L’ARTE DEGLI EROI OMERICI

LA FINE DELLA CIVILTÀ CRETESE E L’ORIGINE DELL’ARTE MICENEA
I PRIMI GRECI
STRUTTURA SOCIALE E INSEDIATIVA DEGLI ACHEI
ACROPOLI MICENEE E MURA CICLOPICHE
LE MURA CICLOPICHE DI MICENE
PORTA DEI LEONI
MEGARON DI MICENE
SCULTURA MICENEA
ARCHITETTURA FUNERARIA MICENEA
OREFICERIA MICENEA
L’ARTE IN TERRA ACHEA DURANTE L’EGEMONIA MINOICA


LA FINE DELLA CIVILTÀ CRETESE E L’ORIGINE DELL’ARTE MICENEA

Micene, Argolide, Grecia
VEDUTA AEREA DEGLI SCAVI ARCHEOLOGICI (XIV secolo a.C.)

L’arte micenea è l’arte degli Achei, il mitico popolo a cui appartengono gli eroi greci dell’Iliade.
La belligeranza di questa etnia è, molto probabilmente, una delle concause, insieme alle catastrofi naturali, che hanno messo fine alla secolare civiltà minoica. Come tutte le estinzioni, anche quella minoica non si è risolta in breve tempo. Con la conquista achea la civiltà minoica non cessa d’esistere all’istante, ma continua a vivere attraverso i nuovi dominatori. Nel periodo dell’egemonia achea l’arte viene monopolizzata da una stirpe di rudi guerrieri trasformatasi in armatori che hanno concentrato tutto il potere nelle loro mani. Tanta è la dipendenza della cultura figurativa achea da quella minoica che la storia dell’arte micenea può essere senz’altro interpretata come la storia dello sviluppo, della contaminazione e della trasformazione dell’arte minoica durante i secoli del dominio acheo nell’area del Mediterraneo orientale.
Il termine micenea con cui è universalmente conosciuta questa civiltà proto-ellenica fa riferimento alla polis di Micene, il maggior centro, nonché la più potente città-stato dell’epoca, patria degli Atridi, la stirpe di re di cui fece parte il mitico Agamennone.
Per sapere chi erano gli Achei, di dove venivano e in che epoca vissero solo la mitologia greca ci parla dei primi seicento anni. L’archeologia comincia ad illuminarci su questo popolo soltanto a partire dal 1400 a.C.

