L’ARTE DEGLI EROI OMERICI
LA FINE DELLA CIVILTÀ CRETESE E L’ORIGINE DELL’ARTE MICENEA
I PRIMI GRECI
STRUTTURA SOCIALE E INSEDIATIVA DEGLI ACHEI
ACROPOLI MICENEE E MURA CICLOPICHE
LE MURA CICLOPICHE DI MICENE
PORTA DEI LEONI
MEGARON DI MICENE
SCULTURA MICENEA
ARCHITETTURA FUNERARIA MICENEA
OREFICERIA MICENEA
L’ARTE IN TERRA ACHEA DURANTE L’INFLUENZA MINOICA
LA FINE DELLA CIVILTÀ CRETESE E L’ORIGINE DELL’ARTE MICENEA
Micene, Argolide, Grecia
VEDUTA AEREA DEGLI SCAVI ARCHEOLOGICI (XIV secolo a.C.)
L’arte micenea è l’arte degli Achei, il popolo che la tradizione omerica associa agli eroi dell’Iliade. La loro indole guerriera è, molto probabilmente, una delle concause — insieme a fattori naturali e crisi interne — che portarono al declino della civiltà minoica. Come spesso accade nei grandi processi storici, anche la fine della civiltà minoica non fu improvvisa. Con la conquista achea, la cultura minoica non cessò di esistere all’istante, ma continuò a sopravvivere e a influenzare i nuovi dominatori. Durante il periodo dell’egemonia achea, l’arte fu espressione di una classe aristocratica di guerrieri e potenti signori che concentrarono nelle proprie mani il potere politico, militare ed economico. L’arte micenea mostra una forte dipendenza e continuità rispetto a quella minoica, tanto che la sua storia può essere letta come un processo di trasformazione e reinterpretazione dell’eredità cretese durante i secoli del dominio acheo nel Mediterraneo orientale. Il termine micenea, con cui è comunemente conosciuta questa civiltà proto-ellenica, deriva dal nome della città di Micene, il principale centro politico e militare dell’epoca, patria leggendaria degli Atridi, la stirpe di re a cui appartiene il mitico Agamennone. Per conoscere chi fossero realmente gli Achei, da dove provenissero e in quale epoca vissero, occorre affidarsi ai miti e ai poemi epici per la fase più antica, mentre a partire dal XV-XIV secolo a.C. è l’archeologia — con le scoperte di Heinrich Schliemann e di Arthur Evans — a fornire dati concreti e documentabili.
Cretesi e Micenei rappresentano due civiltà distinte del mondo egeo: i primi sono gli eredi della raffinata cultura minoica di Creta, i secondi un popolo guerriero di lingua greca insediatosi nella Grecia continentale.
La civiltà minoica si sviluppa tra il 2000 e il 1450 a.C. ed è caratterizzata da una società complessa, dedita ai commerci e all’arte; quella micenea fiorisce tra il 1600 e il 1100 a.C., introducendo la lingua greca e una struttura politica di tipo regale e militare. I Micenei ereditarono molto dai Minoici — arte, architettura, pratiche religiose — ma la loro cultura aveva radici diverse: provenivano da popolazioni indoeuropee giunte nel continente greco tra il 2200 e il 1900 a.C., che si integrarono gradualmente con le genti preesistenti. Gli Achei, uno dei principali gruppi di questi nuovi arrivati, si stabilirono nel Peloponneso e fondarono città come Micene, Tirinto e Pilo, diventando protagonisti della prima civiltà ellenica. Prima dell’arrivo degli Elleni, la Grecia era abitata da popolazioni autoctone, note nelle fonti antiche come Pelasgi e Lelegi. La loro identità storica resta incerta: più che popoli specifici, i loro nomi indicano genericamente le genti che occupavano l’Egeo prima della diffusione della lingua greca.
