LE GROTTE DIPINTE
LE VENERI PREISTORICHE


LE GROTTE DIPINTE

Santillana del Mar, Spagna
CUEVA DE ALTAMIRA – GRAN SALA DE LOS POLÍCROMOS
Bisonti (12500 a.C., Paleolitico superiore, Magdaleniano)
Pittura rupestre

Santillana del Mar è una suadente cittadina sita nel nord della Cantabria. Al contrario di quanto lascerebbe supporre il nome non sta sul mare: il Golfo di Biscaglia (Guascogna per i francesi) dista circa tre chilometri. Ad est c’è la città di Santander, ad ovest Gijon; il cielo è costantemente grigio, la terra umida; sembra di stare in Bretagna, eppure siamo in Spagna. Due chilometri a sud ovest della cittadina, in aperta campagna, nell’anno 1879, il signor Marcelino Sanz de Sautuola (1831-1888), un ricco proprietario terriero che si diletta di paleontologia, si attarda ad eseguire degli scavi in una “cueva”, ubicata nel suo terreno, in cerca di resti preistorici; lo accompagna la figlia Maria. Per rincorrere la palla con cui sta giocando, la bambina si infila in un pertugio, al di là del quale si apre un’immensa sala seminterrata dalla volta dipinta. Si tratta della grande cueva de Altamira (grotta di Altamira), la più spettacolare grotta decorata risalente al più remoto passato della storia umana. Da quel momento, grazie ad una palla e ad una bambina, il mondo scientifico inizia ad interessarsi dell’arte paleolitica.
Ad oggi, quel che sappiamo sull’argomento è che ci fu un tempo in cui l’uomo si esprimeva attraverso gesti e suoni gutturali, poi, un giorno, scoprì di possedere il dono di creare immagini e iniziò a comunicare attraverso l’arte. L’inizio della preistoria si perde nelle nebbie del passato; finisce con l’invenzione della scrittura (circa 3100 a.C.). Non si sa quando l’uomo, prima ancora di parlare, abbia iniziato ad esprimersi attraverso il linguaggio visivo, né se la capacità creativa si sia sviluppata originariamente solo nell’uomo preistorico di Cro-Magnon o anche in altre specie di Ominidi. Non è neanche certo in quale reperto si possa iniziare a parlare di arte, nel senso di produzione di opere non finalizzate a usi pratici. Non si sa se la specie umana abbia prima imparato a scolpire e poi a dipingere, né se si sia espressa prima in forme astratte o in forme naturalistiche. E quando si pensa di aver trovato una risposta a questi interrogativi ecco che arriva una nuova scoperta a rimettere tutto in discussione.
Le testimonianze figurative giunte dal passato attraverso le pitture rupestri mostrano la compresenza di espressioni a prevalente indirizzo astratto e espressioni in cui prevale l’orientamento naturalistico. Questo fenomeno è dovuto probabilmente al fatto che a quei tempi i luoghi deputati all’arte erano sempre gli stessi, di generazione in generazione, per millenni; i vari pittogrammi non sono dello stesso artista, bensì sono stati eseguiti nel tempo, attraverso incursioni successive e intermittenti. Ma le ultime scoperte in seno alle discipline antropologiche, storiche e archeologiche, potrebbero gettare nuova luce sulla storia dell’arte paleolitica.