I PRIMI GRECI

Cretesi e Micenei sono due popoli completamente diversi: i primi sono mediterranei, i secondi indoeuropei. I re micenei sono spesso alti, portano i baffi e la barba; i re monoici, al contrario, sono di statura media e solitamente rasati, amano andare a caccia e adornarsi di ambra. Gli Achei discendono dagli Elleni, mitico popolo fondato da Elleno, leggendario padre di tutti i Greci, figlio di Deucalione e Pirra, nipote di Prometeo. Gli Elleni fanno la loro comparsa in Tessaglia e Macedonia intorno al 2500 a.C. Di li, a partire dal 2000 a.C., nei panni di tre tribù distinte e separate, cominciano a penetrare nella Grecia peninsulare, con conseguente sottomissione delle popolazioni preesistenti; gli Achei sono una di queste tribù.
Le popolazioni preesistenti nella Grecia pre-ellenica erano i Lelegi, provenienti dalla Caria, regione della costa occidentale della Turchia, e i Pelasgi, che si erano stanziati più a nord, di cui, all’epoca delle invasioni elleniche, sopravvivevano delle tracce a Lemno, nelle penisole del nord dell’Egeo occidentale e nel mare di Marmara, allora detto Propontide. Su questi antichissimi abitatori della Grecia mitica si andarono ad innestare i popoli invasori delle steppe eurasiatiche.
L’invasione di queste etnie del nord rientra nel quadro dei grandi spostamenti demografici che conducono popolazioni di origine indoeuropea a riversarsi nel continente europeo. Queste genti, dette ariane, non hanno difficoltà ad integrarsi con le popolazioni locali di origine medio orientale, né si mostrano restie ad assorbirne la cultura, di certo molto più progredita della loro. Le stesse popolazioni s’insediano anche ad oriente, sulla costa turca, occupando le città più importanti, fra cui la leggendaria Troia.
Riguardo ai motivi di queste invasioni, la spiegazione più comune fa riferimento alla necessità che avevano questi popoli di pastori e allevatori di trovare nuove terre da pascolo per le proprie mandrie. Ma non è da escludere anche un’altra dinamica, già indicata da Tucidide (460-399 a.C. c.) quando parla dell’espansione dei “figli di Elleno” dalla Tessaglia nel resto della Grecia. Cioè sono state le stesse popolazioni locali, in guerra tra loro, a chiamare questi signori dalla spada facile presso di sé per risolvere in via definitiva questioni altrimenti insanabili.
In ogni modo, qualunque sia stata la causa che l’ha provocata, l’espansione dei “figli di Elleno” prosegue fino al 1550, dopodiché si arresta e inizia la fase di fioritura della civiltà che prende il nome dalla città più potente che mai gli Achei siano stati in grado di fondare: Micene.
Fu Omero ad usare per primo il termine “Achei” per indicare tutti i Greci che diedero vita alla coalizione contro Troia. Di qui l’abitudine di chiamare Achei tutti i Greci del periodo proto-ellenico. In realtà i Greci del periodo proto-ellenico, come ho appena detto, sono costituiti da tre tribù: oltre agli Achei, figurano Eoli e Ioni. I tre lignaggi sono in effetti popoli con caratteri assai diversi tra loro. Eoli e Ioni sono Elleni pacifici, per lo più dediti ai commerci; gli Achei sono Elleni particolarmente rozzi e bellicosi, che non riusciranno ad affrancarsi mai completamente dalle loro abitudini essenzialmente predatorie, abitudini che li porteranno ad un’esistenza fatta di continui conflitti, anche contro genti dello stesso sangue.
L’arma principale che, durante i numerosi scontri, fece la differenza fra loro e le altre forze in campo fu il cavallo, animale abbastanza comune, ma assolutamente sconosciuto come macchina da guerra, col posto di guida collocato sulla groppa. L’incontro con l’uomo a cavallo fu per le popolazioni greche primitive un vero e proprio trauma, tanto da stimolarne immediatamente la fantasia, che ne trasse un essere spaventoso, metà uomo e metà corsiero: il centauro.
