LA DISTRUZIONE DI ATENE
LA CONFEDERAZIONE DI DELO


Mentre le poleis greche erano ancora affaccendate ad occuparsi di politica interna e equilibri esterni, un’incredibile serie di avvenimenti stava per aprire la strada ad una delle più straordinarie imprese della storia umana. L’imponente esercito persiano, al seguito del re Dario (550-486 a.C.), si era mosso in direzione dell’Europa per sottomettere alcune tribù scitiche d’istanza nell’attuale Ucraina: all’epoca l’impero persiano costituiva una superpotenza. I suoi confini si estendevano da Cartagine alla valle dell’Indo; possedeva già tutta l’Asia Minore; sue erano le colonie greche della costa turca. Cambise II (559-522 a.C.), suo predecessore, nel 525 a.C. si era impadronito del trono d’Egitto; lui, Dario, a partire dal 513 a.C., aveva manifestato l’intenzione di espandersi in Occidente, cominciando con l’assoggettare Tracia e Macedonia. Approfittando della momentanea lontananza dell’esercito, nonché della sua difficoltà a venire a capo dello scontro con le tribù sciite, la colonia di Mileto si ribella e con l’aiuto degli ateniesi si libera dal giogo della tirannide persiana. La cosa naturalmente non piacque affatto a Dario, il quale ben presto fece scontare amaramente ai milesi la ribellione. Rimesse le cose al loro posto rimaneva da sistemare i sostenitori della rivolta: gli ateniesi. E fu così che sulla città protetta da Atena si abbatte l’ira del “Gran Re”. Ma l’obiettivo di Dario non era solo quello di dare una solenne lezione all’impudente cittadina; c’era qualche altra cosa: mettere le mani sui traffici marittimi ateniesi ed avere il controllo dell’intero Mediterraneo orientale, facendo di questo mare un mare persiano. A tal scopo approntò un poderosissimo esercito, forse dai 30.000 ai 40.000 uomini (non 100.000 come dice Erodoto), supportato da una flotta di 600 navi. Il piano d’attacco prevedeva lo sbarco nella piana di Maratona, località a soli 42 km. a Atene, e da qui l’avanzata alla volta della conquista della città.
La situazione era drammatica. Gli ateniesi, seriamente preoccupati, chiesero aiuto alle altre poleis, compresa Sparta, verso cui c’era una certa neanche troppo velata antipatia. Ovviamente Sparta rifiuta di dare il proprio aiuto, adducendo il motivo che per un’antica consuetudine religiosa non poteva metter mano alle armi prima del plenilunio, benché fosse prossimo a sorgere. Alla fine, di tutte le città interpellate solo la democratica Platea diede il suo contributo inviando un contingente di 2.000 soldati (1.000 secondo altri).
E venne così il giorno dello sbarco a Maratona. Era l’anno 490 a.C. Una marea armata dilagò sulla pianura per muovere verso Atene. Contro si schierò un esercito di 12.000 soldati, 10.000 ateniesi più i 2.000 platesi, agli ordini del generale ateniese Milziade (540-489 a.C. c.). Nonostante l’enorme disparità di forze in campo Atene vinse. Erodoto (484-426 a.C.) ci riporta i dati sulle perdite subite dai Persiani e quelle subite dagli ateniesi: 6.400 uomini per i primi contro 192 per i secondi.
Un’unica città, la democratica Atene, praticamente da sola, aveva sconfitto il potentissimo impero persiano. Naturalmente la notizia fece scalpore, riecheggiando per tutto il Mediterraneo e oltre. Atene onorò i suoi caduti consacrando con un tumulo la loro eroica impresa. Oggi questo tumulo sta ancora a Maratona, intatto, a ricordo eterno di questa incredibile vittoria. Ma la storia non era ancora finita.