Le tradizioni antiche collocano i Pelasgi in varie zone del mondo egeo e anatolico, ma si tratta di dati mitici, non storici. L’arrivo dei popoli di lingua greca in Grecia si inserisce nel più ampio movimento di espansione delle genti indoeuropee verso l’Europa e l’Asia occidentale. Queste comunità di allevatori e guerrieri si fusero con le popolazioni locali, assorbendone la cultura più avanzata e dando origine a nuove sintesi sociali e artistiche. Secondo Tucidide, i primi Greci erano tribù mobili e spesso in lotta fra loro, costrette a spostarsi in cerca di terre fertili o di sicurezza. È possibile che le migrazioni abbiano avuto carattere progressivo e non distruttivo, e che in molti casi gli Elleni siano stati accolti o alleati delle genti locali. I Micenei conoscevano il cavallo, utilizzato soprattutto per trainare i carri da guerra, simbolo di prestigio e potere.
In seguito, il ricordo dell’incontro tra le popolazioni greche primitive e guerrieri a cavallo potrebbe aver alimentato il mito dei centauri, esseri metà uomini e metà cavalli, che incarnano il confine fra civiltà e istinto. Un piccolo reperto miceneo in terracotta raffigurante un cavallo testimonia la conoscenza di questo animale nella cultura del tempo, anche se non è certo che fosse usato comunemente come cavalcatura. Col passare dei secoli, le popolazioni greche preesistenti e gli invasori si fusero in un unico ceppo culturale.
La leggenda di Teseo e del suo maestro Chirone, il saggio centauro, riflette forse questa integrazione tra mondi diversi: quello delle antiche genti dell’Egeo e quello dei nuovi signori indoeuropei. Intorno al 1450 a.C., i Micenei imposero la loro egemonia anche su Creta, che nel frattempo era stata indebolita da disastri naturali e crisi interne. L’isola passò sotto il controllo dei re micenei, e da questa unione nacque una cultura mista, detta cretese-micenea, in cui si fondono l’eleganza artistica minoica e la forza guerriera achea. Fu Omero, secoli dopo, a chiamare “Achei” tutti i Greci che parteciparono alla guerra di Troia, trasformando un’antica realtà storica in un mito fondatore.
Nella sua epica si riflettono i valori di una civiltà aristocratica e militare, che aveva ormai raggiunto la piena coscienza della propria identità. La civiltà micenea rappresenta la prima grande espressione della cultura greca, nata dall’incontro tra le popolazioni indoeuropee e il mondo egeo preellenico.
Dalla fusione di queste culture si svilupperà, secoli più tardi, la civiltà ellenica classica, radice della tradizione occidentale.
Gli Achei furono dunque i protagonisti della prima Grecia, ma non tutti i Greci furono Achei.
STRUTTURA SOCIALE E INSEDIATIVA DEGLI ACHEI
Quella achea era una società guerriera, fondata sulla forza delle armi più che sul lavoro. Il sovrano, chiamato wanax, dominava su una ristretta nobiltà di guerrieri e funzionari, mentre sacerdoti e sacerdotesse custodivano i culti e i riti religiosi. Alla base della piramide sociale stavano contadini, artigiani e mercanti, la cui voce contava ben poco nella vita politica, e infine gli schiavi, privi di ogni diritto. Ogni cittadella fortificata — come Micene, Pilo o Tirinto — costituiva un piccolo regno indipendente. Sull’acropoli sorgeva il palazzo reale, centro del potere politico, economico e religioso. Qui il re governava l’economia attraverso un complesso sistema amministrativo: funzionari specializzati registravano su tavolette d’argilla, in scrittura Lineare B, le entrate e le uscite dei prodotti accumulati nei magazzini. Olio, vino, miele, aromi e bestiame rappresentavano le principali ricchezze, raccolte e ridistribuite dal palazzo. Tuttavia, la terra del Peloponneso era avara e poco fertile: l’economia micenea viveva spesso al limite della sussistenza, e il grano — la risorsa più preziosa — scarseggiava. Per questo gli Achei guardarono verso l’esterno, spinti dal desiderio di conquista e dalla necessità di sopravvivere. Le loro navi solcavano il mare in cerca di nuove terre e di ricchezze, inseguendo ciò che i poeti avrebbero poi chiamato “il Vello d’Oro”: simbolo della prosperità e dell’abbondanza che mancavano alle loro contrade. Il mito di Giasone e degli Argonauti, partiti alla ricerca del Vello d’Oro custodito nella lontana Colchide, può essere letto come riflesso di questa tensione espansionistica e di quel sogno acheo di conquista e di ricchezza. Lo stesso spirito animò le grandi spedizioni micenee, come quella contro Troia, resa immortale da Omero nell’Iliade (VIII sec. a.C.), in cui l’eroismo e la sete di gloria si intrecciano al bisogno di dominare le rotte commerciali e le risorse del mondo egeo.
