SINGOLARITÀ DELL’ASPETTO FISICO DELL’ISOLA DI CRETA
LE ORIGINI GEOMORFOLOGICHE
L’ANTRO IDEO: LA LEGGENDA DELLA NASCITA DI ZEUS
NINFE, CURETI, DATTILI E TELCHINI
L’ANTRO DIKTEO: LA LEGGENDA DI ZEUS ED EUROPA
ORIGINE DEL NOME CRETA
ETIMOLOGIA DEL TERMINE MINOICO
IL CATACLISMA DI SANTORINI


SINGOLARITÀ DELL’ASPETTO FISICO DELL’ISOLA DI CRETA

Creta è un’isola che presenta degli aspetti indubbiamente singolari. È una lingua di terra corrugata, allineata ai paralleli terrestri, la cui lunghezza massima è di 258 km, mentre la larghezza va da un massimo di 56 km ad un minimo di 11 km. La sua superficie è di 8.336 kmq. (poco meno della Corsica); le sue coste si sviluppano per 1.046 km.; l’attuale popolazione è di 550.000 abitanti, con una densità di 65 abitanti per kmq. La sua forma allungata veniva detta dagli stessi cretesi doliché. L’isola si trova al centro del Mediterraneo orientale, fra tre grandi continenti: Europa, Asia e Africa.
Sebbene la Creta moderna sia ancora un luogo ricco e godibile per clima e varietà di ambienti, la Creta antica era una terra ricoperta da una vegetazione lussureggiante, fertile e copiosa di acque. Omero (VIII sec.a.C.) nel II canto dell’Iliade e nel XIX dell’Odissea la definisce bella e feconda, con ben novanta città, fra le quali primeggiavano Cnosso a nord e Festo a sud, entrambe sedi di numerose corti principesche residenti in lussuosi complessi palaziali. Questi “palazzi” grandiosi erano dotati di ambienti riscaldati, vasti appartamenti, camere da bagno, sontuose sale per cerimonie e tesori.
Le coste dell’isola sono costellate di numerosi golfi e piccole baie, con spiaggette appartate e acque color smeraldo: i tipici luoghi che fanno la gioia di tutti gli amanti del mare. Creta è l’isola dove i porti naturali erano più numerosi in passato che ai giorni nostri. A Creta appartiene Elafonisi, il luogo dove è possibile camminare sulle acque senza ricorrere ai miracoli. Ad essa appartengono i Farángi di Samariá, la gola montana (divenuta parco nazionale nel 1962) che con i suoi 18 km. di lunghezza rappresenta il più esteso canyon d’Europa. Creta è l’isola dei torrenti senza nome: le gole più imponenti d’Europa sono opera di un torrente stagionale senza nome, che scorre dalla notte dei tempi fra il monte Volakiás, a ovest, e le Lefká Óri (montagne bianche), a est. Ma l’aspetto forse più straordinario dell’isola è che nel giro di poco tempo si può passare dal clima caldo mediterraneo della costa, a quello freddo montano dei rilievi interni.

LE ORIGINI GEOMORFOLOGICHE

Circa 10 milioni di anni fa Creta faceva parte di un unico grande continente, l’Egeide, che comprendeva Cicladi, Peloponneso e Asia Minore. L’ipotesi di geologi e paleontologi è suffragata dalla presenza in queste zone di resti fossili quaternari di animali che non potrebbero mai essere giunti a nuoto sulle isole, come ad esempio cervi, elefanti nani e ippopotami nani. La sua forma attuale è dovuta ai movimenti tettonici degli ultimi 2 milioni di anni.
La terra cantata da Omero si trova nel punto esatto in cui la zolla africana s’infila sotto quella europea. L’effetto di questo scivolamento è causa della morfologia orogenetica dell’isola, caratterizzata dal rialzamento della parte sud occidentale e l’inabissamento di quella nord orientale. Un altro effetto di questo movimento è costituito dall’abbondanza di terremoti che l’hanno colpita in passato e la colpiscono tutt’oggi. Si ricordi che i terremoti sono considerati una delle più probabili cause della distruzione dei palazzi minoici. Secondo Plinio, un sisma, nel 368 a.C., avrebbe distrutto 60 città cretesi su 100 allora presenti.

