L’ULTIMO VIAGGIO DEL FARAONE
LE TRE ANIME DEGLI ANTICHI EGIZI
LA VITA DOPO LA MORTE
IL LIBRO DEI MORTI


L’ULTIMO VIAGGIO DEL FARAONE

IL VIAGGIO VERSO L’ALDILÀ
Ricostruzione ideale del complesso funerario della piramide di Cheope (da D. Stewart)

Museo della barca solare, Necropoli di Giza, Il Cairo
BARCA SOLARE (Antico Regno, IV dinastia, 2551/2528 a.C.)
cedro del Libano, lunghezza circa mt. 43,50 – larghezza circa mt. 6

Non si può dire che la visita alle piramidi è completa senza sapere cosa avveniva alla morte di un faraone.Siamo nell’anno 2528 a.C., poco a nord di Menfi, la città bianca. Qui si stanno svolgendo i funerali di uno dei più grandi faraoni della storia dell’Antico Egitto: Cheope. Il Nilo, il fiume sacro degli Egizi, è letteralmente invaso da migliaia di feluche con le vele bianche ammainate; al centro si scorge chiaramente il profilo della barca solare; la sua forma ci è alquanto famigliare: sembra una gondola. Dentro, disteso su un feretro d’oro, c’è il corpo esanime del re defunto; la sua salma ha lasciato il palazzo reale e si sta dirigendo verso la piramide. Durante il trasporto la barca solare è fiancheggiata dalle feluche dei fellah egiziani che, come narrano le cronache, fanno ala al natante funebre. A bordo uomini e donne, con plateali gesti di commiato e scene di disperazione, gli rendono l’ultimo saluto.
Il percorso seguito dalla barca non si snoda proprio sul Nilo, ma lungo un canale laterale che corre parallelo all’alveo del grande fiume, scavato appositamente per l’occasione. Questo canale porta direttamente ad un ormeggio collegato alla piramide tramite un lungo corridoio processionale. Qui il feretro sbarca; ma non viene trasferito subito nella tomba. Prima di entrare nell’ultimo rifugio, il corpo del faraone sosta nel tempio a valle per essere imbalsamato. Per la mummificazione occorrono circa settanta giorni. Il lavoro è eseguito da una sorta di corpo speciale di sacerdoti, esperti nelle operazioni di imbalsamazione e conservazione delle viscere. Trascorsi i settanta giorni con una solenne cerimonia la mummia lascia il tempio per essere condotta sul luogo della tumulazione. Sempre dal tempio a valle parte la processione che accompagna il corpo imbalsamato del defunto alla sua ultima dimora. In testa al corteo c’è il sacerdote funerario; alle sue spalle avanzano, trainati a braccia, il baldacchino infiorato con il sarcofago e la slitta con i canopi; a seguire sfilano i congiunti con le “piagnone”, donne e bambine che piangono gettandosi continuamente terra sulla testa; chiudono il corteo dei portatori con gli oggetti più cari appartenuti al defunto: gli serviranno per rendere più confortevole il soggiorno nell’aldilà. Giunto davanti alla tomba il corteo si arresta per dare inizio ai rituali di purificazione. Questi consistono nell’aspergere il corpo del defunto con acqua e incenso. L’atto conclusivo è l’atto più importante: mentre un sacerdote legge al defunto il Libro dei morti, altri due gli aprono la bocca e gli occhi con attrezzi particolari che ricordano ora uno scalpelletto ora un’accetta. Compiuta quest’ultima cerimonia, indispensabile per ridare vita al morto, la mummia è finalmente pronta per il suo viaggio nell’aldilà. Il sarcofago con tutto il corredo viene calato nella tomba; ogni cosa viene sigillata; le vie d’accesso ostruite e murate. Terminato il rituale di sepoltura ha inizio il culto del morto; questo è fatto di preghiere e offerte. Scopo? Mantenere sempre vivi i legami col trapassato. Ma cosa succede al defunto una volta entrato nella tomba?
Stranamente le camere sepolcrali delle piramidi non sono decorate per dircelo, quindi non sarà in una piramide che cercheremo la risposta a questa domanda, bensì sarà in una tomba rupestre; sarà lei a rivelarci cosa accade nel mondo ultraterreno.

