TANTE CIVILTÀ UN’UNICA ARTE
I PRIMI INSEDIAMENTI
ARTE SUMERA, L’ARTE DELLA CIVILTÀ DELLE TESTE NERE
ARCHITETTURA SUMERA: I PRIMI TEMPLI
VERSO LE ZIQQURAT
SCULTURA SUMERA: NELLE STATUE VOTIVE L’ASPETTO DEI PRIMI UOMINI CIVILI
I BASSORILIEVI
STENDARDO DI UR
OREFICERIA SUMERA
SCULTURA ACCADICA: STELE DI NARÂM SIN
ARCHITETTURA NEOSUMERA: LE ZIQQURAT, MONTAGNE SACRE
SCULTURA BABILONESE: STELE DI HAMMURÀBI
PITTURA BABILONESE
ARCHITETTURA ASSIRA: PALAZZO DI SARGON II
STRUTTURA DEL PALAZZO
ARCHITETTURA NEOBABILONESE: TORRE DI BABELE
ARCHITETTURA PERSIANA: PALAZZO DI DARIO


TANTE CIVILTÀ UN’UNICA ARTE

Museo dell’Iraq, Baghdad
VEDUTA DEL NUOVO MUSEO

La civiltà in Europa è sorta in seguito ai commerci con l’Oriente e all’insediamento nel Mediterraneo di genti levantine; l’arte e l’urbanistica delle prime comunità mediterranee rappresentano la testimonianza inequivocabile dell’influenza orientale sulla formazione della cultura occidentale. Ancor più di quello egizio, forse, il linguaggio visivo mesopotamico riveste un’importanza capitale per la formazione del nostro linguaggio antico.
Obiettivo di questa navigazione a vista intorno al mondo dell’arte del Medio e Vicino Oriente è quello di conoscere, oltre ai caratteri precipui dei singoli linguaggi levantini, in che modo e in quale misura essi sono entrati a far parte delle strutture dei primi linguaggi occidentali.
La Mesopotamia, ovvero l’attuale Iraq, parte della penisola araba, della Siria e dell’Iran, è oggi una terra desertica, martoriata e insanguinata da continui conflitti. È difficile, vedendo come si è ridotta, farsi un’idea di come potesse essere una volta. Ciononostante ci proviamo, e con l’aiuto della fantasia ci proiettiamo nel passato remoto, indietro nel tempo, fino a quando era una terra fertile e popolosa; una fecondità dovuta in buona parte al continuo lavoro di imbrigliamento delle acque da parte delle operose popolazioni orientali.
All’inizio dei tempi era una terra fertile, ricca di ogni bene, tanto da essere considerata una delle candidate più accreditate ad identificare il mitico Eden. Sem la scelse per ripopolare il mondo dopo il Diluvio Universale. Da queste parti il Paleolitico è finito prima che altrove: 10.000 anni prima di Cristo. Qui, fra i 9.000 e gli 8.000 anni prima di Cristo l’uomo ha cominciato a coltivare la terra, trasformandosi da cacciatore nomade ad agricoltore stanziale; qui l’uomo è uscito dalla preistoria ed è entrato nella storia; qui ha fondato le sue prime città; qui ha cominciato a lavorare il rame; qui ha scoperto il bronzo, qui ha avviato il commercio e proprio qui ha avuto origine la civiltà. Il suo nome vuol dire «terra fra i fiumi»: e infatti la Mesopotamia si stende fra due grandi fiumi, il Dijlah (Tigri) e l’Al-Furāt (l’Eufrate).
Forse proprio perché benedetta dal Signore la Mesopotamia è una terra senza pace. Durante il corso di tre millenni innumerevoli popolazioni se la contendono spodestandosi l’un l’altra per avere il dominio assoluto sulla regione. Tuttavia nessuna di queste popolazioni è riuscita ad organizzare uno stato unitario duraturo, come è avvenuto invece in Egitto, ogni tentativo di formare un impero universale ed eterno è andato fallito. Dal 3500 a.C. circa al 323 a.C. prima i Sumeri, poi gli Accadi, quindi di nuovo i Sumeri, dopodiché i Babilonesi, gli Assiri, di nuovo i Babilonesi e infine i Persiani si sono succeduti su queste terre. Questo fenomeno è all’origine del carattere tutto particolare della civiltà mesopotamica. Infatti, a differenza di quella egizia, essa non è espressione di un solo popolo, ma di diversi popoli con proprie singole, peculiari culture. Di conseguenza, diversamente da quanto è avvenuto in Egitto, in Mesopotamia l’arte non è frutto di un’unica civiltà, ma di tante singole culture autonome. Ciò nondimeno si può ugualmente parlare di un’arte mesopotamica in quanto le singole civiltà, pur nel rispetto dell’autonomia dei propri linguaggi particolari, hanno ereditato il patrimonio culturale dei predecessori e l’hanno investito nella formazione del proprio.
I contenuti di fondo delle poetiche che informano tutta l’arte mesopotamica non differiscono molto da quelli che informano l’arte egizia, tranne che per un piccolo ma importantissimo particolare. Nelle terre del Tigri e dell’Eufrate si da molto più valore all’al di qua che all’al di là; ciò spiega il carattere più umano dei personaggi che costellano il cosmo levantino. Infatti l’arte mesopotamica più che battere sul tasto dell’esistenza terrena come preparazione alla vita oltre la morte insiste sull’ordine naturale, eterno ed immutabile delle cose, a garanzia del perpetuo mantenimento del benessere sulla terra. Con ciò essa si configura come la prima forma d’arte esplicitamente orientata a dar volto ad un preciso ordine sociale fondato sulla perfetta organizzazione gerarchica del potere politico.

I PRIMI INSEDIAMENTI

Çatalhöyük, Turchia
RICOSTRUZIONE DEL VILLAGGIO NEOLITICO DI ÇATALHÖYÜK (7400/5700 a.C.)

Museo della Civilizzazione Anatolica, Ankara, Turchia
TESTE DI TORO NEOLITICHE DA ÇATALHÖYÜK (7400/5700 a.C.)

L’arte in Mesopotamia si va prefigurando all’inizio del IV millennio, quando popolazioni del nord-est iraniano scendono nella zona del basso corso del Tigri e dell’Eufrate e si vanno ad insediare intorno al Golfo Persico, fondando città che più tardi diventeranno ricche e potenti. Queste città si chiameranno Eridu, Ur e Uruk, le prime città mesopotamiche. Le città mesopotamiche sono molto diverse dalle città egizie. Quelle egizie sono strutture aperte, luoghi sacri riservati al solo faraone e alla sua corte; quelle mesopotamiche sono recintate da poderose mura, e sono la sede del potere civile e religioso esercitato dal re e dai sacerdoti. Non sono tali per via delle strutture che le differenziano dai villaggi o per il numero di abitanti che vi si concentrano, ma per le funzioni che svolgono e per il fatto che ospitano una collettività molto più differenziata rispetto a quella degli altri centri di aggregazione.
Prima della fondazione delle poleis mesopotamiche altri insediamenti stabili popolano la Mezzaluna fertile (Iraq, Siria, Libano, Israele, Palestina, Egitto). Jarmo, nel kurdistān iracheno è uno dei primissimi insediamenti stabili della storia umana i cui resti siano giunti fino a noi. Non si può certo definire ancora una città, ma ne è senz’altro la premessa. Esso risale a 6.500 anni prima di Cristo, quando ormai il Mesolitico volge al termine e sta per iniziare il Neolitico. Dello stesso periodo, o giù di li, 6500-6000 a.C. (ma i primissimi insediamenti risalirebbero all’8000 a.C.) è la biblica Gerico, in Cisgiordania, dalle proverbiali mura, di cui oggi restano solo le poderose fondamenta. Ancora più antica sembra essere Çatalhöyük, in Turchia, il più remoto abitato costruito con mattoni di argilla.
L’arte figurativa di questo periodo è testimoniata soprattutto da vasellame dipinto e da una tipologia di statuette votive indicate col termine di “Dee madri” (rammenta la visita all’arte neolitica), come quella risalente al 5000-4000 a.C. proveniente dal centro mitannico di Tell Halāf, sito nell’alto corso del Khābūr, un affluente settentrionale dell’Eufrate.