L’ANTRO IDEO: LA LEGGENDA DELLA NASCITA DI ZEUS

Nel centro di Creta, ai piedi del monte Ida, l’Aigaion Óros di Esiodo (VII sec. a.C.), ribattezzato in epoca tardo bizantina Psilòs Óros, da cui il nome attuale Psiloritis, si apre l’Antro Ideo. Il monte Ida è un’imponente bastionata. In essa si trova la vetta più elevata dell’isola, il Timios Stavrós (la Croce Gemmata), di 2.456 mt., di soli 3 mt. più alto del monte Páhnes, che si trova nelle Lefká Óri.
Qui (o nell’Antro Dikteo, secondo un’altra versione), in questo luogo solenne, lontano da tutti e da tutto, nacque e crebbe, secondo la mitologia greca, Zeus, il signore degli dèi, e, stando ad una variante cretese, qui vi fu anche sepolto. Sua madre Rea, sorella e moglie di Crono (Saturno per i Romani), lo partorì fra questi monti su consiglio della madre Gea, moglie di Urano. Motivo: tenere Zeus lontano dal marito, che altrimenti lo avrebbe divorato come aveva fatto con tutti gli altri figli. Una pratica raccapricciante a cui fece ricorso per paura di essere da questi detronizzato, come gli aveva profetizzato sua madre. Parentesi: il mito racconta pure che per non insospettirlo, al momento della presentazione del figlioletto al padre, Rea porse al marito una pietra fasciata al posto del neonato; chiusa parentesi. Una volta venuto al mondo, Gea s’impegnò a far crescere il nipotino di nascosto del padre e diede l’incarico alle ninfe melie Amaltea, Ida e Adrastea di allevarlo, e ai cureti di proteggerlo. Amaltea si accollò il compito di allattare Zeus e per assolverlo nel migliore dei modi si trasformò in capra.
L’antro si affaccia sull’altipiano di Nida, una grande distesa innevata d’inverno e bruciata d’estate, chiusa fra i rilievi dello Psiloritis; luogo eletto da sempre a pascolo e ricovero per pecore e capre. L’ambiente è quello tipico di montagna. Vortici di terriccio s’innalzano all’improvviso sospinti da raffiche di vento freddo proveniente dai fianchi del massiccio. L’unica specie arborea che sembra non essersi prostrata alla violenza delle folate è l’acero minore. Sul cielo, di tanto in tanto, fanno la loro comparsa i grifoni, accompagnati dagli onnipresenti corvi imperiali. Su queste pendici vola l’aquila reale e fa la sua apparizione fugace il mitico gipeto.
Benché nascondiglio di un re, sulla grotta non grava la mole del più alto monte di Creta. La scelta di Gea, nonna di Zeus, non fu casuale: l’antro è solo la parte più esterna di un sistema di cunicoli che si perdono nelle viscere della terra, dove una volta entrati risulta poi estremamente difficile riuscirne, anche se si è un dio.
Attualmente questo luogo mitico è reso accessibile da una comoda strada asfaltata che sale divincolandosi fra le sottostanti colline di Anogia. Al suo interno non ci sono più le ninfe melie ad attenderci, ma solo piccioni selvatici, passeri e rondini montane. Le uniche presenze invariate nel tempo sono le capre e le pecore che ancora oggi si arrampicano sulle pendici scoscese dell’Ida per brucare qualche ciuffetto d’erba, con grave rischio per la propria incolumità fisica.

NINFE, CURETI, DATTILI E TELCHINI

Tra le numerose presenze mitiche le ninfe rappresentano quelle più note. In genere erano giovani fanciulle, korai, figlie di Zeus, personificazioni della natura. Vivevano prevalentemente nei boschi e nei luoghi selvaggi. Erano ninfe anche le giovani che si assunsero il compito di nutrire Zeus, ma di un tipo particolare: le ninfe melie, nate dall’evirazione di Urano per mano del figlio Crono. Anch’esse vivevano fra selve e gole inaccessibili.
I cureti erano démoni benefattori dall’aspetto di giovani guerrieri, il cui compito fu quello di fare la guardia al piccolo Zeus. Il loro numero variava da due a sette; i nomi di due di loro sono Ideo e Melisso. La loro tecnica di difesa era assai singolare: ogni volta che il piccolo Zeus si metteva a piangere loro cominciavano a danzare in modo molto energico, tanto da creare un forte frastuono per coprire i vagiti dell’infante e impedirgli così di giungere alle orecchie del padre Crono.
Il ballo dei coribanti si chiamava “pirichios”. Oggi questo ballo leggendario rivive nel tradizionale “pendozális”, ballo cretese costituito da cinque passi, virile e battagliero, tutta forza e virilità.
Oltre a ninfe e cureti c’erano i dattili, seguaci di Rea, maghi e inventori della metallurgia; quindi i telchini, anch’essi maghi e abili fabbri, in concorrenza con i dattili. I primi abitavano nelle grotte di Creta; i secondi erano localizzati soprattutto a Kea e a Rodi. Dattili e telchini erano organizzati in corporazioni chiuse, per entrare nelle quali bisognava sottomettersi ad un rituale di iniziazione e purificazione. Personaggio celebre che si sottopose a questo rituale fu Pitagora.