LE TRE ANIME DEGLI ANTICHI EGIZI

Per conoscere il viaggio che compie il defunto una volta solcata la soglia dell’aldilà è indispensabile comprendere il significato del corredo figurativo funerario. Certo non possiamo pretendere di conoscerlo in ogni suo minimo dettaglio; di quel che succede all’interno delle tombe ci sono varie versioni poiché la concezione egizia dell’aldilà ha subito notevoli trasformazioni nel corso di tremila anni di storia. Stanti le differenze, c’è tuttavia un punto condiviso da ogni interpretazione: una volta entrato nella tomba il trapassato riprenderà a vivere, ma quello che farà dipenderà dallo status sociale occupato in vita. Naturalmente ciò non basta a soddisfare la nostra curiosità; occorre un approfondimento. Per questo inizieremo con l’affacciarci nelle credenze escatologiche dell’Antico Egitto. L’uomo, al suo più alto grado di status sociale, cioè il faraone, secondo gli Antichi Egizi possiede tre anime: il ka, il ba, e l’akh. Il ka è ciò che noi intendiamo per spirito, cioè il soffio vitale, la forza che vivifica ogni individuo e lo distingue; il ba è l’anima vera e propria, l’akh l’essenza divina. Il ka e il ba sono posseduti da ogni comune mortale, l’akh è esclusivo del faraone.
Il ka non abbandona mai il corpo del defunto, gli sta eternamente accanto; il ba lascia il corpo prima che venga mummificato, ma poi vi si ricongiunge all’interno della tomba; l’akh si separa dalle spoglie mortali per raggiungere il firmamento, sede delle divinità del cielo. Il ka viene raffigurato ora come copia (incorporea) dell’individuo, ora con due braccia alzate verso il cielo a formare una sagoma rettangolare; il ba viene raffigurato come un falcone con testa umana; l’akh come un ibis eremita.
Non è ancora chiaro in quale rapporto stiano le tre entità. Non si sa se perdere una di queste tre anime significa perdere l’immortalità; non si sa se il ba e l’ahk si separino dal corpo contemporaneamente e indipendentemente, andandosene ognuno per i fatti loro e permettere così al defunto (il solo faraone) di rinascere simultaneamente sia come astro generatore della vita (Sole) che come divinità del cielo fra le altre divinità del cielo.

LA VITA DOPO LA MORTE

Valle dei re, Luxor, Egitto
KV 17 – TOMBA DI SETHI I (Nuovo Regno, XIX dinastia, 1306/1290 a.C.)