ARTE SUMERA, L’ARTE DELLA CIVILTÀ DELLE TESTE NERE

Già Museo dell’Iraq, Baghdad
DÈE SERPENTE UBAID (5500/4000 a.C.)
Attuale collocazione sconosciuta
Terracotta, altezza cm. 14 circa

Museo dell’Iraq, Baghdad
LA DAMA DI WARKA (3500/3000 a.C.)
Marmo, altezza cm. 21,5

La prima civiltà a svilupparsi nella regione del Golfo Persico è quella delle “teste nere”, meglio nota come civiltà sumera. Insieme a quella egizia quella dei Sumeri è la prima civiltà ad aver lasciato un’impronta artistica di sé. Ad essa si deve l’invenzione della scrittura cuneiforme, che insieme ai geroglifici egizi è la più antica forma di scrittura finora conosciuta. Ai Sumeri spetta l’invenzione dell’astronomia e della geometria, l’invenzione della ruota, la fondazione delle prime città, la costruzione dei primi templi mesopotamici e la trasformazione dell’idolatria neolitica nel politeismo protostorico. Ai Sumeri spetta l’invenzione della birra.
L’archeologia ufficiale non sa spiegare come sia potuto accadere che un popolo dalle oscure origini abbia potuto dal nulla elevarsi a civiltà senza una cultura che gli abbia fatto da modello. Si limita a far notare soltanto come questo cambiamento repentino sia avvenuto in concomitanza con l’evoluzione della religione: dall’animismo dell’uomo cacciatore e dall’idolatrismo dell’uomo agricoltore si passa al deismo dell’uomo “civile”. Tale passaggio è testimoniato dal fatto che sulla scena artistica mesopotamica compaiono le immagini dipinte e scolpite di “esseri superiori” dalle sembianze umane, ma dalle proporzioni gigantesche, venerati dalle popolazioni come dèi.
Il popolo delle teste nere proviene da oriente. Intorno al 3500 a.C., in piena Età del Rame, invade la regione del delta, cacciano gli Iraniani, ne occupano i villaggi e si sistemano al loro posto ribattezzando la zona Paese di Sumer. Stando ai ritrovamenti archeologici i primi Sumeri sono soprattutto costruttori e ceramisti. Sotto la loro influenza ben presto i villaggi si trasformano nelle prime città della storia. Queste distano tra loro circa trenta chilometri; ognuna possiede un proprio re; tutte rivaleggiano per la supremazia territoriale. Ur sarà quella che prevarrà sulle altre. Al 3500 a.C. risale la forma matura di Lagaš, come pure la costruzione del tempio di Eridu, rispettivamente una delle più antiche città sumere e uno dei primi templi. La scultura sembra confinata alla modellazione di statuette di ceramica, mentre la pittura sembra esprimersi esclusivamente nella decorazione vascolare: benché è certo che esistesse già una pittura decorativa destinata all’abbellimento di templi e case.
Il linguaggio dei vasi è caratterizzato da forme fortemente stilizzate, ai limiti dell’astrazione: peculiarità questa che lo colloca ancora nell’ambito della cultura neolitica.
Più interessante invece è la plastica. Di Ur è una statuetta dall’aspetto piuttosto inquietante, datata 5500/4000 a.C. Raffigura una donna dalla testa di serpente, probabilmente una divinità femminile, che allatta un bambino, anch’esso dalla testa di serpente. Rare sono le opere in pietra. La cosiddetta dama di Warka, una testa di donna ritrovata ad Uruk, risulta scolpita fra il 3500/3000 a.C., dunque prima delle più antiche statue egizie.

ARCHITETTURA SUMERA: I PRIMI TEMPLI

TEMPIO DI ERIDU (IV millennio)
Ricostruzione – livello I

TEMPIO DI HAFĀĞA (III millennio)
Ricostruzione secondo Delougaz

La più originale ed emblematica costruzione sacra mesopotamica è la ziqqurat(o ziggurat). Benché somigli alle piramidi, la ziqqurat non è una tomba, ma un tempio. Il tempio orientale è concepito come una vera e propria casa, la casa della divinità. Essendo una casa sorge entro le mura cittadine, al centro della città, in posizione sopraelevata rispetto al resto degli edifici.
All’inizio i templi orientali sono costituiti da un nucleo centrale, la dimora del dio, circondato da uno spazio scoperto, delimitato da un muro di cinta, aperto in più punti da vari ingressi. All’interno della cella centrale, una nicchia indica il punto in cui dimora la divinità: è assai probabile che dentro la nicchia alloggiasse il simulacro del dio adorato. In queste prime costruzioni si respira un’atmosfera solenne ma ancora umana. Il tempio è facilmente raggiungibile; chiunque può accedervi per pregare e sacrificare al dio ospite. Particolare importante da sottolineare è che i primi impianti funzionano anche come granai, officine artigiane, magazzini, stalle. Tutto ciò contribuisce ad integrare il tempio al tessuto urbano della città. Ogni città ha il suo tempio. In qualche caso alla più comune planimetria rettangolare si preferisce quella ovale, come ad Hafāğa, nel 2800 a.C.
Le cose cambiano col passar del tempo. La casa divina si eleva sempre più in alto e si isola sempre di più; una doppia muraglia contribuisce a separarla dal contesto urbano. Il contatto diretto col fedele si fa progressivamente più difficile; la dimora divina si eleva a mano a mano dalla terra al cielo, cosicché il tempio assume sempre più l’aspetto di una montagna sacra.

