EFESTO E IL GIGANTE DI BRONZO
IL MINOTAURO, IL LABIRINTO E LA LEGGENDA DI DEDALO
COSA DICE LA STORIA SUL MINOTAURO, MINOSSE E DEDALO
COSA DICE L’ARCHEOLOGIA SUL LABIRINTO E IL PALAZZO DI MINOSSE


EFESTO E IL GIGANTE DI BRONZO

Grotta di Melidoni, Creta
INTERNO
Particolare

Efesto, figlio di Zeus ed Hera, dio del fuoco, dei fabbri e dell’arte fu il creatore di innumerevoli capolavori. Le sue mani erano in grado di dar forma a qualsiasi materiale, realizzare qualunque cosa, dagli scettri ai troni, dalle anfore alle statue di bronzo. Queste ultime avevano forme così perfette da prendere miracolosamente vita. Fu lui che, su richiesta di Tetide, realizzò l’armatura di Achille, decorandola con straordinarie figure a sbalzo.
Il mito racconta che dalla fucina etnea di Efesto uscirono i doni che Zeus fece ad Europa in segno del loro amore, passati poi in eredità a Minosse. Questi furono: Talo, il gigante di bronzo che proteggeva le coste di Creta da ogni insidia straniera; il cane Lelapa, a cui non sfuggiva nessuna preda; un’arma da caccia che non falliva mai il bersaglio e una collana d’oro. Tutti doni di cui non è rimasta traccia.
Del cane Lelapa e dell’arco non se ne sa niente; della collana si sa che fu donata in seguito da Minosse ad Armonia, figlia di Marte e Afrodite, come regalo di nozze per il matrimonio della giovane dèa con il fratello d’Europa Cadmo. Di Talo si conosce la dimora, la grotta di Melidoni, una spelonca che si apre alle spalle del Talos-Ori, ovvero i monti di Talo. Da dietro le cime di questa imponente cordigliera il gigante di bronzo si affacciava per scrutare il mare durante i suoi giri di ricognizione attraverso l’isola. Purtroppo di lui e della statuaria di Efesto in generale non ci resta nulla, per cui non ci è dato sapere con quale tipo di linguaggio il dio si esprimesse.