A conferma della conoscenza del cavallo presso gli Achei e della sua utilizzazione non solo come animale da traino per i carri da guerra, ma anche come animale da cavalcatura, rende preziosa testimonianza proprio l’arte. Risale all’epoca micenea un oggettino, un giocattolo in argilla, raffigurante un guerriero a cavallo, il primo nella storia dell’arte in Occidente.
Come ho già detto all’inizio la convivenza fra gli Achei e le popolazioni greche preesistenti fu difficile, ma poi, col passar del tempo, aggressori e aggrediti si integrarono, dando origine ad un unico popolo, come testimonia la leggenda di Teseo, eroe ateniese che ebbe in veste di maestro d’armi il centauro Chirone.
Nel 1400 a.C. gli Achei, ormai padroni dell’intero Peloponneso, stanchi di essere assoggettati al potere dei minossi cretesi, decidono di muovere guerra all’isola, così si imbarcarono alla volta della sua conquista. E anche in questo caso della complessa situazione storica di allora fa meravigliosa confusione la leggenda, favoleggiando di come Teseo, sempre lui, che acheo non era, liberò la Grecia dal pagamento del tributo imposto da Creta ad Atene.
Questa storia però, sebbene non ci chiarisca per niente le idee su come siano andati effettivamente i fatti, una cosa ce la dimostra, e cioè come allo stato di fatto il termine “popolo greco” non sia altro che un’emerita astrazione.
Ferme restando le difficoltà rimane tuttavia una certezza; con la conquista di Creta da parte degli Achei ha inizio la civiltà cretese-micenea, e sei secoli più tardi, proprio per opera di uno ionio, i mostri delle antiche leggende si trasformano negli eroi conquistatori di Troia.
Dunque, sintetizzando il tutto, si può dire in ultima analisi che gli Achei sono i Greci che hanno dato origine all’arte cretese-micenea, la più remota manifestazione della civiltà ellenica, e dunque occidentale; ma non tutti i Greci sono Achei.

STRUTTURA SOCIALE E INSEDIATIVA DEGLI ACHEI

Quella achea non era certamente una società fondata sul lavoro, o per lo meno sul proprio lavoro. Era una società fondata sulla forza delle armi; una società incentrata sullo strapotere del re, il quale torreggiava su nobili e sacerdotesse, che a loro volta si distinguevano dalla massa, costituita da agricoltori, artigiani e mercanti, che non contava niente. Ancor meno di niente, all’ultimo gradino della scala sociale, men che gli asini, contavano gli schiavi. La classe nobiliare e sacerdotale risiedeva nell’acropoli, la cittadella, mentre il popolo viveva sparso nel territorio circostante.
Ogni cittadella costituiva un regno. Da qui il re controllava l’economia del paese attraverso uno staff di funzionari, i quali registravano minutamente i prodotti in natura che venivano accumulati nei depositi del palazzo reale. Nei magazzini dell’acropoli si venivano così accumulando olio, vino, miele, erbe aromatiche, spezie e carne fresca sotto forma di bestiame. Certo non è che nobili e sacerdoti navigassero nell’abbondanza, ma le loro belle cosette d’oro non gli mancavano. L’economia era al limite della sussistenza per via di una terra, il Peloponneso, niente affatto generosa. Mancava loro l’elemento più prezioso, quello che aveva permesso la creazione e il mantenimento dei grandi regni africani e asiatici, il grano, il “vello d’oro” di Eeto.
Per la conquista del grano Micene e le altre città sfidarono il destino e combatterono guerre. La più famosa di queste fu cantata da Omero (VIII sec. a.C.) nell’Iliade e riguarda il lungo conflitto con Troia.