VERSO LE ZIQQURAT

Uruk
EANNA o TEMPIO BIANCO (3000 a.C.)
Ricostruzione secondo Leyen
Mattoni rivestiti di calce, larghezza mt. 22,3 – profondità mt. 17,5

I primi templi in cui sono ravvisabili parte degli elementi tipici delle ziqqurat sorgono ad Uruk allo scadere del IV millennio a.C., alla fine dell’Età del Rame e l’inizio dell’Età del Bronzo. Uno, detto il tempio D, è il più grande tempio sumerico conosciuto, con un perimetro di base di mt. 50 x mt.80; l’altro è l’Eanna o tempio Bianco, innalzato nel quartiere sacro della città.
Quest’ultimo oggi è un tell, un montarozzo di sabbia verso cui si dirige una scalinata rettilinea, metafora della faticosa arrampicata che l’uomo è costretto a percorrere per levarsi dalla terra al cielo. Sebbene ridotto a una duna solitaria, è ancora possibile farsi un’idea di quel che il tempio voleva sembrare, e cioè una collina artificiale sulla cui sommità svetta la casa della divinità.
Il nome con cui è noto gli deriva dallo strato di calce che intonacava le pareti del santuario; era dedicato ad Anu, dio del cielo. La caratteristica principale consisteva nel rapporto dimensionale fra il basamento e la casa divina. Questo assumeva l’aspetto di un enorme ripiano terrazzato, mentre il santuario si riduceva ad un parallelepipedo di modeste dimensioni: nella fattispecie si parla di mt. 18,70 di larghezza x mt. 4,80 di profondità.

SCULTURA SUMERA: NELLE STATUE VOTIVE L’ASPETTO DEI PRIMI UOMINI CIVILI

Museo Nazionale, Damasco, Siria
IKU ŠAMAGAN, RE DI MARI (prima metà III millennio a.C.)
Alabastro gessoso, altezza cm. 92

Museo Nazionale, Damasco, Siria
UR-NANŠE, GRANDE CANTANTE DEL RE (prima metà III millennio a.C.)
Alabastro gessoso, altezza cm. 26

Quel che rimane dei templi sumeri a testimonianza delle genti che li hanno innalzati sono le statue votive. La statua che ritrae Iku-Šamagan, re di Mari, una delle maggiori città sumeriche, mostra un uomo mentre prega. Indossa la tipica gonna di pelle di montone con la lana disposta a balze, chiamate dai greci kaunákes; il torso è nudo, la testa è calva e il volto è incorniciato da una lunga barba. Spiccano su tutto i grandi occhi dalle ciglia rimmellate, incorniciati dalle grandi sopracciglia ad arco, pure rimarcate col rimmel, unite al centro della fronte, sulla sella del naso; le pupille sono nere mentre la cornea è bianca: le prime sono ottenute con dischetti di scisto, la seconda utilizzando conchiglie scolorite. Le donne abbigliano in modo molto simile agli uomini come mostra Ur-nanše, grande cantante del re. Tranne la barba che non ha e i capelli che invece ha per il resto anche lei porta la gonnona di montone ed ha il busto scoperto.
Dal punto di vista stilistico vanno notate diverse cose, come ad esempio la rigorosa frontalità, l’estrema semplicità esecutiva, la schematicità rappresentativa, nonché l’esagerata dimensione degli occhi. Queste scelte stilistiche sono da mettere in relazione con la funzione e i luoghi a cui queste statue sono destinate. Infatti sono fatte per stare nei santuari a pregare per l’eternità, non devono essere esposte al pubblico. Rappresentano la persona rivolta verso il dio in atto di preghiera o supplica; i loro occhi sono così grandi perché immenso è ciò che vedono. A guardarle viene naturale il paragone con le coeve effigi faraoniche. Le differenze sono smaccate: le statue sumeriche sono molto più umane, sia per il fatto che somigliano molto di più a uomini comuni, sia per le dimensioni. Questo umanismo della statuaria non si limita solo agli oranti umani, ma si estende anche alla rappresentazione delle divinità.

I BASSORILIEVI

Museo del Louvre, Parigi
SIGILLO E RELATIVA IMPRONTA SU TAVOLETTA DI ARGILLA (III millennio a.C.)

Museo del Louvre, Parigi
STELE DEGLI AVVOLTOI (2450 a.C.)
Frammento con lanceri
Calcare, altezza mt. 1,80 (intera stele)

Oltre al tuttotondo i Sumeri praticano il bassorilievo. Alcuni sono ottenuti per mezzo di sigilli cilindrici di pietra incisi in negativo, tenuti premuti e fatti rotolare sulla creta fresca, altri sono scolpiti su lastre litoidi. La cosiddetta stele degli avvoltoi sembra un’immagine impressa direttamente nella dura roccia. Era costituita da due tavole semilunate; su quella di sinistra c’era rappresentata una scena mitologica, dominata dal dio Ningirsu (Ninurta), in quella di destra c’era scolpita una scena storica. Racconta la vittoria di Eannatum, re di Lagaš, contro la vicina Umma. È così chiamata perché su uno dei frammenti rimasti dell’intera lapide c’è raffigurato un branco di avvoltoi che afferra le teste mozzate dei nemici uccisi. Sulla stele c’è scolpito il primo trattato di pace della storia.
Il rilievo è piatto, come se fosse schiacciato da un piano verticale trasparente; il linguaggio figurativo è lo stesso che in Egitto: il dio Ningirsu e il re Eannatum incalzano più grandi dei soldati, i volti sono stereotipati, privi di espressività, i corpi e le cose appaiono contemporaneamente di fronte e di profilo; tuttavia si tratta di un linguaggio personalizzato. È infatti personale la fisionomia della figura umana che, rispetto a quella egizia, risulta più tarchiata e greve, nonché il modo di narrare l’avvenimento bellico, con un inedito senso del dramma, assente nei modi egizi. Singolare è la maniera in cui l’artista ha reso l’idea della moltitudine. Nel frammento in cui appare la falange di Eannatum, dei soldati si vedono solo le teste emergere dalla barricata compatta fatta dai propri scudi. Sulla loro superficie, come se si trattasse di uno sfondo, compaiono, fra uno e l’altro, le mani armate di lance. A contarle si vede bene come non siano in relazione numerica con le teste: 48 mani per 9 teste sono troppe! Segno evidente che all’artista non interessa descrivere la realtà, ma semplicemente darne il senso. La forza di una moltitudine travolgente, la forza delle soldatesche di Eannatum che niente e nessuno può fermare, neanche i cadaveri dei nemici, sopra cui inarrestabili marciano, senza mostrare la minima pietà.

STENDARDO DI UR

British Museum, Londra
STENDARDO DI UR (2500 a.C.)
Legno intarsiato con lapislazzuli, conchiglie, calcare rosso; altezza cm. 92 – larghezza cm. 48