IL MINOTAURO, IL LABIRINTO E LA LEGGENDA DI DEDALO

Museo Archeologico, Heraklion, Creta
LABIRINTO E MINOTAURO
Moneta d’argento

In assenza di reperti divini non ci resta che sperare nel rinvenimento di testimonianze umane. Dedalo, il cui nome significa «artefice ricco d’ingegno», era un architetto, uno scultore e un inventore, una specie di Leonardo dell’antichità. Uomo dall’ingegno versatile, fu il primo a puntare la prua nella direzione del cambiamento. Ateniese di nascita, membro della famiglia reale di Cecrope, primo re di Atene, egli godeva fama di grande artista. Ebbe Mercurio come maestro; inventò la vela, la scure (ma secondo altri Palamede), il cuneo, la livella. Le sue statue erano talmente perfette che pareva si muovessero. Da Apollodoro, autore della “Biblioteca”, una compilation di miti greci, sappiamo che suo padre era Eupalamo e suo nonno Metione; così come pure sappiamo, sempre dallo stesso storico, che fu lui ad inventare l’arte figurativa. Un giorno la sua vita fu sconvolta da un grave crimine: uccise un bambino, a causa del quale fu costretto all’esilio in terra minoica. Qui trovò di che vivere presso Minosse, re di Creta, per conto del quale costruì il palazzo reale, nonché attese a diversi altri lavori. Oltre alla reggia, di cui curò ogni minimo dettaglio, egli costruì altri palazzi reali, dotandoli di tutto il necessario, come sale spaziose e lussuose, stanze da bagno, altari, lucernari, sistemi per la conduttura delle acque sia potabili che di scarico, sistemi di sicurezza, e preoccupandosi persino di rifornirli delle statue per il culto e delle pitture murali per l’abbellimento interno delle sale. Accanto alla reggia realizzò anche un teatro per la danza, il primo teatro della storia, dove era solita recarsi Arianna, figlia di Minosse, che amiche. Quindi, su richiesta di Pasifae, figlia di Elio, dio della luce, moglie di Minosse, fabbricò una mucca di legno che le permettesse alla bella regina di dar corso al suo piano. Questo consisteva nel nascondersi dentro al ventre della finta giovenca per accoppiarsi col toro bianco, dono di Poseidone all’isola. Altre opere Dedalo le lasciò a Camico di Sikania (così si chiamava la Sicilia a quell’epoca), sita vicino all’attuale Agrigento, presso la corte del re Cocalo, dove aveva trovato momentaneo asilo dopo la fuga da Creta. Infine la tradizione gli attribuiva un sedile pieghevole che si trovava sull’acropoli di Atene, nel tempio dedicato ad Athena Polias, nell’Eretteo, accanto al simulacro ligneo della dèa e ad una statua di Hermes, sempre di legno, dedicata al messaggero degli dèi da Cecrope in persona. Sempre dal mito sappiamo che Minosse gli diede l’incarico di costruire uno stabile particolare per una funzione particolare: rinchiuderci per sempre il Minotauro. E fu proprio per soddisfare questa esigenza che Dedalo ideò e costruì il labirinto.
Il Minotauro era un mostro con il corpo da uomo e la testa di toro, frutto della relazione impropria fra Pasifae e il toro che Poseidone (Nettuno) aveva inviato a Creta per essere sacrificato dal re in suo onore. L’orrenda creatura aveva come nota distintiva personale oltre a quella di suscitare terrore per via del suo aspetto raccapricciante anche quella di possedere abitudini alimentari alquanto singolari: si nutriva di carne umana, in particolare quella di giovani individui, più tenera rispetto a quella degli adulti. A rifornire la reggia di carne fresca per il mostro erano le poleis greche, allora tributarie di Creta.
Il labirinto, stando alla leggenda, era una costruzione ipogea, cioè scavata nelle viscere della terra, costituita da una fitta serie di corridoi disposti in modo tale da impedire a chiunque vi si fosse inoltrato di ritrovare la via d’uscita: in sostanza si trattava di una prigione a prova di fuga, dove il re rinchiudeva tutti i suoi peggiori nemici. Gli unici a sapere come fare per rivenirne fuori una volta dentro erano Minosse e, naturalmente, Dedalo. Il segreto? Munirsi di un gomitolo di lana.
Ora avvenne che quando Teseo giunse a Creta per uccidere il Minotauro e liberare le poleis dall’infame tributo, Arianna, figlia di Minosse, si innamorò del giovane eroe e spinta dalla passione venne in suo soccorso rivelandogli il segreto per uscire dal labirinto. Ma chi aveva svelato il segreto ad Arianna? Era stato Dedalo, ovviamente, che per questa sua collaborazione con il nemico fu rinchiuso da Minosse nello stesso edificio costruito per segregarci il Minotauro. Con lui fu rinchiuso anche Icaro, il figlio avuto durante una relazione con Naucrate, una schiava del palazzo. Prigioniero della sua stessa creazione Dedalo escogitò un sistema davvero ingegnoso per venirne fuori. Fabbricò due paia di ali usando penne vere di uccello e cera. La macchina era perfetta così come il piano: uscire dal palazzo alzandosi in volo. Ma in questa trovata geniale si nascondeva un piccolo problema. Se durante il volo ci si alzava troppo in alto il calore del sole avrebbe disciolto la cera con conseguente distacco delle penne e rovinosa caduta; viceversa, se ci si fosse tenuti troppo bassi si sarebbe rischiato di bagnare le penne con conseguente appesantimento delle stesse e tuffo in pieno Egeo. Accadde così che, nonostante le raccomandazioni, Icaro, tentato dall’ebbrezza del volo, s’innalzò troppo e immancabilmente precipitò in mare, annegando. Quella parte dell’Egeo dove il suo corpo sparì fra i flutti fu da allora chiamata Mare Icario. La spoglia esanime dell’imprudente giovinetto venne trasportata dalle onde sulle coste di un’isola che prese il nome di Icaria, e li venne ritrovato da Eracle, il quale mosso a pietà si premurò di dargli degna sepoltura. Dedalo invece si salvò e, dopo varie peripezie, riuscì a tornare in patria, nella sua Attica, dove rimase fino alla morte praticando e divulgando la sua arte.
Questa la leggenda. Ma quale la realtà storica? Cosa dice la storia sul Minotauro, Minosse e Dedalo?