ACROPOLI MICENEE E MURA CICLOPICHE

Tirinto, Argolide, Grecia
ACROPOLI, MURA CICLOPICHE, PIANTA E ALZATO DELLA ROCCA (XV/X secolo a.C.)

Dei leggendari palazzi reali da dove regnarono Agamennone, Menelao, Priamo, Nestore, lo stesso Ulisse e tutti gli altri eroi della mitica spedizione contro Troia, ai nostri giorni non rimangono che rovine: pochi tratti di mura di cinta e muri di fondazione; per sapere quale aspetto avevano occorre lavorare di immaginazione. In linea con il loro spirito di uomini d’armi, dediti alle guerre e con i loro costumi rozzi e protendenti all’ostentazione delle ricchezze frutto di conquiste, i palazzi reali achei erano ben diversi da quelli cretesi. Una differenza notevole è costituita dalla loro ubicazione. Le città-villaggio minoiche sorgevano su dolci declivi, mentre le città-fortezza achee erano collocate su aspre alture desolate. Un’altra difformità è rappresentata dalla complessità della pianta: i palazzi reali micenei infatti non erano assolutamente dei labirinti, anzi presentavano uno sviluppo semplice e lineare con ambienti principeschi ma non sfarzosi. Ma la diversità più appariscente consiste nel fatto che mentre i palazzi minoici erano aperti al paesaggio circostante i palazzi achei erano chiusi da possenti mura perimetrali. Queste mura erano davvero poderose; in alcuni casi, come a Tirinto, arrivavano ad un’altezza di 17 mt. ed erano costituite da enormi blocchi sovrapposti, tenuti assieme dalla sola forza di gravità. Le dimensioni dei massi sono tanto colossali da aver indotto gli antichi a pensare che a metterli su fossero stati i Ciclopi, i mitici giganti forniti di un sol occhio (o tre) al centro della fronte. Per questo motivo il termine con cui oggi si usa abitualmente indicarle è quello di mura ciclopiche.
In molti casi il nome con il quale sono note in tutto il mondo viene equiparato a quello di mura pelasgiche, derivante dai Pelasgi, mitico popolo a cui Omero attribuisce la costruzione delle mura di cinta dell’acropoli di Atene. Le roccaforti achee avevano lo scopo di difendere le dimore reali e i templi. Il loro innalzamento può essere spiegato con l’intervento di una cultura litica che tramandava la tecnica della messa in opera di grandi massi a secco. Non è certo che le mura ciclopiche o pelasgiche siano state realizzate elaborando esperienze tratte da una tradizione culturale legata ai monumenti megalitici; non è ben chiaro se esiste una continuità fra monumenti megalitici e mura ciclopiche, o pelasgiche. Stando a quanto è possibile ricavare dall’analisi comparativa fra le mura di Micene e quelle di Hattusa, la cui edificazione più remota è collocabile intorno al 1550 a.C., è lecito supporre che la bastionata difensiva achea sia opera di edificatori ispiratisi alla cultura tecnica Hittita. La tradizione antica le attribuiva a maestri edificatori giunti dalla Licia, regione situata sulla costa meridionale dell’Anatolia occidentale, di fronte all’isola di Rodi, nella moderna provincia turca di Adalia.
L’archeologia ufficiale ritiene improprio sia il termine mura ciclopiche che il termine mura pelasgiche, poiché entrambi contengono l’idea che siano state edificate da costruttori mitici, preferendole quello di mura megalitiche o, in un’accezione più rigorosa, mura poligonali, ritenendoli più inerenti alla natura stessa dei manufatti.

Micene, Argolide, Grecia
VEDUTA DEGLI SCAVI E PIANTA (XIV secolo a.C.)