Lo stendardo di Ur è forse l’opera sumerica più nota. Risale al 2500 a.C. cioè all’epoca d’oro dell’Antico Regno Egizio, quando faraoni erano personaggi della statura di Cheope, Chefren e Micerino. Si tratta, lo dice la parola stessa, di un vessillo che veniva portato in processione durante cerimonie pubbliche, non si sa bene quali. Materialmente è costituito da due pannelli rettangolari collegati da altri due di raccordo trapezoidali, a formare nell’insieme un prisma a base trapezoidale-isoscele. Questo prisma durante le processioni doveva essere issato su un’asta, oggi perduta, fissata al centro della base rettangolare. Ogni pannello è realizzato intarsiando il legno con lapislazzuli, conchiglie e calcare rosso ed è suddiviso in tre fasce. Sui due principali vi è raffigurato il re, prima in guerra e poi in pace; il senso di lettura è dal basso verso l’alto e da sinistra verso destra.
Nel pannello con la guerra, a partire dalla striscia inferiore, si vedono allineati in fila indiana i carri da battaglia che incedono, i primi più lenti gli altri più veloci, travolgendo i corpi dei nemici trafitti dalle lance. È curioso notare come a trainare i carri ci siano degli asini e non dei cavalli. Come mai? È noto che il cavallo era sconosciuto alle popolazioni più antiche fino al II millennio a.C. quando gli Hittiti lo imporranno come macchina da guerra.
Nella striscia intermedia si vede la fanteria in avanzamento con le lance abbassate, elmo e mantello sulle spalle; più avanti loro commilitoni, tolto il mantello, sono già impegnati nel corpo a corpo con i nemici. Nella fascia superiore l’epilogo: il re, al centro, più grande di tutti gli altri, in testa ad un seguito di uomini formato da tre aiutanti, un nano e un auriga, riceve un drappello di soldati che conducono alla sua presenza un gruppo di prigionieri, effigiati nudi e con le mani legate dietro la schiena.
Nel pannello con la pace, sempre a partire dalla striscia più in basso, si vede una fila di contadini e servitori che portano sulle spalle il bottino di guerra, quindi, nella striscia intermedia altri messi che conducono alcuni animali domestici, vitelli, arieti e caproni, nonché pesci, per essere cucinati in vista del banchetto che si tiene nella fascia superiore. Qui, seduto, rivolto verso la sua corte, c’è il re che si intrattiene in affabile conversazione con gli altri convenuti, mentre un musico ed una cantante, all’estremità destra, pensano ad allietare il convito. Anche nell’intarsio, come si può ben notare, prevalgono i canoni tipici del linguaggio stilizzato levantino, a cui si va ad aggiungere il colore, giocato sul contrasto fra il blu cobalto del lapislazzuli di fondo con il bianco rosaceo delle figure.

OREFICERIA SUMERA

British Museum, Londra
IL MONTONE NEL ROSETO (2600 a.C.)
Legno, oro, argento, madreperla, lapislazzuli; altezza cm. 51

I Sumeri se la cavano bene anche con l’oreficeria. Autentico capolavoro è il montone appoggiato all’albero della vita, noto anche come il montone nel roseto, trovato ad Ur, nelle tombe reali. La cosa che colpisce di più in quest’opera è la naturalezza, insolita per quest’epoca, con cui è resa l’immagine del caprone, colto nel tipico atto di arrampicarsi sugli arbusti per brucarne le foglie. La cosa va senza dubbio messa in relazione al significato attribuito a questo soggetto, di cui ancora oggi se ne ignora il contenuto. Spiccano fra gli altri particolari il muso, estremamente espressivo, la resa del vello, l’eleganza e il realismo della posa, il raffinato gioco cromatico ottenuto dal sapiente accostamento dei diversi materiali preziosi con cui l’opera è stata realizzata.

SCULTURA ACCADICA: STELE DINARÂM SIN

Museo del Louvre, Parigi
STELE DI NARÂM SIN (2254/2218 a.C.)
Gres rosa, altezza mt. 2

Nel 3500 a.C. mentre a sud si consuma l’occupazione sumera a nord, ai confini con il deserto siro-arabico, si porta a termine un’altra occupazione, quella di una popolazione semitica che si va costituendo in stato di Akkad. Questa popolazione ci è nota col nome di Accadi.
Nel 2340 a.C. Šarrukīn, un funzionario di Akkad con un colpo di stato s’impadronisce del potere e si proclama re di Kiš. Come sovrano assume il nome di Sargon, che vuol dire “sovrano giusto”.
Sargon I è un monarca ambizioso: verrà ricordato come il “re delle quattro regioni del mondo”.
Forte del suo esercito invade la Mesopotamia del sud, pone fine al primo dominio sumero e da inizio al dominio accadico. Con Sargon I termina il periodo delle città stato e si instaura un nuovo periodo in cui c’è l’unificazione delle autonomie locali sotto un’unica autorità; con Sargon I finisce l’epoca dei sovrani umani e inizia l’epoca dei sovrani divini.
Nel 2270 a.C. sale sul trono Narâm Sin, nipote di Sargon I. Il suo regno dura quarant’anni, fino al 2230 a.C. Sarà il periodo di massimo splendore dell’impero accadico. Infatti dopo la sua morte, lotte dinastiche indeboliscono lo stato e ne decretano la fine. Cosa questa che avviene per opera dei draghi delle montagne, i Gutei, un popolo proveniente dalle zone montuose dell’Iran. In tutto il dominio accadico dura circa duecento anni.
Dal punto di vista artistico l’arte accadica riveste una particolare importanza poiché permette di conoscere i modi espressivi della prima civiltà semitica. In linea generale va subito precisato che la scarsa quantità di reperti non consente di avere un quadro preciso, tuttavia c’è da ritenere che gli Accadi riprendano l’arte sumera sottraendole il carattere ieratico rituale per apportargli una maggiore sensibilità naturalistica nonché scioltezza espressiva.
Del 2254/2218 a.C. è la stele di Narâm Sin, l’opera accadica più importante giunta fino a noi. La sua parte più cospicua fu rinvenuta nel 1898 dall’archeologo francese Jacques de Morgan (1857-1924) a Susa (l’odierna Shush, Iran), antica capitale degli Elamiti. Qui fu portata, molto probabilmente come trofeo di guerra, tra il 1170 ed il 1155 a.C., da Shutruk-Nakhunte I re dell’Elam.
La stele, catalogata dal Museo del Louvre come Stèle de victoire de Narâm-Sin, roi d’Akkad, celebra la vittoria del sovrano di Akkad sui Lullubiti, una popolazione ostile, rozza e nomade, stanziata sui Monti Zagros. Il re è al centro, da solo, armato di lancia ed arco, con la testa cinta dall’elmo completo di corna, simbolo di divinità. Il sovrano, paragonato a un dio, avanza impavido sui rilievi rocciosi dei Monti Zagros sbaragliando i nemici, che si trovano nella parte destra della composizione, in basso. Alcuni di essi sono trafitti, altri calpestati, altri ancora scaraventati giù dalla montagna; qualcuno invoca pietà. Nella parte sinistra c’è l’esercito accadico al seguito del re, formato da una schiera composta e ordinata di porta-vessilli e guerrieri in armi. Questi hanno tutti la testa alzata verso il proprio re/dio in segno di venerazione, ma il loro sguardo non è rivolto al sovrano, sembra piuttosto puntare la montagna, simboleggiata dalla figura conica o più probabilmente da qualcosa che si trova fuori della stele. In alto, al centro, si vedono due astri (probabilmente ce n’era un terzo), posti a significare l’appartenenza di Narâm Sin al piano celeste degli esseri supremi.