COSA DICE LA STORIA SUL MINOTAURO, MINOSSE E DEDALO

Che il Minotauro sia frutto della fantasia degli antichi penso nessuno osi metterlo in dubbio. Ma Minosse è veramente esistito? E Dedalo?
Per quanto riguarda la risposta al primo quesito cominciamo subito col dire che non è per niente chiaro se il termine Minosse stia ad indicare il nome proprio di un singolo sovrano o il titolo stesso di re dell’isola, così come non è affatto chiaro se vi fosse un unico re in tutta Creta che si spostava da un palazzo all’altro, oppure ci fossero tanti re che risiedevano in singoli, distinti palazzi.
Secondo una versione della saga cretese Minosse doveva dividere il potere regale con i fratelli Radamante e Sarpedonte. Radamante risiedeva a Festòs e la sua giurisdizione si estendeva a tutto il territorio centro meridionale dell’isola, mentre Sarpedonte risiedeva a Mallia e la sua giurisdizione comprendeva tutta la zona centro orientale. Radamente era un saggio governante e a lui si deve la giusta legislazione cretese; Sarpedonte era invece il tipo del fratello ambizioso, privo di scrupoli che cerca di usurpare il trono al fratello maggiore Minosse. A Radamente viene attribuito il prestigioso titolo di curatore della politica minoica, nonché creatore dell’ordine culturale nell’isola, sulle coste dell’Egeo; Sarpedonte al contrario, almeno secondo quanto ci va raccontando Erodoto (484-426 a.C.), fu esiliato da Minosse a causa di una disputa generata dal possesso di un giovane bellissimo, Mileto, amato da entrambi i fratelli.
Stando invece alla scienza storica, l’opinione più diffusa fra gli studiosi è che nel periodo del dominio minoico di minosse ce ne fossero uno per ogni centro palaziale venutosi a costituire in seguito alla concentrazione del potere nelle mani di alcuni notabili dell’isola. In particolare dal palazzo di Cnosso si esercitava il controllo sulle principali attività economiche della ricca porzione centro settentrionale, quali quelle agricolo-pastorali e mercantili- industriali; da Festòs si controllava la zona pianeggiante della Messarà, la più grande pianura cretese; Mallia esercitava il suo potere sulla zona nord-orientale. Ma con l’avvento dei Micenei cambia tutto e Cnosso rimane l’unico grosso centro di potere dell’intera Creta.

COSA DICE L’ARCHEOLOGIA SUL LABIRINTO E IL PALAZZO DI MINOSSE

Relativamente al secondo manufatto c’è da dire che il palazzo di Cnosso è una realtà archeologica e che inoltre in un’area adiacente alla cosiddetta “officina del tagliapietre” sono stati rinvenuti un ricciolo di capigliatura e un frammento di gamba che si ritiene appartengano ad una statua scolpita da un artista del XIII secolo a.C. Dunque un Dedalo, o come altro si chiami il costruttore di Cnosso, è esistito veramente, ma il labirinto nessuno l’ha mai trovato. Eppure doveva essere nelle immediate vicinanze della reggia; soli rimangono i resti del palazzo di Minosse.
Per l’archeologia ufficiale il famigerato labirinto non è nient’altro che il palazzo di Cnosso stesso, la cui complessa struttura architettonica è sicuramente all’origine delle elucubrazioni leggendarie che hanno portato all’invenzione del fantasioso ricovero. Indi poscia c’è la coincidenza fra il termine labirinto e il termine “labrys” con cui si indica l’ascia bipenne (a doppio taglio), simbolo di Cnosso.
Ma c’è dell’altro: i resti del palazzo di Minosse, almeno nella stragrande maggioranza, non appartengono ad una costruzione dell’epoca di Minosse, bensì ad un complesso più antico di almeno due secoli. All’epoca del mitico sovrano di Creta, cioè al 1375/1350 a.C. circa, (o 1275/1250, se si prende il 1230 a.C. come data dell’assedio di Troia) appartengono solo pochi reperti, relativi più che altro ad opere di ristrutturazione di ambienti domestici e fondazioni di nuovi spazi cultuali realizzati durante la dominazione micenea, nonché alcune decorazioni parietali che sono andate a sostituire parte della decorazione precedente, ma sulla cui datazione gli esperti non sono affatto d’accordo. Il rimanente, quello che costituisce il grosso dei reperti archeologici portati alla luce da Evans, cioè quel che è visibile oggi sul posto, risale ad un periodo compreso fra il 1700 e il 1450 a.C. circa, ovvero al cosiddetto periodo neo-palaziale. Dunque quando Dedalo arriva a Creta a portare la sua arte nell’isola era già esistita una fiorente cultura in cui, come si può facilmente riscontrare osservando bene i suoi resti, sono già presenti molti degli elementi peculiari che contraddistinguono il linguaggio miceneo, che è verosimilmente il linguaggio in cui si sarebbe dovuto esprimere il mitico architetto ateniese.
Oggi è assodato che il linguaggio miceneo, quello da cui avrà origine l’arte ellenica, dipende dal linguaggio cretese. Quindi Dedalo che era a Creta per imporre l’arte micenea in realtà stava rimpatriando nella terra d’origine una cultura che dai minoici era stata imposta ai micenei. Ciò vuol dire che in fatto di arte sono i greci a dover qualcosa ai cretesi, non viceversa.
Tutto questo ci porta a concludere che la prima, vera, inconfutabile manifestazione della figuratività occidentale si delinea nell’arte minoica; è nell’arte minoica che si cominciano a sostituire i canoni orientali e inventare quelli occidentali.