ACROPOLI MICENEE E MURA CICLOPICHE
Tirinto, Argolide, Grecia
ACROPOLI, MURA CICLOPICHE (XV/X secolo a.C.): PARTICOLARE DELLA GALLERIA
Tirinto, Argolide, Grecia
ACROPOLI, PIANTA E ALZATO DELLA ROCCA (XV/X secolo a.C.)
Dei leggendari palazzi reali che, secondo la tradizione mitica, furono le dimore di Agamennone, Menelao, Priamo, Nestore, Ulisse e degli altri eroi della spedizione contro Troia, ai nostri giorni non rimangono che rovine: pochi tratti di mura di cinta e muri di fondazione. Per immaginarne l’aspetto originario occorre dunque ricorrere alla fantasia. In linea con il loro spirito di uomini d’armi, dediti alle guerre e inclini a ostentare le ricchezze frutto delle conquiste, i palazzi reali micenei erano assai diversi da quelli cretesi. Una differenza notevole riguarda la loro ubicazione: mentre le città minoiche sorgevano su dolci declivi e non avevano fortificazioni, le città-fortezza micenee erano collocate su aspre alture desolate e protette da imponenti mura difensive. Un’altra diversità è rappresentata dalla pianta architettonica: i palazzi micenei non erano affatto labirintici come quelli di Cnosso, ma presentavano uno sviluppo più semplice e lineare, organizzato intorno al megaron, la grande sala centrale destinata al sovrano. Gli ambienti erano principeschi ma sobri, senza lo sfarzo decorativo dei palazzi minoici. La differenza più evidente consiste nel fatto che, mentre i palazzi cretesi erano aperti al paesaggio circostante, quelli micenei erano chiusi da poderose mura perimetrali. Queste mura erano davvero imponenti: in alcuni tratti, come a Tirinto, raggiungevano un’altezza superiore ai dieci metri e furono costruite sovrapponendo enormi blocchi calcarei, tenuti insieme dalla sola forza di gravità. Le dimensioni di tali massi erano così colossali che gli antichi ritennero fossero stati i Ciclopi, mitici giganti forniti di un solo occhio al centro della fronte, a collocarli: da qui il nome, tuttora in uso, di “mura ciclopiche”. Talvolta queste fortificazioni vengono anche chiamate “mura pelasgiche”, termine derivato dai Pelasgi, il popolo mitico a cui Omero attribuiva la costruzione delle mura di Atene. Tuttavia, tale denominazione è impropria. Le roccaforti micenee avevano la funzione di difendere le residenze reali e i templi, e la loro costruzione testimonia la perizia di una cultura capace di lavorare la pietra con grande maestria. Non è certo che le mura ciclopiche derivino da una tradizione megalitica più antica, né che siano collegate direttamente ai monumenti megalitici europei. Alcuni studiosi hanno ipotizzato possibili influenze anatoliche — forse provenienti dalla Licia o dal mondo ittita — ma tali legami restano ipotesi non dimostrate. L’archeologia moderna considera improprio l’uso dei termini “mura ciclopiche” o “mura pelasgiche”, poiché implicano l’intervento di costruttori mitici. Si preferiscono le denominazioni “mura megalitiche” o, in senso più tecnico, “mura poligonali”, ritenute più adatte a descrivere la reale natura di questi straordinari manufatti.
Micene, Argolide, Grecia
VEDUTA DEL SITO ARCHEOLOGICO E PIANTA (XIV secolo a.C.)