È provato che i nostri più remoti antenati si rifugiavano nelle spelonche. In Europa, una cospicua quantità di caverne è concentrata nella parte settentrionale della Spagna, numerose altre sono nella Francia sud-occidentale. Il motivo di tale concentrazione va ricercato, per quanto riguarda la Spagna, nella conformazione geologica della cordigliera cantabrica, la cui natura calcarea favorisce il carsismo che provoca la formazione di grotte. Molte di queste cavità conservano testimonianze assai eloquenti delle prime espressioni artistiche umane. Su tutte s’impone la grande cueva de Altamira (grotta di Altamira) per via di una “sala” collocata al suo interno: la sala de los polícromos (sala dei policromi). La sala de los polícromos è un antro sulla cui volta sono state rinvenute pitture rupestri di insolita complessità e rilevanza artistica, tanto imponenti da aver motivato la coniazione dell’appellativo di “Cappella Sistina della Preistoria”. Nel 1985 la grotta è stata inclusa tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.
La sala dei policromi si apre subito dopo il vestibolo d’ingresso alla caverna, dove sono stati rinvenuti i resti di un accampamento magdaleniano, sulla sinistra del percorso che si snoda per poco oltre 300 metri nel suo ventre. Si tratta di un grande spazio rettangolare con il soffitto tempestato di animali dipinti: bisonti nella stragrande maggioranza, due cavalli selvatici, un cinghiale e una grande cerva, nonché una serie di segni definiti “claviformi”. Sono stati tutti fatti 14.500 anni fa, ma non sono i soli a trovare posto sulla volta. Nella zona più lontana dall’ingresso alla sala si trovano un ridotto gruppo di pitture più antiche, risalenti al Solutreano (18.000/14.000 anni fa), raffiguranti di nuovo cavalli, una capra, mani dipinte e altre figure di difficile decifrazione (alcuni sono stati interpretati come uteri stilizzati); sembrerebbero presenti, ma la cosa non è certa, alcune sagome umane.
Autore di questi dipinti è stato l’uomo di Cro-Magnon, l’ultimo Ominide comparso sulla Terra, e più precisamente, forse, colui il quale svolgeva funzioni di sciamano, o più probabilmente un membro della comunità dotato di talento artistico. Fu lui a tracciare a memoria le sagome degli animali che si incontravano ricorrentemente nelle pianure distese intorno alla caverna e che doveva aver imparato a dipingere attingendo direttamente da madre natura, ma fu anche la mano di tutti coloro che lo avevano preceduto e che avevano lasciato dipinti e graffiti sulle stesse pareti. Il suo linguaggio è eminentemente naturalistico, tuttavia in minima parte si nota anche l’uso di figure astratte per comunicare contenuti che al momento non sono ancora stati compresi. Dello sciamano, indipendentemente dal fatto se sia stato lui o no l’artista, abbiamo una rappresentazione dell’epoca trovata a Ariège (Francia), a Les Trois Frères (i tre fratelli): una pittura su roccia raffigurante un individuo che indossa una pelle di lupo e un paio di corna di cervo sulla testa.