ARCHITETTURA NEOSUMERA: LE ZIQQURAT, MONTAGNE SACRE

Museo del Louvre, Parigi
GUDEA (ante 2100 a.C.)
Diorite, altezza cm. 62

Ur, Nasiriyah, Iraq
ZIQQURAT (2112/2094 a.C.)
Aspetto attuale e ricostruzione ideale
Mattoni, altezza mt. 15 – larghezza mt. 62,5 – profondità mt. 43

Nel 2150 a.C. ha fine il dominio accadico e inizia un nuovo dominio sumero. Gudea (2144 a.C. c. – 2124 a.C. c.), sconfigge i Gutei elamiti, diventando re di fatto di Lagaš, anche se non ufficialmente, dando inizio al secondo dominio sumero: l’epoca neosumerica. Di soggetti raffiguranti Gudea la scultura neosumerica è piena. Viene rappresentato in piedi, seduto, officiante, sempre in atteggiamento di preghiera. Non è il suo ritratto, ma la trasformazione in concetto universale ed eterno della carica di capo della comunità, guida spirituale del suo popolo.
Dopo duecento anni di predominio accadico l’arte del popolo delle teste nere è cambiata. Lo racconta come la costruzione che di questo periodo ne rappresenta lo spirito: La ziqqurat di Ur.
Della struttura si conoscono più versioni. Quella realizzata sotto il regno di Ur Nammu (2112–2094 a.C.) riprende l’antico tempio sumero ma lo fa più grande e più vicino alla forma piramidale. La ziqqurat di Ur è una scala per il cielo. Si presenta agli occhi del fedele come una immensa pendice artificiale; a nessuno è permesso salire, ma tutti sanno che lassù, ad intercedere per loro, tra cielo e terra, ci sono il re e il suo corpo sacerdotale. È davvero difficile comprendere quale effetto potesse avere la ziqqurat sull’uomo comune di 5.000 anni fa.
Sicuramente lo faceva sentire in balia di forze di gran lunga superiori a lui, forze contro cui poteva solo chiedere, implorare, non imporre, comandare. Ma tra la terra e il cielo c’erano sempre altri uomini, e questo fa la differenza. La ziqqurat di Ur viene innalzata dal 2113 a.C. al 2095 a.C. È il prototipo di molte altre costruzioni simili che rappresentano insieme ai palazzi reali e alle città la nota distintiva dell’architettura orientale. L’aspetto ricorda molto da vicino quello delle piramidi, in modo particolare quello della piramide a gradoni di Zoser, ma, come ho già avuto modo di dire, c’è una differenza fondamentale: le piramidi sono tombe, le ziqqurat sono templi. Differiscono dalle “cugine” anche per il materiale con cui sono costruite: mattoni cotti al sole non pietra. Dai “modesti” 25 metri della torre di Ur si passerà gradualmente ai 40, quindi ai 60 e ai 90 della torre più famosa di tutte, la torre di Babele.

SCULTURA BABILONESE: STELE DI HAMMURÀBI

Museo del Louvre, Parigi
STELE DI HAMMURÀBI (XVIII sec. a.C.)
particolare
Basalto, altezza dell’insieme mt. 2,25

Verso il 2000 a.C. si formano gli stati di Isin, Larsa e Babilonia. Nel 1950 a.C. con la caduta della terza dinastia di Ur ha fine il secondo dominio sumero. Intorno al 1800 a.C., dopo un lungo periodo di lotte per l’egemonia sulla Mesopotamia, Hammuràbi (1792-1750 a.C.) ne esce vincitore e da inizio al primo dominio babilonese. Hammuràbi è stato un sovrano babilonese, sesto re della I dinastia di Babilonia. Viene ricordato per aver unificato la Bassa Mesopotamia e soprattutto per aver promulgato una raccolta di leggi nota come codice di Hammuràbi, che rappresenta uno dei primi esempi di ordinamenti giudiziari scritti della storia. Dopo gli iniziali anni di regno si liberò della sudditanza assira e successivamente annesse le città di Mari, Larsa ed Eshnunna.
I primi babilonesi non sono estremamente originali. Da quel che è dato vedere nel bassorilievo della stele di Hammuràbi si conferma la linea generale seguita dall’impostazione accadica in cui la rigidità astratta sumerica è temperata dal naturalismo di origine semitica.
La pietra nera di Hammurabi, meglio conosciuta come stele di Hammurabi o anche stele del codice di Hammurabi, è un cippo iscritto, originariamente esposta a Sippar, antica capitale della Mesopotamia, all’interno del santuario dedicato al dio Šamaš (l’Utu dei Sumeri). Fu trasportata nel luogo del ritrovamento come bottino di guerra dall’esercito elamita. Dato che nella stessa Susa fu trovato un esemplare analogo, molto probabilmente si trattava di un’opera eseguita in serie, di cui esistevano numerose copie, poste agli angoli delle strade più importanti. L’esemplare del Louvre venne ritrovato nell’inverno 1901/1902, dall’archeologo francese Jacques de Morgan (1857-1924) a Susa, l’attuale Shush, nella regione di Khūzestān dell’Iran sud-occidentale. Sul recto si trova inciso in caratteri cuneiformi il codice legislativo voluto dal sovrano. È scritto in lingua accadica; fu tradotto dall’assiriologo Jean Vincent Scheil (1858-1940), membro della missione che riportò alla luce la stele, il quale in meno di un anno riuscì a decifrarlo e nel 1904 ne pubblicò la traduzione. Una copia del cippo si trova esposta al Pergamon Museum di Berlino.
La stele votiva è divisa in due parti. La parte inferiore riporta le 282 leggi che costituiscono il codice, la parte superiore, a forma di lunetta, presenta un bassorilievo che raffigura il re Hammurabi ritto in piedi, colto in un gesto di ossequio e sottomissione, di fronte al dio Šamaš. Il re indossa il caratteristico copricapo regale dei sovrani di Babilonia e di Ur e una veste semplice che lascia scoperta la spalla destra. Il sovrano riceve dal dio un bastone e una fune, simboli di approvazione delle leggi e del potere regale. Il dio indossa una veste a balze, ha il volto enfatizzato da una lunga barba, i suoi piedi sono appoggiati su una serie di scaglie che probabilmente alludono alle montagne babilonesi, sede originaria del Sole, qui sintetizzato mediante la raffigurazione di raggi che si effondono da dietro le sue spalle. Sulla testa porta la tipica tiara distintiva delle divinità, foggiata a cono, adornata da quattro paia di corna taurine. Il loro numero determina la rilevanza del dio: quattro paia indicano la massima importanza. Šamaš è l’antico dio mesopotamico del Sole, venerato anche come dio della verità, della giustizia e della moralità. He was the son of Nanna and the twin brother of Inanna. Era figlio di Nannar e fratello gemello di Ištar (Inanna). and to aid mortals in distress.Si credeva che il dio Sole vedesse tutte le cose che accadono durante il giorno e aiutasse i mortali in difficoltà. Alongside his sister Inanna, Utu was the enforcer of divine justice.Insieme a sua sorella era l’esecutore della giustizia divina.

PITTURA BABILONESE

Museo del Louvre, Parigi
SCENA SACRIFICALE (1800 a.C.)
Pittura su gesso, altezza cm. 80 – larghezza cm. 135

Benché Babilonia fosse la città più potente della regione non è la sola a vantare le più importanti creazioni artistiche dell’epoca; al pari di essa c’è Mari, città uscita sconfitta dalla lotta per la supremazia territoriale. Molto importanti sono le pitture murali del palazzo reale risalenti al 1800 a.C. In questi pseudo-affreschi è possibile riscontrare alcuni elementi stilistici che rappresentano una netta differenziazione nell’indirizzo prevalentemente rituale e astratto, tipico della cultura figurativa sumerica. Nei frammenti di scene sacrificali che si trovavano all’interno delle sale del palazzo reale è possibile notare fra il persistere di elementi canonici, come la grandezza gerarchica e l’unità quadridimensionale, la personalizzazione dei volti e la freschezza narrativa, motivi che mettono in rilievo una certa tendenza a umanizzare le immagini religiose, tendenza di derivazione semitica. In queste pitture si è parlato di una possibile influenza minoica sulla cultura figurativa mesopotamica. Se così fosse sarebbe da riconsiderare il rapporto di dipendenza fra le due culture protostoriche.