Pilo, Messenia, Grecia
RESTI DEL MEGARON DI NESTORE
Tra le antiche città-fortezza della Grecia micenea, come Argo, Tirinto, Micene e Pilo, quella di cui resta il maggior numero di testimonianze è Micene; tuttavia anche Tirinto ha lasciato tracce significative della sua struttura difensiva. Alcune altre città citate nella tradizione epica, come Tebe e Troia, pur importanti nel mito, si trovano rispettivamente nella Beozia e in Anatolia, e non fanno parte della stessa regione geografica. Tirinto era una città fortificata che sorgeva su un rialzo roccioso nella pianura di Argo, a pochi chilometri dal golfo di Nauplia; possedeva doppie mura ciclopiche di notevole imponenza. Gran parte di queste mura sono ancora visibili e misurabili: in alcuni punti quelle esterne raggiungono i 6 metri di spessore. Micene è la cittadella che fa da sfondo alle tragiche vicende della mitologia greca legate all’ultimo rappresentante della famiglia degli Atridi, Agamennone, il re dei re. Secondo la leggenda, Agamennone, di ritorno da Troia, fu assassinato sull’acropoli dall’amante della moglie Clitennestra, Egisto, che mirava a usurparne il trono. A loro volta, i due cospiratori furono uccisi da Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, guidato nella vendetta dalla sorella Elettra. L’«aurea Micene», come la chiama Omero, può essere presa a modello per farsi un’idea più generale di come fossero costruite le roccaforti achee, anche se oggi di essa rimangono solo silenti spoglie. Queste si trovano su una brulla collina a circa 278 metri di altitudine, a ridosso di uno dei versanti montuosi che circondano la pianura di Argo. I monti circostanti, aspri e selvaggi, raggiungono in alcuni punti i 1.000 metri di altezza. Ai piedi della collina si snodava la strada che collegava la Grecia continentale con il golfo di Nauplia, importante via di comunicazione per i commerci e gli spostamenti strategici. Da qui, Micene controllava il traffico di merci tra lo stretto di Corinto e il golfo Argolico, uno dei principali porti della regione peloponnesiaca dell’Argolide sul Mar Egeo.
Micene, Argolide, Grecia
MURA CICLOPICHE (XIV/XIII secolo a.C.)
La città-fortezza era circondata da mura ciclopiche spesse tra 5 e 8 metri, alte oltre 8,5 metri e lunghe circa 900 metri. La loro costruzione iniziò nel XIV secolo a.C., mentre l’aspetto definitivo fu raggiunto nel corso del XIII secolo a.C. Questi bastioni racchiudevano un’area di circa 30.000 metri quadrati e, per l’epoca, costituivano una barriera estremamente difficile da superare, anche per eserciti ben equipaggiati. La maggior parte della cinta muraria è realizzata in opera ciclopica poligonale, una tecnica che prevedeva due muri paralleli costruiti con pietre di varie dimensioni e forme: i blocchi più grandi erano posti all’esterno, quelli più piccoli all’interno, perfettamente aderenti faccia contro faccia, con o senza giunti litici. Lo spazio tra i due muri veniva riempito con schegge di pietra e terra. In una fase successiva, alcune parti esterne furono ricostruite utilizzando il sistema isodomo, che impiegava blocchi squadrati di conglomerato ordinati in corsi regolari sovrapposti, connessi tra loro senza bisogno di conci intermedi.
Micene, Argolide, Grecia
PORTA DEI LEONI (XIV secolo a.C. c.)