Ariège, Francia
GROTTA DE LES TROIS FRÈRES
Lo stregone (14000/13000 a.C., Paleolitico superiore, Solutreano/Magdaleniano)
Pittura rupestre

L’uomo paleolitico conosce bene la natura, da essa dipende totalmente la sua sopravvivenza, ed è in possesso anche di discrete conoscenze tecniche; le sue immagini improntate rispondono ad una precisa finalità.
In generale gli studiosi concordano sul fatto che dipingere immagini sulle pareti delle caverne non è dettato dall’esigenza di rappresentare una realtà data, ma dalla necessità di fabbricare un’immagine per influire su di essa, creare una sorta di amuleto magico; non viene riportato ciò che è ma allestita parte di un rito; non c’è raffigurato un presente da contemplare, ma effigiato un qualcosa di indispensabile per vivere in anticipo una situazione futura. La ragione di tutto ciò va ricercata in questioni di sicurezza; sicurezza di sopravvivere: in un mondo in cui la cosa più importante è rimanere vivi l’arte rappresenta un mezzo per tranquillizzare, acquietare le angosce umane provocate dall’impossibilità di controllare il futuro, ad esempio influenzando l’esito della caccia.
Sulla spiegazione cinegetica oggi c’è chi avanza dei dubbi e afferma che questa tesi non è corretta, o quantomeno non è la sola. È stato proprio lo studio attento delle raffigurazioni di Altamira e di quelle di altre grotte a mettere in crisi la linea interpretativa cinegetica, la più accreditata ufficialmente. Non si mette in dubbio la funzione propiziatoria di queste pitture, non si conosce cosa l’uomo primitivo intendeva propiziarsi con queste immagini. In realtà non sappiamo che cosa avveniva all’interno delle caverne dipinte; non si sa se gli uomini primitivi danzassero e intonassero canti equipaggiati di tutto punto come se dovessero cacciare proprio in quel momento, né se le loro lance si rivolgessero contro gli animali dipinti. Sta di fatto che all’interno della sala dei Policromi in particolare non si danzava né si cantava, né si propiziava la caccia. A conforto di queste affermazioni basta guardare la breve distanza che c’è fra il pavimento e il soffitto per arrivare alla conclusione che nella sala non ci si svolgeva alcuna funzione del genere. E i bisonti? Non fanno parte delle prede usuali dell’uomo primitivo; lui preferiva di gran lunga cervi per sfamarsi e lupi per coprirsi. E dove sono poi i cacciatori? L’unica immagine inequivocabile che rimanda alla presenza umana sono le sagome di mani sovrapposte a silhouette di animali dipinte in ocra rossa.
Comunque stiano le cose di fronte alle pitture rupestri non possiamo assolutamente fare a meno di chiederci: ma gli uomini preistorici una poetica ce l’avevano? Certo che ce l’avevano, anche se non possiamo giurare di sapere quale essa fosse esattamente. La mancanza di certezze tuttavia non ci impedisce di fornire delle spiegazioni. La più diffusa rimane a tutt’oggi quella che segue la linea propiziatoria.
Stando ai sostenitori di questa linea si può dire che nel Paleolitico l’arte non è semplicemente un linguaggio, né una proiezione della realtà, ma è l’espressione di una condizione esistenziale, la condizione di chi dipende dalla preda da abbattere per sopravvivere, per cui impossessarsene prima con la magia che materialmente è un modo per sentirsi sicuri nella sfida contro la natura ostile, per vivere con essa, non perire di essa. Quindi fin dagli albori dell’umanità l’arte non è contemplazione gnostica, ma parte dell’esistenza, esistenza in atto; la pittura rupestre non è pittura di rappresentazione ma di azione.
È chiaro che il rito, di cui l’intervento artistico è parte integrante, non ha alcun effetto reale sul futuro, ma sulla psiche dell’uomo si, per cui guai a non metter in scena la rappresentazione magica col suo epilogo scontato. L’ignoto artista paleolitico non si limita a rappresentare la scena di caccia, la vive. La sua mano non è la mano di un uomo che vuole riprodurre il mondo che lo circonda per conoscerlo, ma è la mano di un cacciatore che vuole sopraffare la preda; non esprime il gesto di chi vuole descrivere per apprendere, esprime il gesto di chi vuole avere chiara la forma della preda per colpirla e ucciderla. L’uomo nomade e cacciatore dell’epoca paleolitica si comporta di fronte alla finzione esattamente allo stesso modo di come si comporterebbe di fronte alla realtà; l’anonimo cacciatore artista nell’eseguire l’immagine dipinta compie gli stessi gesti che compirà quando si troverà sul campo per affrontare la preda: la studia, cerca di circoscriverne la sagoma, quindi colpirla. L’abilità con cui la sua mano traccia i contorni dell’animale è la stessa con cui, l’indomani, brandirà la lancia che decreterà il successo della sua impresa. L’immagine dell’uomo paleolitico esprime una tecnica finalizzata all’esorcismo della malasorte: il cavallo o il bisonte non servono solo a comunicare la propria necessità vitale di sopraffare l’animale, ma servono anche a far si ché l’azione virtuale abbia una maggiore influenza sulla realtà vera. Ma qual è l’importanza delle immagini dipinte nella sala dei Policromi?
Almeno tre sono i motivi che rendono questi dipinti rupestri del tutto straordinari: innanzi tutto è la prima volta che appare nell’arte paleolitica una scena unitaria che si sviluppa in tutte le direzioni a coprire l’intero spazio a disposizione; quindi c’è da rilevare il massimo livello di abilità tecnica raggiunto nella resa plastica dei volumi; infine c’è da sottolineare la sorprendente varietà e naturalezza degli atteggiamenti dei soggetti raffigurati, cosa che non si riscontra in nessuno degli altri dipinti paleolitici oggi conosciuti.