ARCHITETTURA ASSIRA: PALAZZO DI SARGON II

PALAZZO DI SARGON II (713-706 a.C.)
Ricostruzione ideale di Chorsābād

Nel 1530 Gandaš (1530-1514 a.C.), re dei Cassiti, popolo di montanari degli Zagros meridionali, invade la bassa Mesopotamia, si insedia a Babilonia e mette fine al primo impero babilonese. Nel 1155 a.C., dopo quattrocento anni circa, la Babilonia cassita passa agli Elamiti, popolo delle pianure poste alle pendici sud-orientali degli Zagros. Mentre al sud succede tutto questo, al nord comincia a farsi avanti una nuova potenza, quella degli Assiri. L’inizio per gli Assiri è difficile, devono fare i conti con le ripetute invasioni degli Hurriti, barbari provenienti dagli altopiani dell’Anatolia; ma poi, grazie all’alleanza con l’Egitto di Amenofi III, si riprendono, e si riprendono talmente bene che presto dalla difesa passano all’attacco. Con Tukulti Ninurta I (1243-1207 a.C.) arrivano a dominare tutta l’Asia Anteriore, e con Tiglatpileser I l’intera area del Medio e Vicino Oriente. Il vero periodo d’oro assiro giunge però con l’incoronazione di Sargon II, avvenuta nel 722 a.C. Col dominio arriva anche la ricchezza; con la ricchezza le città si fanno più grandi e più belle. Fra le maggiori di esse ci sono, oltre ad Assur, Ninive, Nimrud e Chorsābād.
Nel 713 a.C., a Chorsābād (Dūr Šarrukīn all’epoca), Sargon II si fa costruire il proprio palazzo a tempo di record; nel 707 è già finito. Se lo godrà per poco però, solo quattro anni; ma che anni!
Il termine palazzo non deve trarre in inganno. In realtà non si tratta di un’unità plurifamiliare formata da singoli appartamenti, ma di una cittadella fortificata di 20 ettari, che si erge all’interno di un’altra città di 300 ettari, anch’essa fortificata. All’esterno, sconfinato, si stende l’hinterland urbano. Intanto con l’impero assiro si passa l’Età del Bronzo e si entra in quella del Ferro.

STRUTTURA DEL PALAZZO

Il palazzo reale di Chorsābād ha una conformazione rettangolare. In sostanza si tratta di una serie di ambienti organizzati intorno ad ampi cortili; l’esposizione è secondo l’asse sud-est/nord-ovest. Al palazzo si accede per un portale archivoltato, incorniciato da due torrioni merlati prismatici, ingentiliti da doppie aperture tripartite. Alla base, formata da due piedritti di 4 mt. di altezza ciascuno, allocano otto giganteschi tori androcefali, cioè con testa umana, che fanno la guardia all’ingresso; in mezzo a loro è la figura in doppia versione dell’eroe Gilgameš. Passato il portale ci si trova in un cortile dalle misure di uno stadio di calcio, mt. 110 x 61, circondato da saloni dalle pareti decorate da bassorilievi raffiguranti cacce e battaglie. A destra si svolge il quartiere dei servi; dalla parte opposta si apre invece il quartiere delle donne, dove trova largo impiego l’arco assiro, caratterizzato dalla mancanza del concio centrale, la cosiddetta chiave dell’arco, dunque diverso da quello occidentale etrusco, in cui il concio è presente e ben visibile. Procedendo in direzione nord-ovest si passa in un secondo cortilone, disposto però diversamente rispetto al cortile quadrato, cioè parallelamente all’asse principale della cittadella, il cosiddetto cortile oblungo. Intorno, a sinistra del cortile oblungo, si aprono gli appartamenti reali, fastosamente decorati. Alle spalle di questi si erge la ziqqurat. La ziqqurat di Chorsābād è formata da sette terrazze sovrapposte con le superfici che vanno diminuendo man mano che si va salendo dalla base verso la sommità.

ARCHITETTURA NEOBABILONESE: TORRE DI BABELE

RICOSTRUZIONE IDEALE DELLA CITTÀ DI BABILONIA (da L. Laroche)
Pergamon Museum, Berlino
PORTA DI IŠTAR (604/562 a.C.)
Mattoni smaltati, altezza mt. 15

Pergamon Museum, Berlino
DRAGO CON TESTA DI SERPENTE (604/562 a.C.)
Particolare della decorazione della porta di Ištar
Mattoni smaltati, altezza mt. 1,09 – larghezza mt. 1,25

Con Assurbanipal (668-626 a.C.) si conclude la fase espansionistica dell’impero assiro; dopo di lui è il declino: fulminante! A lui si devono numerose opere, fra cui il palazzo di Ninive, divenuta all’epoca di Sennacherib (705-681 a.C.) la prima città dell’impero. A testimonianza di questo palazzo restano i prodigiosi bassorilievi con la caccia al leone.
Nel 612 a.C. un generale caldeo, Nabopolassar, sale al potere decretando la caduta dell’impero assiro e dando inizio ad un secondo dominio babilonese. Suo figlio Nabuccodonosor II completa l’opera di conquista intrapresa dal padre e fa di Babilonia la città più bella dell’antichità. Dentro le mura della cittadella fa innalzare la torre di Babele, la ziqqurat più imponente mai costruita.
La Babilonia di Nabuccodonosor, la biblica Babele, era una città da sogno. Bisogna far ricorso a tutta la propria capacità d’immaginazione per poter quanto meno lontanamente avere un’idea di come potesse essere; ma anche una città da sogno come lei oggi non è che sabbia nel deserto.
La nuova Babele viene edificata fra il 605 e il 562 a.C. La città è cinta da una doppia muraglia fittamente turrita. Al suo interno si accede attraverso nove porte monumentali, ognuna delle quali dedicata ad una divinità. Di queste ne sono state rinvenute solo quattro di cui la più bella è senz’altro quella di Ištar, dal colore blu del mare. Il suo aspetto risulta particolarmente brillante per via delle mattonelle verniciate e invetriate usate per rivestirla. Una volta oltrepassata la porta, il viale processionale che attraversa la città ci porta a ridosso del muraglione esterno del padiglione regio, volgendo poi lo sguardo in alto ci si può immaginare di vedere i giardini pensili, ritenuti una delle sette meraviglie del mondo antico. Procedendo oltre ci si fa incontro la torre di Babele.