L’immortalità per gli Antichi Egizi non è affatto una cosa semplice e scontata; va conquistata. Ci sono molte fasi da seguire scrupolosamente prima di guadagnare la felicità eterna. Ciò che accade nell’aldilà non è per tutti lo stesso. La conquista della vita eterna è più complicata per un faraone del Nuovo Regno che per un faraone dell’Antico Regno o per un funzionario o per un comune mortale. A mo’ di esempio prendiamo in considerazione quello che succede ad un faraone del Nuovo Regno del calibro di Seti I (1306-1290 a.C.), la cui lotta per la resurrezione sta tutta scritta sulle pareti della sua sconfinata tomba nella Valle dei Re.
Appena chiuse le porte del sepolcro il re defunto, accompagnato dal suo inseparabile ka, deve affrontare un lungo viaggio a bordo della barca solare del dio Ra, un viaggio irto di pericoli, che rispecchia il passaggio notturno del Sole e che se non portato a termine rischia di mettere fine al mondo. Egli deve solcare le acque di un lago infuocato a guardia del quale sono posti quattro babbuini, sventare l’attacco di coccodrilli e serpenti, ma soprattutto scampare alle insidie di Apopi, un gigantesco mostro perennemente in agguato, pronto a inghiottirlo con tutta la barca, equipaggio compreso. Ad un certo punto del suo itinerario oltremondano il faraone defunto incontra Anubi, il dio sciacallo. Questi è pronto a prenderlo per mano e a condurlo nella cosiddetta Sala delle Due Verità davanti ad Osiride, il dio dei morti, il quale è lì ad attenderlo assiso in trono. In questa sala Sethi si dovrebbe sottoporre alla psicostasia, cioè alla pesatura del cuore, per stabilire se la sua condotta durante la vita terrena è stata buona o cattiva, ma il faraone la eviterà ricorrendo ad uno stratagemma: quando giunge nella sala della psicostasia si fonde al signore dell’oltretomba divenendo esso stesso giudice.
La psicostasia, o giudizio dell’anima, fa parte di un cerimoniale che comprende un esame nel corso del quale il defunto è invitato a pronunciare la cosiddetta confessione negativa, ovvero a dichiarare la propria innocenza davanti ad una commissione formata da 42 giudici e altre divinità. Questa a fine udienza emette la propria sentenza di assoluzione o di condanna ricorrendo ad un metodo molto particolare. Il cuore del defunto viene posto su uno dei due piatti di una bilancia che si trova al centro della Sala delle Due Verità; sull’altro viene posta la piuma di Maat, figlia di Ra, sposa di Thot. Se il piatto pende dalla parte del cuore allora il verdetto è di condanna; al contrario, se il piatto pende dalla parte della piuma, allora il verdetto è di assoluzione. Presiede alla misurazione Osiride; il dio Thot, con la testa da ibis, verbalizza il risultato. In caso di assoluzione lo spirito ha diritto a rinascere sotto forma di astro solare; in caso contrario il cuore viene dato in pasto al mostro Amnit, metà ippopotamo e metà leonessa. Naturalmente per affrontare l’intero pacchetto di prove, regolate tra l’altro da un fiscalismo rituale molto pesante, il defunto ha bisogno di un aiuto. Ed è proprio per fornirgli questo aiuto che le fasce della mummia vengono riempite di amuleti, formule magiche e altre chincaglierie, ma soprattutto si scrive in immagine sulle pareti della tomba tutto quello che è utile ricordare durante le prove. Di qui la vitale importanza della raffigurazione egizia in tutte le sue forme.
A metà viaggio il ba si ricongiunge al corpo del faraone, il quale fortificato si dirige verso l’alba, seguito dai suoi accompagnatori. Poco prima del sorgere del nuovo giorno Seti si unisce a Ra (il Sole) e inizia il suo corso nel cielo, irradiando la sua luce sull’Egitto per altre ventiquattrore: per gli Antichi Egizi l’alba non era altro che un’esperienza religiosa.
Gli Egizi credono che mentre raggiunge il cielo mattutino il faraone si trasformi in figure simboliche. Da uomo diventa grifone, falco e scarabeo, il simbolo egiziano del sole nascente.
Gli Egizi credevano che l’odissea del faraone si ripetesse ogni notte, da quando il sole spariva finché non tornava a sorgere, in un ciclo continuo, in cui morte e rinascita si susseguono al ritmo della luce e delle tenebre: ad ogni tramontar del sole la vita muore per risorgere all’alba del dì seguente.

IL LIBRO DEI MORTI

Tutto quello che si sa riguardo a cosa succede nell’oltretomba egizio ce lo dicono il Libro dei morti, i Testi delle piramidi e i Testi dei sarcofagi. Il Libro dei morti era per gli Antichi Egizi quello che è la Bibbia per i Cristiani. Ha origini molto antiche, forse addirittura precedenti all’inizio dell’epoca faraonica, e contiene le direttive per un corretto viaggio dell’anima nell’aldilà. Il titolo in egiziano è REU NU PERT EM HRU, letteralmente “Capitoli per il giorno futuro“. L’appellativo Libro dei morti gli è stato assegnato dai primi studiosi che ne interpretarono i contenuti. Al suo interno ci sono riti magici, si parla di metafisica e dei vari stati dell’anima prima e, soprattutto, dopo la morte. Non tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere il Libro dei morti di origine egizia. C’è chi come Wallis Budge lo ritiene espressione di una civiltà più antica. Senza addentrarmi oltre nell’argomento mi limito a dire che esso faceva parte del corredo sepolcrale; la sua funzione era quella di ricordare al defunto le formule magiche durante il rito funerario per facilitare il suo viaggio nell’aldilà. All’inizio queste formule erano incise nella camera mortuaria; successivamente i testi vennero scritti sulla cassa funebre e solo più tardi su carta.
Curiosità: il numero dei capitoli del libro variava a seconda che il defunto fosse ricco o povero.
Fra le formule più importanti c’è la preghiera al ba: “Dio grande, fa che l’anima ba possa venire a me da qualsiasi luogo si trovi. Che ella veda il mio corpo, che ella riposi sulla mia mummia. Che non perisca mai!“.