Dei quattro bassorilievi scolpiti da Wiligelmo per la facciata del duomo di Modena, due sono collocati ai lati del portale maggiore e due in corrispondenza dei portali minori. Il ciclo è tratto dalla Genesi e si sviluppa secondo una sequenza narrativa continua: nel primo pannello la creazione di Adamo ed Eva e il peccato originale; nel secondo la cacciata dal Paradiso e il lavoro dei progenitori; nel terzo la vicenda di Caino e Abele; nel quarto l’episodio di Lamech, l’arca di Noè e la conclusione del Diluvio.
La “Bibbia figurata” di Wiligelmo si apre con l’immagine di Dio racchiuso nella mandorla, sostenuta da due angeli: un segno che rinvia alla sfera celeste, all’empireo. Subito dopo si susseguono la creazione di Adamo e quella di Eva. I corpi dei progenitori appaiono privi di una definizione sessuale marcata: una scelta che non va letta in senso naturalistico, ma come costruzione simbolica coerente con una condizione originaria ancora estranea alla storia e alla generazione. L’assenza di una sessualità esplicita non nega l’umanità delle figure, ma la colloca in uno stato anteriore alla caduta, dove il problema della procreazione non è ancora determinante. Soluzioni analoghe ricorrono anche in altre esperienze figurative medievali, a conferma di una convenzione iconica diffusa.
Il passaggio alla scena del peccato introduce un mutamento netto. Dopo aver accolto il frutto offerto dal serpente, Adamo ed Eva acquistano consapevolezza di sé: la loro corporeità si definisce, compare il pudore, e con esso la coscienza del limite. Il racconto biblico viene così tradotto in termini visivi come trasformazione della condizione umana: non una semplice colpa, ma l’ingresso nella storia.
L’albero del bene e del male, al centro della scena, presenta frutti che non corrispondono a un tipo riconoscibile con certezza. Più che identificare una specie, l’artista sembra interessato alla funzione simbolica dell’albero stesso, che nella composizione assume anche un ruolo strutturale, sostenendo visivamente l’ultima serie di arcatelle. Questo rapporto fra elemento naturale e costruzione architettonica non è casuale: introduce un nesso tra conoscenza, tentazione e ordine ecclesiale, che appartiene alla cultura del tempo più che a un significato univoco. Nella tradizione biblica, l’albero è anche “della conoscenza”, e l’immagine sembra conservare questa ambivalenza: il sapere come accesso alla condizione umana, ma anche come origine del rischio e della perdita.
Nel secondo pannello Dio interroga Adamo, che a sua volta accusa Eva; Eva rimanda la responsabilità al serpente. La sequenza delle colpe, resa con chiarezza narrativa, conduce alla condanna: il serpente è maledetto, Eva destinata al dolore del parto e alla subordinazione, l’uomo al lavoro e alla fatica. Il racconto biblico è qui tradotto in una visione concreta della condizione umana: la necessità del lavoro, la sofferenza, la mortalità. Tuttavia, accanto alla pena, emerge anche una forma di compensazione implicita nella stessa esistenza terrena: la conoscenza e la possibilità di agire nel mondo.
La scena si chiude con Adamo ed Eva impegnati nel lavoro agricolo. I loro abiti li avvicinano esplicitamente alla condizione dei contadini medievali, stabilendo un ponte diretto tra il racconto sacro e la realtà contemporanea. Anche qui compare un albero che sostiene le arcate sovrastanti: il motivo architettonico si carica di un valore allusivo che lega lavoro umano e struttura della comunità, senza bisogno di esplicitarne il significato in modo univoco.
Nel terzo pannello la narrazione si apre con l’offerta di Caino e Abele. Dio, ancora nella mandorla, riceve i doni dei due fratelli: l’agnello del pastore e le spighe del coltivatore. Le differenze nel vestiario e nell’atteggiamento sottolineano una distinzione sociale e simbolica. Abele appare più nobilmente caratterizzato, mentre Caino è legato a una dimensione più concreta e terrestre. La preferenza divina per l’offerta di Abele, coerente con il testo biblico, introduce una tensione che sfocia nella scena successiva: il fratricidio.
L’uccisione di Abele è rappresentata con una forza che rompe ogni residuo di immobilità. La violenza non è attenuata, ma resa come evento reale, inserito nella sequenza narrativa. Le letture che vedono in questo episodio un riflesso delle tensioni tra mondi sociali diversi – pastori e agricoltori, nomadismo e stanzialità – appartengono a una tradizione interpretativa plausibile, ma vanno intese come elaborazioni culturali successive, non come significato univoco dell’immagine.
Dopo il delitto, Dio incontra Caino. Il racconto biblico prevede la sua condanna all’esilio e l’imposizione di un segno che lo protegga dalla vendetta. Wiligelmo traduce questo momento senza accentuare la punizione, ma insistendo sul rapporto diretto tra Dio e l’uomo, in una scena che mantiene una tensione ambigua tra giudizio e protezione.
L’ultima lastra introduce episodi tratti anche da tradizioni non canoniche, come quello di Lamech. La scena è costruita come un racconto drammatico: il gesto inconsapevole, l’errore fatale, la reazione violenta. Qui la narrazione assume toni quasi tragici, sottolineando la catena delle conseguenze che deriva dal primo delitto.
Segue il tema del Diluvio. Wiligelmo non rappresenta l’arca secondo l’immagine consueta, ma la trasforma in una struttura architettonica a due ordini, simile a un loggiato. Questa scelta non è un semplice espediente formale: traduce il tema della salvezza in termini costruttivi, riconducendolo al linguaggio proprio della cultura romanica. L’arca diventa così una costruzione, un’opera, e come tale rimanda al lavoro umano.
Nell’ultima scena Noè e i suoi figli emergono dalla costruzione salvifica con atteggiamenti che ricordano figure impegnate in una deliberazione. L’immagine suggerisce l’idea di un nuovo inizio: non tanto una ricostruzione già data, quanto un progetto ancora da definire. In questo passaggio conclusivo il racconto biblico si intreccia con l’esperienza storica del tempo, lasciando intravedere una comunità che, uscita dalla distruzione, si prepara a rifondare il proprio ordine.
L’intero ciclo, così, non si limita a illustrare la Genesi, ma la traduce in un linguaggio capace di mettere in relazione origine dell’umanità, condizione presente e possibilità futura. La narrazione sacra diventa storia visibile, e la materia scolpita si fa luogo in cui il racconto prende forma concreta.