ATLANTIDI, PELASGI, GIGANTI
ARCHITETTURA MEGALITICA
L’ARCHITETTURA MEGALITICA IN SARDEGNA
I NURAGHI
I MEGALITI DELLA TUSCIA TOSCO-LAZIALE
I MEGALITI IN PUGLIA, CALABRIA E VAL D’AOSTA
MURA CICLOPICHE DI ALATRI
SCULTURA MEGALITICA


ATLANTIDI, PELASGI, GIGANTI

Arzachena, Sassari
COMPLESSI MEGALITICI DI “LI MURI” (IV/III millennio a.C.)

Li Muri, Arzachena, Sassari
CIRCOLI DOLMENICI (IV/III millennio a.C.)
Diametri da mt. 5,30 a mt. 8,50

Fatta la conoscenza dei più noti monumenti megalitici lasciamo l’Atlantico e dirigiamoci verso la penisola italica, dove vedremo a che punto era lo sviluppo della cultura delle grandi pietre nel Belpaese. Prima di far visita ai resti del patrimonio artistico del periodo neolitico e protostorico della penisola però è necessaria una premessa a chiarimento della situazione storica etnografica.
Con il termine di arte megalitica ci s’intende riferire a tutte quelle opere di arte antica in cui ci si è serviti di grandi pietre per esprimere i valori estetici propri di un’epoca. Così l’architettura megalitica si è avvalsa di grandi pietre per realizzare strutture architettoniche di considerevole mole, mentre la scultura ha dato forma ai grandi massi per creare le prime statue della storia.
È considerata architettura megalitica edificazioni come i menhir, i dolmen, i cromlech e le mura ciclopiche. Le prime tre appartengono cronologicamente al tardo Neolitico (V/I millennio a.C.), le seconde alla medio/tarda Età del Bronzo (II/I millennio a.C.). I primi sono opera di culture sviluppatesi nell’Europa occidentale, le seconde sono frutto di civiltà fiorite nel Vicino Oriente; in entrambe i casi manca la certezza riguardo l’identità degli artefici. Sull’attribuzione della paternità, gli accademici si dividono in due correnti: una filo autoctona, che vede gli autori appartenenti a culture locali, e l’altra filo alloctona che vede gli autori appartenenti a culture provenienti dall’esterno. Fanno parte della seconda corrente alcuni studiosi che identificano in queste culture esterne la civiltà atlantidea, nel caso dei menhir, dolmen e cromlech, e la cultura pelasgica nel caso delle mura ciclopiche.
Atlantidi e Pelasgi sono due etnie distinte tanto per origine che per epoca. Gli Atlantidi sono originari della fantomatica Atlantide, continente scomparso nel 10500 a.C. dal centro dell’Oceano Atlantico, dove sorgeva e prosperava, a causa di uno sprofondamento catastrofico improvviso; i Pelasgi, popoli del mare, definiti divini da Omero, non sono mai stati identificati con una sola etnia, ma variamente considerati appartenenti a diverse popolazioni che a partire dal 2000 a.C. hanno solcato le acque del Mar Mediterraneo. Tuttavia, pur stanti le nette differenze, Atlantidi e Pelasgi presentano innegabili analogie. Infatti entrambi sono popoli esperti nella navigazione, entrambi sono possessori di tecniche edificatorie che utilizzano grandi pietre a secco, entrambi vengono definiti “giganti”. Queste coincidenze hanno generato in qualche autore la tentazione di collegare per via generazionale i Pelasgi agli Atlantidi, ritenendo i primi discendenti dei secondi, o quantomeno discepoli, custodi di un sapere edificatorio al di fuori del proprio tempo.

ARCHITETTURA MEGALITICA

Secondo la cultura ufficiale la civiltà ha origine in Oriente, di qui si propaga in Occidente passando per due vie principali, l’Ellesponto e il Mediterraneo. I popoli che scelgono il mare per migrare in terre vergini finiscono per trovare nel mare la loro stessa ragione di vita. Nasce così la talassocrazia, cioè il potere dei padroni del mare: i minossi, i druidi, i lucumoni non furono altro che i vertici di un potere incentrato sul dominio delle rotte marittime. Solcando le acque del Mare Nostrum queste popolazioni si spingono fino ai confini occidentali recando con sé le culture d’origine. Le culture di questi popoli del mare, che Omero definì “divini Pelasgi”, sono di base culture agricole-pastorali, ma dell’Età del Bronzo, dedite alla lavorazione del metallo e agli scambi commerciali. Sono queste popolazioni che giungono dal mare a spingere i paesi più arretrati a fare un passo avanti nell’evoluzione storica e a portarli fuori dal Neolitico; sono queste popolazioni ad aprire loro la strada della metallurgia e a indurle a scambiare i metalli preziosi con i prodotti finiti dell’artigianato orientale. E come è sempre accaduto gli scambi commerciali portano con sé non solo scali e empori, ma anche cultura.
Questi popoli del mare sono grandi edificatori di mura, per realizzare le quali si servono di massi enormi sbozzati, messi in opera “a secco”, senza bisogno di leganti. La poderosità di queste strutture è davvero sorprendente per cui verrebbe istintivo pensare come gli antichi che a metterle su siano stati dei giganti: di qui il termine “mura ciclopiche” con cui sono universalmente note. Per la scienza con questo appellativo gli antichi volevano indicare degli esseri dotati di grandi capacità. Infatti è tesi ormai universalmente condivisa che il termine “giganti” non va interpretato nel senso letterale della parola, bensì in senso metaforico; con questa parola non ci si intende riferire ad esseri giganteschi fisicamente, ma ad esseri dalle elevate capacità intellettive e cognitive. Al loro arrivo in Italia i “giganti” Pelasgi trovarono le costruzioni megalitiche di altri “giganti”, fatte di pochi, grossi macigni giustapposti, ma non le distrussero, anzi cercarono in molti casi una continuità fra quelle edificazioni e le loro, fatte ugualmente di grandi blocchi di pietra, ma messe in opera in numero assai superiore e sovrapposti a formare assiti ordinati. Si assiste così, e proprio in Italia, alla compresenza di strutture affini, aventi in comune il fatto di essere realizzate con grandi pietre assemblate senza l’utilizzo della malta e di essere state il lavoro di “giganti”.