Nel 486 a.C. Serse (519-465 a.C.), figlio di Dario, comincia a progettare un secondo attacco; questa volta però intende portare con sé più di 200.000 soldati, e per questo sceglie al posto dello sbarco la discesa da nord, via costa. Nel 481/480 a.C. impronta un nuovo esercito, che nel suo complesso conta all’incirca 300.000 guerrieri: davvero una super potenza. Erodoto, sempre lui, parla addirittura di 5.000.000 di soldati e 1.000 navi: cifra assolutamente inventata.
Nella primavera del 480 a.C. inizia il conflitto. Passando in Europa attraverso lo stretto dei Dardanelli l’esercito persiano marcia a tappe forzate alla volta dell’Attica, rifornito da 750 navi da guerra, che lo seguono veleggiando a ridosso del litorale roccioso nord orientale della penisola ellenica. Dal punto di vista strategico, questo itinerario prevedeva che una volta arrivati ai confini della Tessaglia con la Locride si dovesse passare attraverso le Termopili, ovvero le porte calde, un passo largo appena 20 mt., chiamato così per via delle sorgenti d’acqua calda che ivi si trovavano e che si trovano tuttora.
Fu questo il punto che si rivelò la chiave del successo della coalizione greca sull’impero persiano.
Mentre il grosso delle truppe levantine avanza a tappe forzate, dall’altra parte, i Greci si stanno riarmando per far fronte al nemico. Questa volta però nessuna poleis si tira indietro, perché ad essere minacciata è tutta la Grecia e non solo Atene.
Per contrastare la marcia inarrestabile dell’esercito persiano s’impronta una linea di difesa proprio alle Termopili. Per questa impresa si arma una spedizione di 300 spartani e 7.000 soldati delle forze alleate, di cui 2.120 arcadi, 688 argolici ed altri peloponnesiaci per un totale di 4.000 unità, più 1.100 beoti e altri contingenti imprecisati dalla Focide e dalla Locride. A queste forze se ne dovevano aggiungere altre durante la luna piena, che si sarebbe avuta il 18 agosto.
Il 18 agosto del 480 a.C. l’esercito persiano sferra il primo attacco nella proporzione di 5 a 1. Più di mille furono i morti rimasti sul campo, di cui la stragrande maggioranza persiani. Il 19 agosto c’è il secondo attacco e con esso anche il tradimento di Efialte. Questi suggerisce ai generali persiani come aggirare il manipolo di guerrieri ellenici arroccati sulle pendici del passo. Accortisi del tradimento i Greci si preparano al peggio, ma a quel punto Leonida, re degli spartani e loro comandante, ordina agli alleati di ritirarsi, ritenendo inutile sacrificare forze che sarebbero state ancora valide in altre operazioni di difesa in una situazione ormai compromessa. Così rimase da solo con i suoi 299 commilitoni a tenere il passo; o meglio, quasi da solo. Infatti accanto agli spartani rimasero 700 tespiesi, i quali si rifiutarono di lasciare solo Leonida. Il 20 agosto del 480 a.C., al terzo giorno di guerra, alle ore 12:00, si consuma l’ultima battaglia. Gli spartani combattono da leoni, tenendo ben alta la fama che li ha sempre distinti. Muoiono tutti e 300, ma portano con loro molti nemici.
Il bilancio delle Termopili per Serse è pesante, circa 20.000 perdite, ma incide meno del 10% sul totale delle forze a disposizione, e quindi l’episodio non lo smuove di un centimetro dal suo intento.
Il sacrificio spartano dal canto suo raggiunge lo scopo che si era prefissato: ritardare l’avanzata dell’esercito persiano e permettere al resto delle forze alleate di organizzare l’estrema difesa.
Intanto gli ateniesi, sotto il comando di Temistocle (528-462 a.C. c.), abbandonano la città rifugiandosi in parte nella vicina isola di Salamina e in parte a Trezene, in Argolide, città natale di Teseo, mentre il resto dell’esercito greco si ritira, per ordine degli spartani, nel Peloponneso, affidando la propria difesa soprattutto alla natura del luogo, impervia e arida.