Pilo, Messenia, Grecia
RESTI DEL MEGARON DI NESTORE

Tra le antiche città-fortezza di Argo, Tirinto, Tebe, Sparta, Troia, Pilo e Micene, quella di cui resta il maggior numero di testimonianze è Micene; tuttavia anche Tirinto ci ha lasciato qualcosa.
Tirinto era una città fortificata che sorgeva su un rialzo roccioso nella pianura di Argo, a pochi chilometri dal golfo di Nauplia; aveva doppie mura poderosissime. Gran parte sono ancora visibili e misurabili: in alcuni punti quelle esterne raggiungono i 6 mt. di spessore.
Micene è la cittadella che fa da sfondo alle tragiche vicende di cui è protagonista l’ultimo rappresentante regale della famiglia degli Atridi, Agamennone, il re dei re. Agamennone di ritorno da Troia fu assassinato sull’acropoli dall’amante della moglie Clitennestra, Egisto, il quale aveva progettato di usurpargli il trono. A loro volta i due amanti cospiratori furono uccisi da Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, istigato nel compiere la sua vendetta dalla sorella Elettra.
L’«aurea Micene», come la chiama Omero, può essere presa a modello per farsi un‘idea più in generale di come fossero fatte le roccaforti achee, anche se quel che rimane di lei oggi sono solo silenti spoglie. Queste sono distese su una brulla collina, ad una quota di 278 mt., a ridosso di uno dei versanti costituenti l’anello orografico che circonda la pianura di Argo. I monti che le fanno da quinta sono aspri e selvaggi; toccano i 1.000 mt. di altezza. Ai suoi piedi si snodava la strada che collegava la Grecia continentale con il golfo di Nauplia, lo sbocco a mare della regione peloponnesiaca dell’Argolide; una strada estremamente importante per i commerci e gli spostamenti tattici. Da qui Micene controllava il traffico di merci che si svolgeva fra lo stretto di Corinto e il più importante ormeggio dell’Argolide sul mar Egeo: il seno argolico.

LE MURA CICLOPICHE DI MICENE

Micene, Argolide, Grecia
MURA CICLOPICHE (XIV/XIII secolo a.C.)

La città fortezza era circondata da mura ciclopiche spesse da 5 a 8 mt., alte oltre gli 8,50 mt., lunghe circa 900 mt. Innalzate a partire dal XIV secolo a.C. assunsero l’aspetto attuale nel corso del XIII secolo a.C. Questi bastioni racchiudevano un’area di 30.000 mtq. e dovevano rappresentare per l’epoca una barriera insuperabile per chiunque, anche per gli eserciti più attrezzati. La maggior parte della cinta di fortificazione è in opera ciclopica poligonale, cioè una struttura costituita da due muri paralleli, fatti con pietre di varie dimensioni e tagli, più grandi all’esterno che all’interno, perfettamente aderenti, faccia contro faccia, con o senza giunti litici, riempiti nello spazio fra l’uno e l’altro da schegge e terra. In una fase successiva le parti esterne vengono realizzate con il sistema isodomo, ovvero utilizzando blocchi squadrati di conglomerato, ordinati in fasce sovrapposte regolari, connessi tra loro senza bisogno di ricorrere ai conci intermedi.

PORTA DEI LEONI

Micene, Argolide, Grecia
PORTA DEI LEONI, TIMPANO (XIV secolo a.C. c.)

L’accesso all’interno della cittadella era assicurato da una serie di postièrle, tre o forse quattro, ovvero porte di servizio, e da un ingresso principale, la ben nota porta dei Leoni, così chiamata per via dei due leoni che appaiono sul timpano triangolare posto a coronamento del portale.
La porta dei Leoni si apre sul lato occidentale del muraglione difensivo. È un imponente varco largo 3, alto 3,20 e profondo 1,20 mt., costituito da quattro monoliti, cioè quattro grandi pietre, tutte d’un pezzo, di cui due coricate e due messe dritte in piedi, a formare nell’ordine una soglia e un architrave (i due monoliti orizzontali), e due piedritti o stipiti (i due verticali). Del primo monolite se ne vede affiorare solo una minima parte, il resto è allogato al di sotto del terreno di fondazione della porta. L’architrave è davvero ciclopico: misura poco più di 3,50 mt. di lunghezza, per mt. 1,50 di profondità, ed è alto al centro mt. 1; da solo stazza circa 20 tonnellate, l’equivalente di cinque elefanti. Per dare un senso di maggiore plasticità, renderlo meno rigido, al centro presenta un lieve inarcamento. Sopra si impianta un frontone triangolare alto mt. 2,90, scolpito a bassorilievo, raffigurante due leoni (o leonesse?) che si fronteggiano davanti ad una colonna minoica, profilati e rampanti come negli stemmi araldici. A sorreggere leoni e colonna c’è una base doppia dalla caratteristica sagoma concava, del tutto simile alle basi di alcuni altari di pietra ritrovati nel megaron del palazzo di Archanes, a Creta.
L’ingresso principale e la prima postierla del lato nord presentano una struttura particolare. Nei pressi delle due porte le mura si protendono all’esterno creando una specie di corridoio che si va restringendo lievemente verso il vano d’entrata. Questa particolare struttura era stata escogitata per sottoporre a rigido controllo tutti coloro che, per un qualsiasi motivo, si fossero trovati nella necessità di far visita al re, nonché a facilitare la difesa della città in caso di attacco esterno. Nessuno poteva entrare o uscire dalle mura di Micene senza essere attentamente sorvegliato dalle milizie armate: un incubo. Ogni particolare rispondeva a criteri di tipo strategico-militare. Ad esempio c’era una scala che correva sotto le mura sino a raggiungere un serbatoio d’acqua segreto, alimentato dalla fonte Persia: accorgimento prezioso in caso di assedio prolungato. Oggi di questa scala e della fonte non c’è più traccia. Popolo guerriero tutti si dovevano guardare dagli Achei, ma anche gli Achei si dovevano guardare da tutti.