Micene rappresenta un esempio eccezionale di architettura difensiva e di arte ciclopica del tardo periodo miceneo. L’accesso alla cittadella era garantito da diverse postierle, piccole porte secondarie (tre o quattro), e da un ingresso principale, la celebre Porta dei Leoni, così chiamata per via dei due leoni scolpiti sul frontone triangolare che corona il portale. La porta dei Leoni si apre sul lato occidentale delle imponenti mura difensive. Si tratta di un varco largo circa 3 metri, alto 3,20 metri e profondo 1,20 metri, costruito con quattro monoliti: due orizzontali (la soglia e l’architrave) e due verticali (i piedritti). Del primo monolite, la soglia, affiora solo una minima parte, mentre il resto è interrato sotto il terreno di fondazione. L’architrave è di dimensioni ciclopiche: misura poco più di 3,50 metri di lunghezza, 1,50 metri di profondità e circa 1 metro di altezza al centro, con un peso stimato di circa 20 tonnellate. Presenta un lieve inarcamento centrale, probabilmente per alleggerire visivamente la struttura e distribuire meglio il peso. Sopra l’architrave si eleva il frontone triangolare, alto circa 2,90 metri, scolpito in bassorilievo: raffigura due leoni (o leonesse) affrontati davanti a una colonna minoica, stilizzati e rampanti, simili a figure araldiche. I leoni poggiano su una base doppia concava, che ricorda alcune basi di altari in pietra ritrovati nel megaron del palazzo di Archanes, a Creta, evidenziando l’influenza minoica sulla cultura micenea. L’ingresso principale e la prima postierla del lato nord presentano una struttura difensiva particolare. Le mura, in prossimità delle porte, si protendono verso l’esterno creando un corridoio che si restringe leggermente verso l’entrata, consentendo un controllo rigoroso di chiunque volesse accedere al palazzo e agevolando la difesa della città in caso di attacco. Nessuno poteva entrare o uscire senza essere sorvegliato dalle milizie: ogni dettaglio rispondeva a criteri strategico-militari. Sotto le mura correva anche una scala segreta che portava a un serbatoio d’acqua nascosto, collegato a una fonte sotterranea. Questa soluzione garantiva rifornimento idrico durante un eventuale assedio prolungato. Oggi di questa scala e della fonte non rimane più traccia visibile. Stirpe di guerrieri, tutti i popoli dovevano guardarsi dagli Achei, ma anche gli Achei dovevano guardarsi da tutti gli altri.
Micene, Argolide, Grecia
RESTI DEL MEGARON (XIV secolo a.C. c.)
Superata la Porta dei Leoni, subito a destra della rampa lastricata che conduce all’interno dell’area fortificata, si trova il cosiddetto Cerchio A, un recinto sacro destinato alle tombe reali. In origine questo complesso funerario si trovava all’esterno delle mura micenee, ma fu incluso all’interno della cinta muraria solo in un secondo momento, durante un ampliamento della cittadella. È proprio in questo luogo che Heinrich Schliemann (1822–1890), l’archeologo tedesco scopritore di Troia, condusse gli scavi del 1876, portando alla luce ritrovamenti eccezionali, fra cui la celebre maschera d’oro che egli credette essere il ritratto funebre di Agamennone. Oggi sappiamo che la maschera è più antica di circa tre secoli rispetto al leggendario re omerico, ma resta comunque una delle testimonianze più straordinarie dell’arte funeraria micenea. Superate le tombe, la rampa si inerpica per un centinaio di metri fino a raggiungere l’ingresso della cittadella reale, una vera e propria fortezza nella fortezza. Al centro dell’area, circondata da una seconda cinta di mura difensive, sorgeva il palazzo reale, cuore politico e cerimoniale di Micene. Il palazzo era orientato da est a ovest e si componeva di due ambienti principali, posti in successione e a quote leggermente diverse. Procedendo da ovest verso est, si incontravano il grande cortile interno e poi il megaron, la sala del trono. Quest’ultima, di pianta pressoché quadrata, presentava al centro un focolare circolare; il soffitto, piatto, era sorretto da quattro colonne di tipo minoico. Tutt’intorno alla residenza reale, situata in posizione elevata rispetto al resto della cittadella, si disponevano le abitazioni dei dignitari e dei sacerdoti: dimore semplici, di aspetto austero, che riflettevano un’organizzazione gerarchica e funzionale della città. Sebbene non ci siano rimasti edifici pubblici o privati integri, è assai probabile che tali ambienti richiamassero da vicino quelli minoici, come testimoniano i resti del palazzo di Nestore a Pilo, che conserva ancora la struttura tipica del megaron miceneo.
Micene, Argolide, Grecia
TIMPANO DELLA PORTA DEI LEONI (XIV secolo a.C. c.)