LA DISTRUZIONE DI ATENE

L’autunno del 480 a.C. ha appena fatto il suo ingresso nell’arida terra attica; l’acropoli di Atene, una delle più belle e ricche di tutta l’Ellade, brucia. All’interno del recinto sacro un’orda di soldatesche persiane abbatte, distrugge, fa scempio di templi e simulacri cultuali, opere di altissimo valore, sia spirituale che materiale. Poco distante, sullo Skaramangas, un promontorio che domina il golfo del Saronico, comodamente seduto sul trono fattosi appositamente erigere per l’occasione, si trova Serse, l’onnipotente re di Persia, pronto a godersi lo spettacolo: una straordinaria battaglia navale dal vivo, con morti veri e vere tragedie. È tutto pronto per il grande avvenimento, ma quello a cui sta per assistere il gran sovrano non è propriamente quello per cui si era così meticolosamente preparato.
Siamo all’epilogo della seconda guerra persiana. La flotta di Serse ha mobilitate 700 navi (o 500 secondo altri); quella della coalizione delle poleis invece sono 310, dopo che 70 di esse sono state perse nell’azione di disturbo sferrata contro la flotta persiana, presso il capo Artemisio nell’isola di Eubea. I primi a muovere sono i levantini. L’isola di Salamina sorge a pochissima distanza dalla costa ateniese. Forma uno stretto braccio di mare, una specie di sacca, chiusa agli estremi est ovest da due “imbuti”. La strategia greca, o meglio di Temistocle, dato che è la sua, è quella di ammassare tutta la flotta ellenica all’interno del braccio di mare: una follia; un suicidio. È quello che pensano i Persiani……e anche qualche alleato greco. Il trucco invece sta proprio nel far credere al nemico che la tattica adottata da Temistocle sia perdente.
La flotta persiana dopo aver chiuso i due imbocchi si predispone all’attacco, attendendo il segnale propizio. E il segnale propizio arriva quando intravede navi corinzie dirigersi verso l’imbuto megareo. Questa manovra che nelle intenzioni di Temistocle serve a bloccare l’eventuale ingresso del distaccamento persiano posto a chiusura dello stretto di Megara viene interpretata dai levantini come un tentativo di fuga. Cosicché, remi in mare, braccia alle voghe, il grosso dell’armata di Serse si mette al loro inseguimento. Le navi corinzie, fanno da specchietto per le allodole; molto più veloci di quelle persiane, si dirigono in gran fretta verso lo sbocco occidentale costringendo il grosso della flotta nemica a comprimersi verso la costa. Incastrati nell’imbuto, nel momento in cui si vedono piombare addosso le altre navi greche, nascoste nella baia di Ambelakia, al riparo del promontorio di Kinosoúra, i bastimenti persiani si rendono conto di essere impossibilitati a manovrare a causa della loro eccessiva stazza. Immediatamente prendono coscienza di essere caduti in un trabocchetto e che non possono far nulla per uscirne, così la strapotente flotta di Serse si viene a trovare alla completa mercé della flotta greca. Questa, costituita da triremi, navette veloci, facilmente controllabili, progettate appositamente per manovrare rapidamente nei tratti di mare ristretti, fa strage dei pesanti bastimenti orientali: la coalizione greca distrugge 200 navi nemiche e se ne vede sottratte 40.
Le ingenti perdite e gli avvenimenti che si stanno verificando all’interno del suo impero fanno decidere Serse a lasciare la Grecia, ma la minaccia persiana in terra ellenica non è ancora del tutto debellata. Perché questa si estingua definitivamente occorrerà aspettare ancora un anno e cioè fino a quando Pausania (515/469 a.C. c.) sbaraglierà a Platea le truppe di Mardonio (VI/V sec. a.C.), cacciando per sempre la Persia dal suolo greco. Lo stesso giorno della vittoria di Platea la flotta ateniese sorprende e distrugge la flotta persiana presso Micale in Asia Minore, mettendo fine per sempre alle guerre persiane.

LA CONFEDERAZIONE DI DELO

Il pericolo persiano è passato. La seconda vittoria sui levantini è stata la vittoria della Grecia unita sul mondo orientale, ma la polis che ne trae i maggiori benefici è Atene. Infatti sono stati gli ateniesi che durante l’intero conflitto hanno assunto il ruolo di forza egemone, e ora, a guerra conclusa, lo vogliono mantenere. L’occasione è offerta loro dalla Confederazione di Delo, una struttura assolutamente necessaria, come dimostrerà la battaglia dell’Eurimedonte del 466 a.C., sostenuta per impedire il riarmo di Fenici e Persiani. Ma ben presto si rivela molto poco utile a difendere gli interessi delle poleis confederate e molto utile agli ateniesi per accrescere la propria egemonia commerciale sul Mediterraneo: vedi le crisi del 467 e del 465 di Nasso e di Taso.
La Confederazione di Delo era un’alleanza che prevedeva l’obbligo, da parte delle città confederate, di fornire ad Atene un determinato numero di navi, bastimenti che in seguito si trasformarono in una equivalente somma di denaro. Questo denaro doveva essere custodito nel santuario di Apollo sull’isola di Delo, ma per motivi di sicurezza fu trasportato ad Atene. Fu proprio questa la fonte economica che forni i finanziamenti per la ricostruzione dell’acropoli della polis attica, completamente distrutta dalle soldatesche persiane durante l’assedio della città del 480 a.C. E fu così che sulla rocca più famosa dell’antichità dalla distruzione risorse la vita, e con lei la nuova stagione classica.