MEGARON DI MICENE

Micene, Argolide, Grecia
RESTI DEL MEGARON (XIV secolo a.C. c.)

Superata la porta dei Leoni, subito a destra della rampa lastricata che conduce all’interno dell’area fortificata, si trova un recinto sacro, destinato alle tombe reali. È proprio in questo luogo che lo Schliemann (1822–1890), l’archeologo scopritore di Troia, nel 1876 fece dei ritrovamenti eccezionali, fra cui la maschera in cui credette di vedere il ritratto funebre di Agamennone. Superate le tombe la rampa si inerpica per un centinaio di metri fino a raggiungere l’ingresso della cittadella reale: un’autentica fortezza nella fortezza. Al centro dell’area circondata da altre mura di difesa, sorgeva il palazzo reale. Questo era orientato da est ad ovest e si componeva di tre ambienti principali, posti in successione a quote leggermente diverse per essere in sintonia con l’andamento del terreno lievemente scosceso. Nell’ordine si aveva a partire da ovest: il grande cortile internoe il megaron,sala dove si trovava il trono. Era quest’ultimo una sala a pianta quadrata, al centro della quale si trovava un grande braciere; il soffitto era piatto, sorretto da quattro colonne di tipo minoico.
Tutt’attorno alla residenza reale, che si trovava in una posizione elevata rispetto al resto, si disponevano le abitazioni dei dignitari e dei sacerdoti: modeste dimore, semplici e dall’aspetto austero. Sebbene non ci sia rimasto niente degli edifici pubblici e privati che adornavano la cittadella c’è da scommettere che gli ambienti ricordavano molto da presso quelli minoici, come ci testimoniano i resti del palazzo di Nestore a Pilo.

SCULTURA MICENEA

Micene, Argolide, Grecia
TIMPANO PORTA DEI LEONI (XIV secolo a.C. c.)

L’orientamento della cultura figurativa achea in patria risente sempre, fondamentalmente, dell’impostazione minoica, ma se ne differenzia per via di alcune particolari personalizzazioni. Presso i Micenei è in uso scolpire in rilievo scene di guerre o di caccia sulle pietre poste sopra le tombe a fossa, usanza questa sconosciuta a Creta e nel resto della Grecia. Pochi sono i frammenti però che possono testimoniare il tipo di cultura figurativa e il livello raggiunto da questa popolazione sul proprio territorio. Uno dei più preziosi documenti è il bassorilievo che decora il timpano della porta dei Leoni.
Da quanto è dato desumere dall’esame stilistico dell’opera appare chiaro che gli anonimi autori del bassorilievo avevano come obiettivo figurativo principale quello di dare un’idea di forza e di regalità allo stesso tempo, come dire sintetizzare in un’unica immagine il potere regale miceneo, un potere fondato sulla forza. Dal punto di vista iconografico i due leoni simboleggerebbero il dominio eretto attraverso la potenza delle proprie armi, mentre la colonna alluderebbe al palazzo reale, luogo dove risiede il potere. Dal punto di vista morfologico si arguisce che la plastica, condotta per larghi piani essenziali, non muove dalla cultura cretese; al contrario di questa infatti qui si punta alla sinteticità, con maggior senso del volume e una predilezione per i passaggi netti della luce fra parti aggettanti e parti rientranti: segno evidente che ci troviamo di fronte ad un’opera eseguita un bel po’ dopo la conquista di Creta. I testi riportano il 1300 a.C. come data di esecuzione, epoca in cui l’influenza minoica si è notevolmente allentata. C’è in questo bassorilievo il ritorno alla trascendenza, alla sublimazione, alla concettualizzazione dell’immagine che riecheggia la severa, ieratica, greve figuratività egizia e mesopotamica. Ma c’è anche, sebbene qui non si veda in modo esplicito, una nuova dimensione, più umana, più legata alla realtà delle cose terrene, il senso di una mitologia più naturale, e questo la cultura argiva lo deve a Creta. Tuttavia la combinazione dei due elementi linguistici costituisce una novità nel panorama culturale artistico dell’epoca.
Dall’analisi dell’opera si ricava dunque che l’arte micenea sviluppatasi fra la fine del XIV secolo a.C. e l’inizio del XIII rappresenta sul piano storico critico la trasformazione in senso plastico della stilizzazione pittorica della civiltà minoica.