Montignac, Francia
GROTTE DI LASCAUX, SALA DEI TORI
Tori, cavalli, cervi e “liocorno”
(databile intorno al 16000 a.C., Paleolitico superiore, Solutreano)
Pittura rupestre

Montignac, Francia
GROTTE DI LASCAUX, DIVERTICOLO ASSIALE
Cavallo cinese”
(databile intorno al 16000 a.C., Paleolitico superiore, Solutreano)
Pittura rupestre

Montignac, Francia
GROTTE DI LASCAUX, LA NAVE
Bisonti policromi
(databile intorno al 16000 a.C., Paleolitico superiore, Solutreano)
Pittura rupestre, lunghezza mt. 2,40 circa

Montignac, Francia
GROTTE DI LASCAUX, POZZO DELL’UOMO MORTO
Bisonte con il ventre aperto, uomo riverso a terra, uccello sopra un palo
(databile intorno al 16000 a.C., Paleolitico superiore, Solutreano)
Pittura rupestre

Oltre a quella spagnola c’è una seconda “Cappella Sistina” preistorica in Europa; si trova in Francia, nella Dordogna, all’interno delle Grotte di Lascaux.
Nelle Grotte di Lascaux si trovano pitture rupestri più antiche di 4.000 anni di quelle di Altamira. Si tratta di una lunga serie di mammiferi raffigurati in sequenza sulle pareti aggettanti della spelonca.
Le Grotte sono costituite sostanzialmente da tre gallerie, di cui una lunga 250 mt., che penetrano fino a 30 mt. nel sottosuolo, disponendosi fra loro quasi ad angolo retto; ogni galleria è suddivisa in diverse aree. Varcato l’ingresso, dopo un breve tratto in pendenza, si accede alla cosiddetta “sala dei tori” dominata da immense sagome di tori selvatici, alcune delle quali estese fino a 5 mt. Orientata in senso opposto c’è una mandria di cavalli; fa da giunto ai due gruppi, un branchetto di cervi e il profilo di un orso. Nell’insieme si distingue un animale dal corpo equino, munito di un paio di corna lunghe, dritte e sottili: è noto come “il liocorno”. Appena imboccata la “galleria dei dipinti”, detta anche “diverticolo assiale”, sulla destra, c’è la figura incompleta di un cervide (identificato come renna, potrebbe trattarsi invece di un cervo megalocero), a seguire spicca per la naturalezza del suo atteggiamento e per l’armoniosità delle forme un cavallo al galoppo, noto come “cavallo cinese”, e poi altri tori e cavalli, nonché uno stambecco. Alla “galleria principale”, alla metà più vicina all’ingresso, detta “nave”, appartiene la coppia di “bisonti policromi” raffigurati schiena contro schiena, forse in atteggiamento difensivo. Nella zona dei “pozzi” e più precisamente nel “pozzo dell’uomo morto” fa mostra di sé la scena che raffigura un bisonte con il ventre aperto, ai cui piedi giace un uomo, forse morto, con un becco al posto del naso; in basso, a sinistra, si staglia la sagoma di un uccello posato su un bastone. Nessuno sa cosa raffiguri questa immagine. Forse è l’esito tragico di una caccia, o la rappresentazione di un rito magico: in tal caso l’uomo a terra è uno stregone.
Anche questa grotta è stata scoperta per caso; il complesso sotterraneo fu rinvenuto accidentalmente il 12 settembre 1940 da quattro ragazzi francesi: Marcel Ravidat, Jacques Marsal, Georges Agnel e Simon Coencas. Dal 1963 è chiusa al pubblico per ragioni conservative. Al suo posto è visitabile una esatta riproduzione, realizzata non lontano dalle vere grotte. Del 1979 è l’iscrizione al patrimonio dell’umanità dell’UNESCO.
I dipinti sono stati realizzati sfruttando la curvatura della parete; i colori sono stati ricavati da pietrisco triturato e piante, quindi applicati con strumenti rudimentali come piume, tamponi e legnetti. Il significato di queste pitture non è stato accertato, esistono a riguardo solo ipotesi, congetture. Anche riguardo a questa grotta gli specialisti non sono convinti della spiegazione cinegetica, sono invece più propensi a credere che le immagini abbiano a che fare con riti sciamanici. Esiste anche una seconda interpretazione in cui si sostiene la funzione astronomica dell’intero complesso e dunque la possibilità che sia la rappresentazione della volta celeste con le varie costellazioni.