L’orientamento della cultura figurativa achea in patria risente sempre, fondamentalmente, dell’impostazione minoica, ma se ne differenzia per alcune particolari personalizzazioni. Presso i Micenei era in uso scolpire in rilievo scene di guerra o di caccia sulle stele poste sopra le tombe a fossa, usanza questa sconosciuta a Creta e nel resto della Grecia. Pochi sono però i frammenti che possono testimoniare il tipo di cultura figurativa e il livello artistico raggiunto da questa popolazione. Uno dei più preziosi documenti è il rilievo triangolare che decora la Porta dei Leoni della cittadella di Micene. Dall’esame stilistico dell’opera emerge come gli anonimi autori intendessero esprimere un’idea di forza e regalità, sintetizzando in un’unica immagine il potere del sovrano miceneo, fondato sulla potenza militare. I due leoni, o più probabilmente leonesse, simboleggerebbero il dominio costruito attraverso la forza delle armi, mentre la colonna centrale alluderebbe al palazzo reale o alla divinità protettrice del palazzo, luogo dove risiede il potere. Dal punto di vista morfologico, la plastica, condotta per larghi piani e volumi essenziali, si distingue nettamente da quella cretese: a differenza del modellato minoico, più fluido e naturalistico, l’arte micenea tende alla sintesi, con un senso accentuato del volume e contrasti netti di luce. Ciò conferma che ci troviamo di fronte a un’opera realizzata circa due secoli dopo la conquista di Creta, intorno al 1250 a.C., quando l’influenza minoica si era ormai attenuata. In questo bassorilievo convivono l’astrazione ieratica, di ascendenza orientale, e una nuova dimensione più legata alla realtà terrena, retaggio della cultura cretese. La combinazione di questi elementi costituisce una novità nel panorama artistico dell’epoca. L’arte micenea sviluppatasi fra la fine del XIV e l’inizio del XIII secolo a.C. rappresenta dunque, sul piano storico e critico, la trasformazione in senso plastico della stilizzazione pittorica minoica.
ARCHITETTURA FUNERARIA MICENEA
Micene, Argolide, Grecia
TOMBE REALI
Micene, Argolide, Grecia
IL TESORO DI ATREO (XIV secolo a.C.): ESTERNO
Micene, Argolide, Grecia
IL TESORO DI ATREO (XIV secolo a.C.): THOLOS
Micene, Argolide, Grecia
IL TESORO DI ATREO (XIV secolo a.C.): PARTICOLARE DELLE MURA MEGALITICHE DEL DROMOS
Il cosiddetto Tesoro di Atreo è uno dei monumenti più affascinanti e misteriosi dell’antica Grecia. Nonostante il nome possa trarre in inganno, non si tratta di un vero e proprio tesoro, ma di una tomba monumentale, costruita in un periodo in cui il potere dei re micenei raggiungeva il suo apice.
Dal punto di vista architettonico si definisce una thòlos, cioè una tomba a cupola, mentre dal punto di vista artistico ed emotivo rappresenta un luogo di straordinario impatto: chi vi entra avverte immediatamente una sensazione di sacralità e di mistero, come se si trovasse davvero sull’orlo del mondo dei morti, nell’anticamera dell’Ade. Il Tesoro di Atreo sorge poco fuori dalla cittadella di Micene, sul fianco di una collina che domina la pianura dell’Argolide. Oggi appare come un grande tumulo erboso, ma all’interno nasconde una delle opere più ingegnose dell’età del bronzo. Quando nel XIX secolo Heinrich Schliemann iniziò i suoi scavi a Micene, credette di aver trovato la tomba di Agamennone, l’eroe omerico che aveva guidato gli Achei contro Troia. L’attribuzione era suggestiva, ma priva di fondamento: il Tesoro di Atreo era già conosciuto molto tempo prima, e la sua vera datazione lo colloca tra il XIV e il XIII secolo a.C., ben prima del leggendario re cantato da Omero. Il nome “Tesoro di Atreo” deriva probabilmente da un malinteso antico: si pensava che queste imponenti tombe contenessero le ricchezze dei sovrani micenei, i cosiddetti