L’ANTRO DIKTEO: LA LEGGENDA DI ZEUS ED EUROPA

Divenuto adulto Zeus comincia a sentire i richiami dell’amore. Un giorno vide la principessa Europa. La principessa Europa era una bellissima fanciulla, figlia di Agenore (o di Fenice) e di Telefassa. Tanto bella che il giovane dio se ne innamorò subito. Così senza starci a pensare su due volte decise di rapirla per unirsi a lei. Per avvicinare l’incantevole giovinetta senza farsi riconoscere Zeus studiò un sottile stratagemma. Mentre la principessa Europa giocava con le sue compagne su una spiaggia della Fenicia, le apparve all’improvviso sotto le sembianze di un bellissimo toro tutto bianco che le si avvicinò e le si distese ai piedi. Europa attratta dalla bellezza dell’animale lo cominciò ad accarezzare e le si sedette sul dorso. A quel punto il toro si alzò e con la fanciulla in groppa si lanciò in mare iniziando a galoppare sulle onde che al suo passaggio smettevano di fluttuare. Facevano da scorta all’insolita coppia tritoni e nereidi; tutte le creature del mare gioivano nel vederla passare. Ad attendere Zeus ed Europa c’era il letto nuziale, preparato nel frattempo dalle Ore, nell’Antro Dikteo, sito sulle pendici nord orientali della catena montuosa del Dikti, gli attuali Lassythiotika, sempre a Creta. Dal loro idillio amoroso nacquero tre figli: Minosse, Radamente e Sarpedonte, i fondatori della civiltà cretese. Finiti che furono i doveri coniugali Zeus diede Europa in sposa al re di Creta Asterio (o Asterione), il quale da buon padre putativo adottò i tre figli divini, facendoli anche eredi al trono dell’isola.
A seguito della scomparsa di Europa il padre mandò gli altri suoi figli Cadmo, Cilice e Fenice alla ricerca della sorella. Ma questi non la trovarono, e il bello fu che invece di far ritorno in patria si fermarono e fondarono altrettante regioni di cui divennero i capostipiti: Tebe cadmea, Cilicia e Fenicia. Un’altra versione narra che Zeus portò Europa a Gortyna, dove si unì con lei sotto un platano, o sui suoi rami sottoforma di aquila. In seguito all’avvenimento il platano fu benedetto affinché non perdesse le foglie; ma così non fu.
Ciò detto, va ricordato per inciso che i miti non sono l’opera di autori singoli con nome e cognome, ma sono storie che si sono andate creando spontaneamente e si sono diffuse nella stragrande maggioranza dei casi verbalmente, in un arco di tempo che non è misurato sull’ordine degli anni ma dei secoli. Per cui un problema che sorse ben presto in campo letterario mitologico fu quello riguardante la molteplicità delle trame. Infatti molte vicende leggendarie presentavano un numero più o meno elevato di varianti, non di rado in contraddizione tra loro. Ma la cosa stupefacente è che questo problema non fece diminuire il fascino della mitologia, anzi l’aumentò, perché aggiunse fantasie su fantasie. Ecco in parte spiegato perché durante il periodo che vide la nascita della scienza essa non decadde così come non decadde la stagione dei miti.
Infine, prima di concludere, va spiegato per quale motivo i greci pongono Creta come sfondo delle loro vicende mitologiche primordiali. La ragione è che gli antichi greci avevano già individuato nell’isola candiota l’origine più remota della civiltà europea o occidentale di cui essi si sentivano i fondatori: questo significa che i greci di oltre 2.500 anni fa avevano già piena coscienza delle relazioni culturali che li legavano alla civiltà dei Minosse.

