UCCISIONE DI GUERRIERI TROIANI (fine IV sec. a.C.)

Affresco proveniente dalla tomba François

A Vulci si trova la tomba François, distinta dalle altre tombe etrusche per la rievocazione di fatti storici. La tomba prende il nome dall’archeologo Alessandro François (1796–1857), che la scoprì nel 1857. L’ingresso si apre su una profonda fenditura verticale nella roccia, accessibile tramite un lungo dromos che scende ripido tra due pareti a spigolo vivo fino a 12 metri di profondità. Giunti in fondo, una grande apertura trapezoidale introduce alla sala principale, dove si trova Vel Saties, giovane aristocratico riconoscibile dalla toga picta ornata di volute e due figure femminili nude. Accanto a lui, un personaggio dall’aspetto porcinino libera un uccello dalla coda a forma di rondine. Vel cinge una corona di mirto o alloro, simbolo di immortalità, e il suo sguardo verso l’alto potrebbe indicare l’aspirazione a un destino celeste, al di là della tomba. L’interpretazione della scena non è univoca, ma suggerisce il tema della transizione tra vita terrena e aldilà, con l’uomo proiettato verso un ordine superiore.
Sulle pareti della sala di distribuzione delle celle interne si fronteggiano due fregi, oggi conservati a Villa Albani. Sul lato sinistro si riconoscono l’ombra di Patroclo, Vanth alata, Achille nell’atto di sgozzare un prigioniero troiano, Charun con elmo e mazza e un guerriero greco pronto al sacrificio. Sul lato destro emergono due gruppi principali: Caile Vipinas (Celes Vibenna), Macstarna (Servio Tullio) e Aule Vipinas (Aulo Vibenna), rappresentati come vincitori; Cneve Tarchunies Rumach (Gneo Tarquinio di Roma) e altri guerrieri di Sovana e Volsini, rappresentati come sconfitti.
Il primo fregio racconta la vendetta di Achille; il secondo la conquista del trono di Roma da parte di Servio Tullio e dei fratelli Vibenna. La disposizione frontale dei fregi sottolinea un parallelismo tra mito e storia, collegando Etruschi di Vulci e Greci di Achille come vincitori, e Etruschi di Tarquinia e Troiani come sconfitti. Virgilio e fonti epigrafiche confermano la parentela culturale e religiosa tra Etruschi e Troiani, rafforzando il significato ideologico della scena.
Secondo gli studiosi, la presenza di episodi storici nell’aldilà ha un preciso contenuto ideologico: la vita continua oltre la morte e il sangue versato trova riscatto attraverso le generazioni, secondo una legge universale di compensazione che regola il ciclo umano di vita, morte e rinascita. Le morti cruente, viste dai vivi come fine della vita, nell’aldilà diventano momenti di passaggio, in cui ogni morte è principio di una nuova esistenza. La tomba François offre così una riflessione sull’alternanza di vita, morte e giustizia storica, intrecciando mito, storia e antropocentrismo, con l’uomo al centro di un ordine universale mediato da eroi, divinità e rituali simbolici.