ARCHITETTURA FUNERARIA MICENEA

Micene, Argolide, Grecia
TOMBE REALI

Micene, Argolide, Grecia
IL TESORO DI ATREO (XIV secolo a.C.)

Il tesoro di Atreo non è un tesoro ma una tomba particolare detta a tholos; questo almeno dal punto di vista tecnico. Dal punto di vista artistico il tesoro di Atreo non è solo una tomba, è l’immagine stessa dell’Ade, il luogo dove le anime dei defunti vagano tristi, alla ricerca di un tempo che non potrà mai più tornare. Se non credete di essere nell’anticamera dell’Ade provate un po’ ad intonare un canto gregoriano o qualche ritornello fatto di sole scale armoniche. Ebbene, vi sembrerà di stare in un altro mondo.
Il monumento è conosciuto con tanti altri nomi, rivelatisi fino ad oggi tutti impropri. Sorge fuori Micene, ad un centinaio di metri di distanza, nel ventre di una collina che si erge a sinistra della strada che conduce alla polis. Quando Schliemann lo scoprì credette di aver portato alla luce dopo i resti di Troia anche l’ultima dimora del suo conquistatore Agamennone e della sua famiglia: per questo motivo il tesoro di Atreo è conosciuto anche come tomba di Agamennone. Per sapere se lo Schliemann ha ragione o torto occorre conoscere la data certa della caduta di Troia. Comunque sembra che la tomba ha a che fare con gli Atridi, la stirpe reale di cui l’ultimo grande rappresentante fu proprio Agamennone.
Atreo era il padre di Agamennone e Menelao. S’impossessò del trono di Micene soppiantando la dinastia di Euristeo. Questa relazione parentale non trova però riscontro in tutte le versioni della mitologia. Ci sono infatti narrazioni che vogliono come genitori di Agamennone e Menelao Plistene ed Erope (o Aerope), quarta figlia di Catreo, secondogenito di Minosse.
La tholos è una cupola ottenuta mediante la sovrapposizione di blocchi di pietra, squadrati in maniera più o meno grossolana, aggettanti l’uno sull’altro, messi in opera secondo dei cerchi concentrici di diametro gradualmente decrescente man mano che si procede verso l’alto. Questo sistema conferisce alla sezione una tipica forma a ogiva, ovvero con sezione ad arco a sesto acuto.
Le tombe a tholos non le hanno inventate i Micenei, così come non hanno inventato la tholos. Ai Micenei spetta molto probabilmente l’invenzione delle grandi tholos ipogee (cioè interrate), una combinazione fra la tipologia sepolcrale a pseudo-cupola e quella a camera ipogea, entrambe cretesi. La storia di queste tombe è millenaria e tanto importante per la cultura mediterranea da meritare l’apertura di una breve parentesi.
La loro più lontana origine è forse da collegare alle tombe scavate direttamente nella roccia sorte nelle Cicladi. Le prime tholos compaiono nelle necropoli cretesi durante il periodo pre-palaziale (2800-2700/2200-2000 a.C.), come ad esempio nelle necropoli di Lebena (l’attuale Lentas), di Koumasa, nei pressi di Gourtyna, di Monì-Odigitria, nella zona montana degli Asteroussia occidentali, e di Aghia Fotià; tutte località poste nella zona centro-meridionale dell’isola. Queste prime tombe a cupola non sono ancora interrate ma posseggono una tholos strutturalmente identica a quella che si affermerà successivamente sul continente. La tecnica costruttiva è la stessa identica di quella dei trulli pugliesi e dei nuraghi sardi. Ciò potrebbe far supporre un’influenza diretta o indiretta, per il tramite miceneo, della cultura cretese sulle popolazioni del Mediterraneo occidentale (il che non è assolutamente da escludere), ma è molto più probabile che si tratti di una convergenza culturale.
La tradizione costruttiva a volta continua nel periodo successivo, il proto-palaziale (2200-2000 /1700 a.C.), come ci testimoniano le cupole di Kamilari, un villaggio sito ad ovest di Festòs, e quelle più antiche della necropoli di Fournì ad Archanes. Sono fra le più imponenti tholos giunte dal passato remoto. Durante il periodo neo-palaziale (1700/1450 a.C.) cominciano a comparire sepolture dentro cupole interrate, ma si tratta di strutture scavate nella nuda roccia. Queste si diffondono nella Grecia continentale, dove subiscono delle modifiche. Dopo la conquista achea le tombe a tholos cretesi vanno assumendo un aspetto sempre più monumentale, cominciano ad interrarsi e a munirsi di dromoi (corridoi) sempre più lunghi, sul modello di quelle di Micene e di Orcomeno. Sono del periodo cretese-miceneo la grande tomba a camera della necropoli di Armeni e la sepoltura reale a tholos semi-ipogeica di Fournì di Archanes. Alcune hanno dimensioni ragguardevoli, come quella che si trova in località Platanos, con un diametro di 14 mt. Tutte vennero saccheggiate nel corso del Medioevo Ellenico. Chiusa parentesi; torniamo a Micene.
La tholos di Atreo è scavata direttamente nei fianchi di una collina ed è completamente interrata.
È costituita da un dromos di accesso lungo 36 mt. e largo 6, anch’esso scavato nel fianco del rilievo, da una grande sala a pianta circolare il cui spazio interno è definito interamente da un’unica grande cupola alta mt. 13,20 e dal diametro di mt. 14,50 e da una piccola cubicola di 4 mt., il vero e proprio tesoro, cioè la camera funeraria dove sono stati ritrovati molti oggetti di straordinario valore documentale.
All’interno della tholos si accede tramite una porta monumentale alta mt. 5,40 e larga mt. 2,70, recante un architrave monolitico del peso impressionante di circa 128 tonnellate. Sopra il monolite si apre un lucernario triangolare che costituisce l’unica presa di luce interna alla camera ipogeica. Sulla funzione di questa struttura non c’è comune accordo. Alcuni esperti ipotizzano che in realtà questa apertura in origine accogliesse un timpano triangolare sul tipo di quello della porta dei Leoni.
La tholos di Micene è formata da trentatre anelli concentrici, costituiti da poderosi blocchi di calcare aggettanti l’uno sull’altro; la tomba si chiude in punta con un unico blocco. I massi dell’ultimo anello sono cinque. Forse l’interno era ingentilito da rosette metalliche, mentre il portale d’ingresso risultava impreziosito da un complesso ornamentale composto da due colonne decorate alla maniera orientale, che si ergevano di fianco agli stipiti, a sostegno di un altro paio di colonnine con decorazioni a motivi tortili, che a loro volta inquadravano una lastra recante motivi a spirale di derivazione minoica.
Il tesoro di Atreo non è la sola tholos di Micene. Ce ne sono altre, di cui una, quella detta di Clitennestra, è altrettanto spettacolare. Essa è grande quanto il tesoro di Atreo, ma i blocchi con cui è costruita sono più piccoli; il suo lucernario è occultato all’interno. C’è poi quella detta di Egisto, priva della parte superiore, fatta di pietre ancora più piccole; quindi ancora c’è quella detta del leone, i cui blocchi sono grandi come quelli della tomba di Egisto.