Puente Viesgo, Cantabria, Spagna
CUEVAS DEL MONTE CASTILLO
Pitture rupestri (63000/38800 a.C., Paleolitico medio, Musteriano)

Le pitture rupestri di Altamira e Lascaux rappresentano il più alto livello in quanto a complessità e perfezione artistica raggiunto dall’uomo primitivo, ma sono opere della fine del paleolitico, creazioni dell’uomo di Cro-Magnon, non costituiscono le manifestazioni più remote dell’espressione visiva umana. Sempre in Cantabria, nel nord della Spagna, vicino alla città di Puente Viesgo, ad una ventina di chilometri dalla Cuevas de Altamira, si trova Il complesso delle grotte del Monte Castillo. Furono scoperte nel 1903 dall’archeologo spagnolo Hermilio Alcalde del Río (1866-1947), e dal 2008 sono incluse insieme a quelle di Altamira nel patrimonio dell’umanità dell’UNESCO. All’interno di queste grotte sono presenti circa 2.000 figure di animali, un gran numero di strani segni puntiformi e complesse figure astratte di color ocra rossa ottenuta dall’ossido di ferro mescolato a grasso animale e resine. Queste pitture parietali sono state definite “ideomorfos”. Il termine iberico “ideomorfo” non trova in italiano un corrispettivo, ma il dizionario spagnolo lo descrive: “Tipo di rappresentazione pittorica, frequente nell’arte preistorica, consistente in segni a carattere astratto, dal significato sconosciuto”. Gli stessi segni in Italia vengono chiamati “tracciati tettiformi”.
Le figure “ideomorfe” si trovano in due caverne del complesso: ne La Pasiega e in minor numero ne Las Chimeneas, attualmente non visitabili. All’inizio si pensava che queste figure, “ideomorfe”, fossero la rappresentazione di capanne o recinti per animali, ma in seguito si è ipotizzato che siano una sorta di racconto cifrato tramandato da generazione in generazione. Dal 2012, le analisi effettuate da diversi istituti hanno portato alla conclusione che le pitture della cueva de La Pasiega risalgono ad almeno 40.800 anni fa, e una di esse (pannello 78) arriva addirittura a 65.000 anni fa.
Se fossero ufficializzate queste datazioni le farebbero diventare le più antiche pitture rupestri fino ad oggi scoperte e conseguentemente le prime attribuibili all’uomo di Neanderthal, il che potrebbe significare riscrivere una pagina della storia dell’arte. Sempre ammesso che si possa parlare di arte per le figure ideomorfe della Pasiega, immagini di un’epoca in cui probabilmente non esisteva ancora un’intenzionalità estetica nel comporre elementi grafici con funzione comunicativa.

LE VENERI PREISTORICHE

Museo Pigorini, Roma
VENERE DI SAVIGNANO (20000- 18000a.C., Paleolitico superiore, Perigordiano)
Roccia serpentina, altezza cm. 22

Museo d’Aquitania, Bordeaux, Francia
VENERE DI LAUSSEL (Paleolitico superiore, Aurignaziano/Perigordiano)
Bassorilievo su roccia, cm. 42

Museo di Storia Naturale, Sezione Preistorica, Vienna
VENERE DI WILLENDORF (23000-19000 a.C., Paleolitico superiore, Aurignaziano/Perigordiano)
Pietra, cm. 11

Museo delle Antichità Nazionali, Saint Germain en Laye (Seine et Oise), Parigi
VENERE GRIMALDI O DEI BALZI ROSSI (20000 a.C., Paleolitico superiore, Perigordiano,)
Steatite verde, altezza cm. 6,1