Atridi, discendenti di Atreo, padre di Agamennone e Menelao. La leggenda, però, si intreccia con la storia: gli Atridi rappresentano una delle dinastie più potenti e tragiche della mitologia greca, ricordata non solo per le sue imprese, ma anche per le sue colpe e vendette familiari. Il Tesoro di Atreo è completamente scavato nel fianco di una collina e presenta un lungo corridoio di accesso, chiamato dromos, lungo circa 36 metri e fiancheggiato da poderosi muri di pietra. Alla fine del corridoio si apre una porta monumentale alta più di cinque metri, sormontata da un architrave monolitico di circa 120 tonnellate: un’impresa tecnica incredibile per l’epoca. Oltrepassata la soglia, si entra nella camera principale, uno spazio circolare di oltre 14 metri di diametro e più di 13 di altezza, coperto da una cupola costruita senza l’uso di malta o cemento. I blocchi di pietra, disposti in anelli concentrici sempre più piccoli verso l’alto, creano una cupola detta “a pseudovolta”, dal profilo parabolico. In cima, la struttura è chiusa da un unico blocco di chiave, che sigilla l’intera costruzione. Sopra l’architrave si trova un’apertura triangolare di scarico, una soluzione ingegnosa ideata per alleggerire il peso dei blocchi sovrastanti e impedire crolli. In passato si pensava che fosse un lucernario, ma in realtà non lasciava passare la luce: serviva solo a distribuire meglio le forze della muratura. Oggi le pareti della thòlos appaiono spoglie, ma in origine erano riccamente decorate. L’interno era probabilmente ornato con rosette metalliche fissate alle pietre, mentre l’ingresso era incorniciato da colonne in pietra colorata — una breccia verde scuro — e da motivi spiraliformi di derivazione minoica.
Alcuni frammenti di queste decorazioni si conservano oggi al Museo Archeologico Nazionale di Atene e al British Museum di Londra, e testimoniano la raffinatezza dell’arte micenea, capace di fondere influenze orientali e minoiche in uno stile solenne e monumentale. Le tombe a thòlos come quella di Atreo non furono un’invenzione esclusivamente micenea. Le loro origini risalgono a Creta, dove già nel terzo millennio a.C. esistevano tombe circolari costruite con la stessa tecnica ad aggetto, come quelle di Koumasa, Lebena, Platanos e Fournì di Archanes. Nel tempo, queste strutture vennero perfezionate e divennero sempre più monumentali. Quando gli Achei conquistarono Creta, importarono questo modello nel continente, adattandolo e trasformandolo in un tipo di sepoltura regale, interrata e preceduta da lunghi dromoi. Da questa fusione nacque la grande architettura funeraria micenea, simbolo della potenza e del prestigio delle dinastie regnanti. Oltre al Tesoro di Atreo, a Micene si trovano altre tombe monumentali, costruite con la stessa tecnica. Tra le più importanti c’è la Tomba di Clitennestra, leggermente posteriore e quasi identica per dimensioni, ma più raffinata nella struttura interna. Vi è poi la Tomba di Egisto, più antica e oggi priva della copertura, e la Tomba del Leone, che precede di qualche decennio il Tesoro di Atreo. Tutte testimoniano la lunga evoluzione dell’architettura funeraria micenea, passata da semplici camere ipogee a grandiose costruzioni dinastiche. Il Tesoro di Atreo rappresenta uno dei vertici dell’ingegneria e dell’arte dell’età del bronzo. È un monumento che unisce tecnica, simbologia e potere: una tomba, ma anche un segno visibile dell’ambizione dei re micenei di lasciare una traccia eterna. Nel suo silenzio, la grande thòlos di Micene continua a evocare la memoria degli eroi omerici, restituendoci l’immagine di un mondo in cui la morte non era solo la fine, ma un passaggio verso l’immortalità del mito.
Atene, Museo Archeologico Nazionale
MASCHERA D’ORO DETTA DI AGAMENNONE (1550-1500 a.C. c.)