OREFICERIA MICENEA

Museo Archeologico Nazionale, Atene
MASCHERA D’ORO DETTA DI AGAMENNONE (XVI secolo a.C.)
Dalla tomba IV di Micene
Oro, altezza cm. 20,5

Passiamo ora a dare un’occhiata ai tesori veri. Per far questo ci spostiamo da Micene ad Atene. Nel Museo Archeologico di Atene sono custodite fra le tante preziosità quelle che vengono ritenute le più singolari manifestazioni della cultura figurativa micenea, e cioè le maschere d’oro. Guardare ad esse ci permette di capire meglio cosa significa “dimensione legata alla realtà delle cose naturali”. Queste maschere, cinque in tutto, sbalzate nell’oro, sono state rinvenute nelle tombe reali di Micene, appoggiate sul volto dei resti di personaggi dall’aspetto regale, forse re e nobili principi della cittadella.
L’usanza di coprire il volto dei defunti con maschere trova la sua origine in Egitto, da qui si fa strada a Micene, poi, attraverso gli ilioti, si ritrova presso i primi Romani e forse dai Romani passa ai Fenici. Contrariamente a quanto avviene nelle maschere egizie in quelle di Micene non c’è nessuna idealizzazione, si punta all’espressione della dura realtà. Gli occhi sono chiusi così come lo sono realmente nella morte, non ci sono barbe posticce, la barba è vera così come vere sono le sopracciglia, folte, non dipinte, non c’è traccia di cosmesi; nessun sorriso di superiorità divina, ma la smorfia tragica di chi ha dovuto accettare con rassegnazione l’inevitabile destino di tutti gli uomini, indipendentemente dal loro grado di nobiltà. Il modellato è tirato per larghi piani, ma non c’è nessuna trascendenza ad uno stadio di immortalità; semmai si può parlare di sublimazione della mobilità della vita nella fissità della morte. Sembra che per ottenere questo effetto più aderente al mondo umano, le maschere d’oro fossero modellate direttamente sul viso del defunto.
Nella maschera che lo Schliemann attribuì ad Agamennone la fattura è più raffinata e lo stile più sicuro. Il modo di sbalzare l’oro rende estremamente più sensibile la materia alla luce con il risultato di un aumento della tremenda fissità dell’espressione del volto nella morte.

L’ARTE IN TERRA ACHEA DURANTE L’EGEMONIA MINOICA

Museo Archeologico Nazionale, Atene
TAZZE D’ORO DI VAPHIÒ (XVI/XV secolo a.C.)
Oro a sbalzo, altezza cm. 8 circa

Nel corso di questa escursione virtuale nel mondo acheo ho fatto più volte cenno al rapporto di dipendenza che c’è fra arte micenea e arte minoica, tant’è che ho parlato di un’arte cretese-micenea. Ma quanto è stretto questo legame sul continente greco? Ebbene la dipendenza è tale da indurre molti studiosi a pensare ad una vera e propria presenza di maestranze cretesi nelle cittadelle achee, specialmente durante i primi due secoli di vita, quando l’isola esercitava il suo potere su tutto l’Egeo. La cosa avallerebbe l’ipotesi che vuole la formazione di Dedalo impostata su modelli minoici e la sua presenza a Creta, al servizio di Minosse, determinata dall’effetto di ritorno dell’espansione culturale isolana nelle aree circostanti.
A testimonianza del livello di dipendenza dell’arte micenea da quella minoica in terra achea ci sono due tazze d’oro ritrovate in Laconia, in una tomba di Vaphiò, località sita nei pressi dell’antica Sparta. Il tema rappresentato è la caccia al toro selvatico. In una viene riportata la cattura, dove spicca un personaggio che ricorda molto da vicino il principe dei gigli senza copricapo. Questo personaggio è colto nel tentativo di attorcigliare una corda allo zoccolo del toro per immobilizzarlo. Nell’altra un toro infuriato si avventa contro due cacciatori. Il primo viene scaravento a terra, il secondo viene incornato e sollevato impietosamente dal suolo. C’è in queste immagini l’energia vitale e il gusto dell’improvvisazione di quelle cretesi, ma c’è anche un maggior sentimento della gravità del vero che si traduce in un movimento meno ritmato, più vicino ai tempi spezzati e disarmonici della realtà naturale, nonché la volontà di comunicare sulla superficie dei volumi sbalzati le correnti di energia vitale che affiorano sotto la pelle di prede e predatori attraverso la dilatazione del modellato. È questa stessa energia che risalendo dal profondo muove tendini e muscoli di tori e cacciatori, fa scattare la testa degli animali e li fa impennare. Per la marcata influenza minoica questi due piccoli capolavori di arte orafa si fanno risalire al periodo precedente la conquista di Creta, ovverosia al periodo compreso fra il 1600 e il 1500 a.C.
In conclusione, la differenza fra l’arte minoica e quella micenea consiste semplicemente nel fatto che nell’arte micenea compare per la prima volta un elemento assolutamente inedito per il mondo antico: il senso del dramma. Realismo espressionistico e dramma, ecco le due componenti fondamentali che distinguono il linguaggio occidentale da quello orientale.


Bibliografia arte micenea

Giulio Carlo Argan, Storia dell’arte italiana 1, Sansoni per la scuola, 1988

Piero Adorno, L’arte italiana – volume primo – tomo primo – Dalla preistoria all’arte paleocristiana, Casa editrice G. D’Anna, Nuova edizione 1992

Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, Arte nel tempo – Dalla Preistoria al Medioevo, Bompiani/per le scuole superiori, ristampa 1995

Alkisti Papadimitriou, Tirinto Guida storica ed archeologica, Edizioni Esperos, 2001

Elsi Spathari, Micene Guida storica ed archeologica, Edizioni Esperos, 2001

Gabriele de Rosa, Antonio Cestaro, mito storia civiltà 1, minerva italica