Le cosiddette Veneri preistoriche sono le più antiche “statue” della storia umana; sono piccole sculture che raffigurano soggetti muliebri. Le statuette rinvenute fino ad oggi riguardano quasi esclusivamente il Paleartico europeo, compresa l’Italia. All’inizio sono state interpretate come l’espressione di un primitivo ideale di bellezza (e in un certo senso lo sono), poi, in seguito ad un’analisi più approfondita, ci si accorse che esse rappresentano donne gravide. I luoghi di ritrovamento hanno indotto gli studiosi ad ipotizzare le loro possibili funzioni. Una parte dei manufatti è stato trovato all’interno di siti archeologici preistorici, accanto ai focolari domestici, si ritiene pertanto che fossero idoli protettori della vita famigliare e della “casa”. Altri idoli similari sono stati rinvenuti in luoghi adibiti a santuari, pertanto i paleontologi ipotizzano un loro legame con i primi culti dedicati ad una primordiale Dea Madre. Dalle loro dimensioni, piuttosto ridotte, e dalla loro conformazione priva di volto, si può ritenere che fossero amuleti, portati dagli uomini, appesi al collo o in sacchette di pelle legate alla vita con una cintura di cuoio. I loro visi erano sbozzati perché non costituivano una parte importante nell’insieme degli attributi votivi, in quanto ciò che l’artista paleolitico voleva rappresentare non era una donna in particolare, ma la donna in senso generale e astratto, come fonte procreatrice di vita, principio di rigenerazione e continuità dell’esistenza, immagine concettualizzata di fecondità. Il ventre prominente, i seni prosperosi e i glutei adiposi sono tutti segnali di fertilità, e in un periodo in cui la vita media degli individui era bassissima, avere una donna fertile era la migliore garanzia per la sopravvivenza della propria famiglia e non solo, dell’intero gruppo. Apparentemente l’arte non c’entra niente con queste statuette votive, ma gli esperti videro, nel susseguirsi di curve e masse corporee esuberanti, la ricerca di un’armonia formale che rendeva molto più apprezzabile l’estetica del soggetto effigiato.
Molto discussa rimane la causa delle esagerazioni anatomiche che alcuni anatomisti vorrebbero ricondotta ad una particolare conformazione della struttura ossea delle popolazioni primitive riscontrabile ancora oggi in alcune popolazioni africane. L’antropologo austriaco Rudolph Pöch (1870–1921) ipotizza invece un adattamento fisiologico dell’organismo ad accumulare riserve di grasso, utile per affrontare difficili condizioni ambientali, simile a quello che si riscontra ancora oggi in alcune etnie del Continente Nero che vivono in ambienti desertici, quali gli Ottentotti, i Boscimani, i Pigmei e gli Hadza. Delle due ipotesi la seconda sembrerebbe quella più coerente a spiegare le accentuazioni fisiche delle cosiddette Veneri, donne indubbiamente soggette alle dure condizioni vitali in un periodo scarsamente generoso in fatto di equilibri fra consumo di energia e abbondanza di risorse.
La Venere di Willendorf è la più nota fra le Veneri preistoriche o Veneri steatopigie; è scolpita in pietra calcarea oolitica e in origine dipinta di ocra rossa. La statuetta fu rinvenuta nel 1908 dall’archeologo viennese József Szombathy (1853-1943) in un villaggio paleolitico presso Willendorf, vicino alla città di Krems in Bassa Austria. Questo tipo di pietra non esiste nella zona di Willendorf, per cui gli archeologi suppongono che il manufatto provenga da un altro luogo non ancora identificato. Il rarissimo reperto è da sempre considerato la più antica scultura interamente realizzata dall’uomo, almeno fino a quando la comunità scientifica non deciderà in merito all’attribuzione della qualifica di manufatto o geofatto alla Venere di Tan Tan e alla Venere di Berekhat Ram.

Museo dell’Evoluzione Umana, Burgos, Spagna
VENERE DI TAN-TAN (500000/300000 a.C. – Paleolitico inferiore, Acheuleano)
Replica – l’attuale collocazione non è documentata
Geofatto metamorfizzato, altezza cm. 5,8