Pergamon Museum, Berlino
TORRE DI BABELE (604/562 a.C.)
Ricostruzione ipotetica (da Theodor Dombart 1930)
Mattoni smaltati, mt. 91,66 x 91,52 x altezza mt. 90

La torre di Babele è menzionata nel libro della Genesi, al capo 11, versi 1-9: «La terra aveva una sola favella e uno stesso linguaggio. E partendosi dall’oriente gli uomini, trovarono una campagna nella terra di Sennaar, e vi abitarono. E dissero tra loro: Andiamo, facciamo de’ mattoni, e li cuociamo col fuoco. E si valsero di mattoni in cambio di sassi, e di bitume invece di calcina. E dissero: Venite, facciamoci una città e una torre, di cui la cima arrivi fino al cielo: e illustriamo il nostro nome prima di andar divisi per tutta quanta la terra. Ma il Signore discese a vedere la città e la torre, che fabbricavano i figliuoli di Adamo. E disse: Ecco che questo è un sol popolo, ed hanno tutti la stessa lingua; ed han principiato a far tal cosa, e non desisteranno da’ lor disegni, fino che li abbian difatto condotti a termine. Venite adunque, scendiamo e confondiamo il loro linguaggio, sicché l’uno non capisca il parlare dell’altro. E per tal modo li disperse il Signore da quel luogo per tutti i paesi, e lasciarono da parte la fabbrica della città. E quindi a questa fu dato il nome di Babel, perché ivi fu confuso il linguaggio di tutta la terra, e di là il Signore li disperse per tutte quante le regioni»
Della biblica torre di Babele oggi non rimane nulla, resta solo un montarozzo di terra quadrato, circondato da una marana, sito in località Al-Ḥilla, una città dell’Iraq centrale posta sulla riva destra dell’Eufrate, 100 km. a sud di Baghdad. Niente lascia supporre che da questa pozzanghera, un tempo si ergesse una gigantesca costruzione, tanto alta da “avvicinare pericolosamente i comuni mortali a Dio”. Tutto quello che si sa oggi sulla sua storia, forma e dimensioni lo si deve alle informazioni ricavate da antiche descrizioni, fra cui quella che ne fa Erodoto (484–426 a.C. Storie I, 181), dandola come esistente ancora ai suoi tempi (460 a.C.), anche se egli non la visitò mai, dai dati forniti dalla cosiddetta tavoletta di Esagila e dagli scavi archeologici intrapresi nel corso degli ultimi due secoli. Stando a questo materiale risulta veritiero che la torre fu distrutta, ricostruita e restaurata più volte nel corso della sua storia. Scarseggiando una documentazione dettagliata, quello che si sa sul suo conto rimane ancora confinato al campo delle ipotesi.
La leggendaria opera architettonica viene identificata dalla maggior parte degli studiosi con l’Etemenanki, la principale ziggurat di Babilonia, citata nel poema sumerico Enmerkar e il signore di Aratta. L’Etemenanki, ovvero la “casa del fondamento del cielo e della terra” dovrebbe esser stata una ziqqurat dai caratteri un po’ diversi da quelli delle torri precedenti. Era costituita da sei terrazzamenti a pianta pressoché quadrata, ma al contrario di quelli che si trovavano negli altri impianti i primi due erano enormi, mentre gli altri quattro, come da copione, andavano rimpiccolendosi man mano che salivano verso il tempio che sorgeva sulla sommità. I primi due livelli venivano superati da una gigantesca scalinata, ripidissima, che saliva senza interruzioni quasi a 45 gradi; la fiancheggiavano una coppia di doppie rampe che formavano una specie di “x” sulla facciata del lato principale, larghe circa mt. 6. L’altezza dei singoli piani era variabile: il primo piano correva a 33 mt. di quota dal suolo, l’ultimo si ergeva dal penultimo di 15 mt.; i gradini delle scale avevano una pedata di cm. 34 per un’alzata di cm. 17. Era rivestita di mattoni invetriati, bruni nella parte basamentale e nei terrazzi superiori, blu nella casa della divinità. Intorno era recintata da una bastionata dalle misure ragguardevoli: più di 400 mt. per ognuno dei quattro lati. Sebbene le dimensioni fossero notevoli, non si giustifica del tutto il racconto biblico che la vuole alta fino al cielo, tanto da indurre il Signore a punire l’umanità con l’incomunicabilità delle lingue per il suo smisurato orgoglio.
La prima versione della torre fu commissionata da Hammurabi nel II millennio a.C. Alla ripresa del dominio assiro, nel 689 a.C., Sennacherib (705-681 a.C.) l’avrebbe rasa al suolo, insieme ad altri monumenti, nel tentativo di distruggere definitivamente la città di Babilonia. Suo figlio Esarhaddon (681-669 a.C.) ricostruì l’edificio, come fece anche il suo successore Assurbanipal (668–628 a.C.). Alla fine del VII secolo a.C. il re caldeo Nabopolassar (626–605 a.C.) ne intraprese il restauro, che non riuscì però a concludere. Il lavoro fu ripreso e portato a termine dal figlio Nabucodonosor II (604-562 a.C.), grazie ai proventi delle sue conquiste in Assiria. Dopo di allora fu riparata e rifatta molte volte fino all’epoca di Alessandro Magno.
Nei suoi scritti Erodoto narra che sulla sommità della ziqqurat si trovava un letto perché il dio si unisse con le sacerdotesse. Sempre nell’edificio centrale era conservato anche il letto delle nozze sacre, di due metri di lato per poco più del doppio. Per lo storiografo greco Diodoro Siculo (90–30 a.C.): «…i Caldei facevano le loro osservazioni sulle stelle, le cui apparizioni e sparizioni potevano essere seguite attentamente grazie all’altezza della costruzione…».
All’inizio dell’Ottocento si credette che le alte terrazze sulle quali si ergevano i templi avessero come unico scopo quello di proteggere sia gli uomini che gli dèi dal pericolo delle inondazioni, dalle nubi di insetti e dai venti caldi che infuocavano le regioni mesopotamiche. Con più fondamento, alcuni archeologi dell’inizio del secolo scorso misero in relazione le ziqqurat con i riti funebri, non solo per la loro analogia formale con le piramidi, ma in accordo con alcuni testi classici e babilonesi. Infatti il geografo greco Strabone affermava, senza ombra di dubbio, che l’Etemenanki di Babilonia era la tomba di Belo, mitico re babilonese, mentre alcuni testi cuneiformi collegano, seppure in maniera molto confusa, le ziqqurat con il concetto di sepolcro.
Altri archeologi hanno voluto vedere in questa costruzione un microcosmo che sarebbe derivato dalla disposizione dei pianeti, con ciascun piano consacrato ad uno di essi e dipinto con il corrispondente colore simbolico. Altri ancora, insieme ad alcuni architetti, tra cui l’inglese William Richard Lethaby (1857 – 1931), sostennero che la ziqqurat era una specie di montagna sulla cui cima veniva intronizzata la divinità perché governasse il mondo. Walter Andrae (1875-1956), archeologo, allievo di Robert Koldewey (1855–1925), giunse alla conclusione che l’Etemenanki, prima di essere una torre, doveva essere stata un grandioso basamento per sostenere il santuario vero e proprio collocato sulla sua sommità; in esso abitava la divinità che, in ogni momento, poteva scendere nei templi situati ai suoi piedi. Il grande archeologo ed egittologo olandese Henri Frankfort (1897–1954) sosteneva che la ziqqurat era una, e forse la più significativa, delle tante simbolizzazioni della montagna sacra, ritenuta centro ed asse del mondo. La ziqqurat sarebbe una porta aperta verso il cielo, una ricerca del divino che, come nelle cattedrali gotiche, si manifesta attraverso il principio dell’ascensionalità.
Fra gli studiosi c’è oggi chi mette in dubbio che la torre di Babele si trovasse a Babilonia. Infatti alcuni ricercatori moderni, in linea con David Rohl, egittologo inglese, hanno ipotizzato che Babele non fosse Babilonia, ma Eridu, di conseguenza che la famigerata torre non si trovasse nella favolosa capitale dell’impero babilonese, bensì nell’antica città sumera. Le ragioni di una tale ipotesi sono che: «…le rovine della ziggurat di Eridu sono ben più grandi e più antiche di tutte le altre e sembrano coincidere bene con la descrizione biblica dell’incompleta torre di Babele; un nome di Eridu nei logogrammi cuneiformi viene pronunciato “Nun.Ki” (il luogo potente) in sumerico, ma molto più tardi lo stesso “Nun.Ki” venne inteso ad indicare la città di Babilonia; la più recente versione greca della Lista dei re di Beroso (200 a.C. c.) indica, nelle prime versioni, Babilonia, al posto di Eridu, come la più antica città in cui “la regalità calò dal cielo”».
La mancanza di dati verificabili contribuisce a mantenere la famigerata torre nel mito e favorisce la fioritura delle più svariate congetture. La torre di Babele continua ad essere un enigma archeologico e un simbolo dell’architettura.