Dalla tomba V di Micene del Circolo A
Oro, altezza cm. 20,5
Nel Museo Archeologico Nazionale di Atene sono custodite, fra le tante preziosità, alcune delle più straordinarie testimonianze dell’arte micenea: le maschere funerarie d’oro. Guardarle significa avvicinarsi alla parte più umana e terrena della cultura figurativa di Micene. Queste maschere, cinque in tutto, sbalzate nell’oro, furono rinvenute nelle tombe reali del cosiddetto “Circolo A” di Micene, deposte sul volto dei defunti — sovrani o principi — della cittadella micenea. L’usanza di coprire il volto dei morti con una maschera è nota in diverse civiltà antiche, dall’Egitto al mondo egeo, ma non esistono prove di una derivazione diretta: si tratta piuttosto di una consuetudine simbolica diffusa, nata dal desiderio universale di preservare l’identità e la dignità del defunto. A differenza delle maschere egizie, idealizzate e rese divine, quelle micenee non cercano la perfezione, ma la verità dei tratti umani. Gli occhi sono chiusi, come nella morte reale; la barba e le sopracciglia sono rese con naturalezza, senza ricorso a elementi posticci o a idealizzazioni. Nessun sorriso di eternità, ma la compostezza di chi affronta il destino comune a tutti gli uomini, re o sudditi che siano. Il modellato è sobrio, costruito per larghi piani, e nella sua fissità sembra sublimare la vita stessa nel momento in cui svanisce. La celebre maschera che Heinrich Schliemann volle attribuire ad Agamennone si distingue per la fattura più raffinata e per la forza espressiva. In realtà essa appartiene a un sovrano vissuto molti secoli prima del leggendario eroe omerico: il nome “Maschera di Agamennone” resta dunque una denominazione simbolica, legata al fascino romantico della scoperta.
L’ARTE IN TERRA ACHEA DURANTE L’INFLUENZA MINOICA
Atene, Museo Archeologico Nazionale
TAZZE D’ORO DI VAPHIÒ (XVI-XV secolo a.C.)
Oro a sbalzo, altezza cm. 8 circa
Nel mondo acheo la relazione fra arte micenea e arte minoica è molto stretta, tanto da poter parlare di una sorta di arte cretese-micenea. L’influenza di Creta sulla terra achea era così intensa che alcuni studiosi ipotizzano la presenza di maestranze cretesi nelle prime comunità micenee, specialmente nelle fasi iniziali della loro civiltà (XVI–XV secolo a.C.). Questa influenza culturale potrebbe trovare eco nella tradizione mitica di Dedalo, artista al servizio di Minosse, come simbolo della trasmissione di modelli artistici cretesi alle aree circostanti. A testimonianza di questa stretta relazione vi sono le due tazze d’oro di Vaphìò, rinvenute in una tomba in Laconia, nei pressi dell’antica Sparta. Le scene rappresentano la cattura di tori selvatici. In una tazza un personaggio, per postura e resa dinamica, ricorda le figure degli affreschi minoici, come il cosiddetto “Principe dei gigli”. L’uomo è raffigurato nell’atto di attorcigliare una corda allo zoccolo del toro per immobilizzarlo. Nell’altra tazza un toro infuriato si avventa contro due cacciatori: il primo è scaraventato a terra, il secondo viene sollevato con violenza dal suolo. In queste immagini si riconoscono l’energia e la vivacità tipiche dell’arte minoica, ma emerge anche un maggior senso del realismo e del dramma, con movimenti meno ritmici e più spezzati, più vicini alla realtà naturale. I volumi sbalzati comunicano la forza vitale che scorre sotto la pelle di prede e predatori, muovendo muscoli e tendini, facendo scattare le teste degli animali e trasmettendo tensione fisica e drammatica. Per la marcata influenza minoica, questi capolavori dell’oreficeria micenea sono datati al periodo di massima influenza cretese sulla terra achea, intorno al 1500–1450 a.C., subito prima della conquista micenea di Creta (circa 1450 a.C.). In conclusione, la differenza principale tra arte minoica e micenea riguarda soprattutto la comparsa di un nuovo elemento: il senso del dramma. Il realismo espressivo e la tensione drammatica sono le componenti fondamentali che anticipano una sensibilità tipicamente occidentale, inaugurando una nuova attenzione alla narrazione dinamica e alla rappresentazione delle emozioni nella scena artistica.
Bibliografia arte micenea
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