Da quanto è dato rilevare dai reperti paleo-antropologici ufficializzati dalla comunità scientifica internazionale l’uomo ha imparato prima a dipingere e poi a scolpire. Le manifestazioni artistiche più remote sulla cui datazione gli esperti sono d’accordo risalgono a 35.000 anni prima di Cristo, e sono impronte di mani aperte ottenute mediante l’utilizzo di due tecniche diverse, con l’areo-pittura (spruzzandosi la tinta sulla mano aperta appoggiata alla parete) e con la pressione della mano imbrattata di colore. La cosa sembrerebbe scontata: dipingere richiede meno abilità tecnica che lo scolpire. Per scolpire un ciottolo di pietra occorre attendere che l’uomo si doti di una tecnica più complessa di quella che gli permette di fare la punta a frecce e a lance.
Al 1999 risale la scoperta di un reperto archeologico classificato come arte preistorica, in cui si ravvisano le sembianze di un essere umano di sesso femminile. La piccola scultura è stata trovata dall’archeologo tedesco Lutz Fiedler nel deposito del fiume Draa, presso la città di Tan-Tan, in Marocco. È in quarzite composta di ferro e manganese, originariamente dipinta in ocra rossa. La Venere di Tan-Tan, così è stata chiamata la statuetta, rappresenta un reperto eccezionale per via della sua datazione, che l’archeologo australiano Robert G. Bednarik, uno dei maggiori esperti di arte paleolitica, la vorrebbe compresa fra il 500000 e il 300000 a.C. La cronologia, proposta, è scaturita dal fatto che i sedimenti in cui è stata trovata risalgono a quell’epoca. Se così fosse la Venere di Tan-Tan risulterebbe la più remota opera d’arte umana scoperta fino ad oggi e la prima a presentare tracce di pittura.
Le più arcaiche manifestazioni artistiche dell’uomo fino ad oggi conosciute e catalogate risalgono all’incirca a 36.000 anni fa, cioè circa 2.000 anni dopo la comparsa dell’uomo di Cro-Magnon. Ma l’arte è molto più antica. Se si qualifica la Venere di Tan-Tan come opera d’arte, allora bisogna far risalire la prima manifestazione artistica assoluta all’Homo heidelbergensis, vissuto fra i 600.000 e 100.000 anni fa, considerato antropologicamente evoluto e antenato dell’uomo di Neanderthal, estinto circa 40.000 anni fa. L’Homo heidelbergensis aveva già un aspetto umano, quindi la Venere di Tan-Tan potrebbe essere verosimilmente una “donna” heidelbergensis. Il problema è che a tutt’oggi non risultano opere di scultura attribuibili a questa specie di uomo paleolitico.
Come è avvenuto per la Venere di Berekhat Ram, ritrovata nell’estate del 1981 dall’archeologo israeliano Naama Goren-Inbar sulle alture del Golan settentrionale in Israele e fatta risalire a 230.000 anni fa, anche sulla Venere di Tan-Tan gravano forti sospetti, sia riguardo la natura, che l’origine. Per il Professor Stanley Ambrose, dell’Università dell’Illinois, la pietra, dalle vaghe sembianze umane, rinvenuta a Tan-Tan è un geofatto, cioè una scultura interamente naturale, opera dell’erosione causata dall’azione dell’acqua, del vento e dei sedimenti millenari. Rimane il problema che all’origine fosse dipinta. Ma la datazione della pittura non è ancora stata fissata.


Bibliografia paleolitico

Giulio Carlo Argan, Storia dell’arte italiana 1, Sansoni per la scuola, 1988

Storia universale dell’arte – le prime civiltà – la preistoria l’Egitto e il Vicino Oriente, Istituto geografico De Agostini, Edizione reprint 1990

Piero Adorno, L’arte italiana – volume primo – tomo primo – Dalla preistoria all’arte paleocristiana, Casa editrice G. D’Anna, Nuova edizione 1992

Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, Arte nel tempo – Dalla Preistoria al Medioevo, Bompiani/per le scuole superiori, ristampa 1995

Il museo di Altamira, Ediciones Aldesa, 2006

www.duepassinelmistero.com/lascauxeastronomia
Adriano Gaspani, Le Grotte di Lascaux e l’Astronomia del Paleolitico,
I.N.A.F – Istituto Nazionale di Astrofisica Osservatorio Astronomico di Brera – Milano, 2010

Uomini nel Tempo e nello Spazio, Unità 1, La Preistoria e le civiltà dei grandi fiumi, andiamo insieme a…Le Grotte di Lascaux, G. D’Anna Casa editrice © Loescher editore, 2013

Dirk Hoffmann, Max-Planck-Institut für evolutionäre Anthropologie di Lispia,
Science, n. 359, 23 febbraio 2018

http://storia-controstoria.org/08-uomini-era-glaciale
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