ARCHITETTURA PERSIANA: PALAZZO DI DARIO

Persepoli, Shiraz, Iran
PALAZZO DI DARIO (521/486 a.C.)
Mattoni e pietra

Persepoli, Shiraz, Iran
SCALEA MONUMENTALE (521/486 a.C.)
Pietra

Nel 539 a.C. ha fine anche il secondo dominio babilonese. A metterci una pietra sopra tocca questa volta ai Persiani. Il re che li guida è Ciro II detto il grande (559–529 a.C.), appartenente alla dinastia degli Achemènidi; è lui il fondatore dell’impero persiano.
I Persiani sono una delle tante tribù indoeuropee provenienti dall’Asia centrale, immigrate da tempo immemore (II millennio) sull’altopiano iranico. Col tempo prevalgono su tutte le altre tribù e occupano l’intera parte meridionale dell’attuale Iran. All’inizio subiscono il dominio dei Medi, l’altra tribù che era riuscita ad imporsi nella regione e si era impossessata della parte settentrionale dell’altopiano, ma Ciro si ribella all’egemonia media, assoggetta il dominatore, unifica i due popoli e, visto che è in armi, avvia la fase di espansione verso Occidente. Morto Ciro i suoi successori ne proseguono la politica imperialista. Il figlio Cambise II (529–522 a.C.) s’impadronisce dell’Egitto; Dario I (521-486 a.C.) arriva in India e nei Balcani, fino ai confini con la Grecia. Ed è proprio per mano dei Greci che l’espansionismo senza fine dei Persiani subisce la prima battuta d’arresto. Con loro comincia la fase di stallo; quindi Alessandro Magno (356–323 a.C.) nel 331 a.C. scrive la parola fine alla loro storia.
Quella persiana è una civiltà diversa da tutte le altre. Infatti non si sviluppa in regioni fertili al centro delle quali scorrono grandi fiumi, al contrario si sviluppa in una regione meno favorita, sia per quanto riguarda il suolo che il clima.
Dal punto di vista artistico i Persiani non sono molto originali. Il palazzo di Dario, costruito a Persepoli sotto il suo regno, armonizza elementi di origine mesopotamica con elementi di origine egizia. Dalla Mesopotamia gli proviene la monumentalità e la struttura a terrazze, mentre dall’Egitto gli provengono le sale a colonne. Una di queste, l’apadana, dedicata alle udienze, ricorda le grandi sale ipostile dei templi egizi.
La cultura figurativa risulta fortemente tributaria di quella assiro-babilonese. Nel basamento della residenza reale si dispone una doppia fila di guardie in alta tenuta, che incede con passo appena scandito, come in una solenne processione, verso il centro del fregio. Le figure sono immobili, inespressive, effigiate di profilo, tutte uguali, lo sfondo è piatto e vuoto, le dimensioni grandiose.
L’estrema rigidezza del bassorilievo sicuramente era riscattata dal colore che compatto ne ravvivava la superficie.

Museodel Louvre, Parigi
FREGIO CON ARCIERI DELLA GUARDIA REALE (521/486 sec. a.C.)
Piastrelle smaltate, altezza mt. 1,38

Che la sensibilità persiana fosse soprattutto cromatica è possibile stabilirlo guardando al fregio che raffigura gli arcieri della guardia reale. Questo, fatto con piastrelle smaltate, più che puntare sulle forme, punta sulla vibrazione cromatica delle superfici. Ne risulta un’immagine trascendente, incorporea, ultraterrena: sarà così ogni volta che il potere si vorrà mostrare simile alla divinità.
In effetti il re persiano è molto vicino a un dio: a lui tutto è permesso. Nonostante il potere assoluto, egli ha il dovere di essere virtuoso, dimostrandolo sia ai nobili con l’audacia delle imprese, che ai sudditi con l’azione protettiva nei confronti dei più deboli.


Bibliografia arte mesopotamica

Friedrich Wetzel & Franz Heinrich Weissbach, Das Hauptheiligtum des Marduk in Babylon (Il santuario principale di Marduk in Babilonia, Esagila ed Etemenanki). Pubblicazioni scientifiche della Società dell’Oriente tedesco Vol. 59, Lipsia, editore sconosciuto, in La tour de Babel, 1938

Monsignor Antonio Martini, revisione di Monsignor Luigi Nazari di Calabiana, La sacra Bibbia – traduzione dalla Volgata, Fabbri Editori S.p.A., Milano, edizione 1980

Joan Oates, Babilonia ascesa e decadenza di un impero, paperbacks civiltà scomparse newton compton editori, 1984

Mario Liverani, Antico Oriente, Laterza, Roma-Bari 1988

Storia universale dell’arte – le prime civiltà – la preistoria l’Egitto e il Vicino Oriente, Istituto geografico De Agostini, Edizione reprint 1990

Piero Adorno, L’arte italiana – volume primo – tomo primo – Dalla preistoria all’arte paleocristiana, Casa editrice G. D’Anna, Nuova edizione 1992

Jeremy Black, Anthony Green, Gods, Demons and Symbols of Ancient Mesopotamia: An Illustrated Dictionary, British Museum, 1992

Joachim Marzahn, La Porta di Ištar di Babilonia – La strada processionale – La festa Babilonese di inizio d’anno, Staatliche Museen zu Berlin – Museo dell’Asia anteriore, Casa editrice Philipp von Zabern Mainz, 1993

Pierluigi De Vecchi, Elda Cerchiari, Arte nel tempo – Dalla Preistoria al Medievo, Bompiani/per le scuole superiori, ristampa 1995

Jacques Vicari, La tour de Babel, 2000

Frances Pinnock, Lineamenti di storia dell’arte e archeologia del Vicino Oriente antico, Parma 2004, pag. 158 fig. 187

Stefano Seminara, Immortalità dei simboli, Bompiani, Milano 2006, pagg. 113-115