ORIGINE DEL NOME CRETA

L’origine del nome Creta non è affatto certa. Potrebbe essere collegato alla ninfa Creta, una delle esperidi, o ad un una eroina locale, o alla figlia di Asterione, poi moglie di Minosse, o ancora alla figlia di uno dei cureti, poi sposa di Zeus Ammone. Ma il nome dell’isola potrebbe derivare anche da Kretas (dal greco antico Kres-tòs), figlio di Zeus e della ninfa Idea. Sull’origine del nome Creta ci sono anche linee di ricerca filologica. Durante il corso della sua lunga storia Creta è stata chiamata anche con numerosi altri nomi quali: Idea o Ide (dal nome del suo monte più alto); Chthonía (che vuol dire con grande mole ed estensione); doliché (per la sua forma allungata); Eería (Aería, che vuol dire circondata da foschia); Makaron nesos (isola dei beati). Omero la chiama Gea (termine con il quale gli antichi greci intendevano indicare la terra ferma) e anche Eureien, che significa larga e spaziosa, nonché Ekatonpolin, che vuol dire dalle cento città.

ETIMOLOGIA DEL TERMINE MINOICO

Il vocabolo che Evans utilizzò per definire l’arte cretese dell’epoca dei palazzi reali, cioè “minoica”, fa diretto riferimento al termine “minosse”. Questa parola ha un doppio significato: sta ad indicare re in lingua cretese, ma anche il nome proprio di un re mitico, Minosse per l’appunto, regnante nel palazzo più grande e più famoso dell’isola, il palazzo di Cnosso.

IL CATACLISMA DI SANTORINI

Nel 1480 a.C. circa, o forse ancor prima, nel 1530 a.C. circa, Creta fu sconvolta da un’immane catastrofe che ne mise a rischio la civiltà. Un sordo boato fa sobbalzare gli abitanti di Cnosso e dei suoi due porti Amnisso e Katsambà, rispettivamente ad est e al centro di Hρακλέιο, Heraklion, l’antica città di Ercole, oggi capitale dell’isola. Di lontano, all’orizzonte, un riflesso giallo arancio illumina la superficie del mare; un denso fumo nero, reso ocra dai bagliori, si alza dal fondo oscurando il cielo. La terra comincia a tremare; vengono giù muri, cadono bracieri, si squarciano strade. Ancor prima che la gente si renda conto di quello che sta accadendo, il mare si comincia ad agitare, mentre un vento impetuoso, da ciclone tropicale, investe l’intera costa. Passano pochi secondi ed ecco comparire onde gigantesche che avanzano a più di cento chilometri all’ora. È il panico. Gli abitanti delle due cittadine portuali fuggono verso l’entroterra, ma non riescono ad andare lontano. Un muro d’acqua, alto più di dieci metri, si abbatte su di loro travolgendo ogni cosa: animali, case, navi, templi. L’acqua arriva fino alle pendici delle colline retrostanti e li si ferma. Il “palazzo” di Cnosso, che distava allora più o meno quanto dista oggi tre chilometri dalla costa, si sente salvo da quell’immane catastrofe, ma comincia a piovere dal cielo cenere infuocata. Le strutture, tutte di legno, s’incendiano; i tetti a terrazza del palazzo si sbriciolano letteralmente seppellendo nobili e plebei sotto lo stesso cumulo di macerie. È la fine del mondo.
Ma cos’era successo? L’isola vulcanica di Thera, l’attuale Santorini, era esplosa. Nella deflagrazione metà dell’isola sprofonda negli abissi; tutto il versante occidentale si disintegra. Come effetto collaterale dell’esplosione si sollevano onde di marea più grandi di quelle che si produssero nel 1883, durante l’esplosione del Krakatoa. Le località rivierasche, situate sulla costa nord di Creta, separate da appena 110 km di mare, vengono investite da una montagna d’acqua e subiscono danni tanto spaventosi da essere abbandonate per sempre. Cnosso però sopravvive al disastro; viene ricostruito e risorge a nuovo splendore.
Ancora oggi ci si chiede se di una tal sciagura si potevano almeno limitare le conseguenze. Forse, poiché il cataclisma era stato preannunciato da un’eruzione vulcanica avvenuta quarant’anni prima che ebbe come effetto quello di ricoprire di lava l’intera isola di Santorini, cancellando per sempre la città di Akrotiri, posta in cima al cratere.