L’ARCHITETTURA MEGALITICA IN SARDEGNA

Tra la fine dell’epoca neolitica e l’inizio della protostoria i costruttori di megaliti hanno abitato anche da noi. A testimonianza di quel periodo ci sono i resti litici di Valle d’Aosta, Lazio, Toscana, Abruzzo, Puglia, Calabria Sicilia e Sardegna. Sono le testimonianze delle nostre culture più antiche, stanziatesi nella penisola e nelle isole prima ancora degli invasori indoeuropei. Anche per le opere italiche ci sono due linee di ricerca che propendono l’una per l’attribuzione dei mega-manufatti a genti del posto, l’altra a genti provenienti da Atlantide.
La Sardegna è la regione d’Italia più ricca di monumenti megalitici: ne vengono stimati oltre una decina di migliaia; è il luogo dove la continuità fra Atlantidi e popoli del mare si rende più sensibile che altrove. L’isola risulta frequentata già dal V millennio a.C. e vanta una vasta cultura megalitica. Davvero nutrito risulta l’elenco dei manufatti neolitici che caratterizzano il suo paesaggio.
A partire dal IV millennio la presenza degli Atlantidi si fa tattile: è attestata da numerose fonti che riferiscono di scheletri appartenenti a individui fuori misura (gli Atlantidi erano giganti). Antiche tradizioni locali narrano di un popolo misterioso venuto dal mare che erigeva grandi pietre e adorava la Madre Terra. Queste genti lasciarono molti manufatti megalitici: menhir, dolmen, cromlech, tombe, pozzi sacri e pietre istoriate. Fra tutti, i più impressionanti sono le tombe dei giganti di Coddu Vecchio e Li Lolghi, entrambe ad Arzachena, nonché i circoli dolmenici di Li Muri.
A Li Muri, in una necropoli tardo-neolitica, si trovano quattro circoli dolmenici, i monumenti più singolari che è dato rinvenire in tutta l’isola. Si tratta di tracciati anulari fatti di lastre litiche infilate a coltello nel nudo terreno. Sono autentiche “installazioni” realizzate intorno ai tremila anni prima di Cristo. Al centro di ciascun anello è posta una cella sepolcrale di tipo dolmenico. Fra il circolo periferico e la cella si dispongono altri massi, più piccoli, a formare altri anelli concentrici che si intersecano fra loro. Molto probabilmente, in origine essi formavano gli elementi di supporto del tumulo che verosimilmente doveva ricoprire l’intera struttura. In questo modo la tomba veniva ad assumere l’aspetto di un cumulo di terra rotondeggiante.

Coddu Vecchiu, Arzachena, Sassari
TOMBA DEI GIGANTI (III/II millennio a.C.)

La relazione fra i “giganti” Sardi (i Sardi sono annoverati fra i popoli del mare) e Atlantidi si esplicita nelle tombe di Coddu Vecchiu e di Li Lolghi. In esse infatti si vede bene come abbiano lavorato più generazioni di costruttori appartenute a diverse popolazioni, in diverse epoche.
A Coddu Vecchiu la cella dolmenica a corridoio risale alla metà del III millennio a.C., mentre l’esedra con la stele centrale e l’anticamera di raccordo con la cella risalgono alla metà del II millennio a.C.; a Li Lolghi la parte posteriore a forma di cista litica risale ai secoli iniziali del II millennio a.C., mentre l’esedra con la stele è opera dei nuragici attivi alla metà del II millennio come nell’altra tomba. Ora la cosa straordinaria di queste gigantesche sepolture è la perfetta integrazione fra le parti messe in opera in tempi successivi, come se ognuna di esse fosse stata gestita da un unico artefice; cioè si è in presenza di una sorta di continuità programmatica con il preesistente, indirizzata ad ottenere un prodotto finito perfettamente unitario. Questa sorprendente compenetrazione fra interventi lontani millenni non sembra essere un’eccezione in Sardegna, bensì la regola; gli stessi nuraghi formano un paesaggio unitario con pozzi sacri e circoli megalitici.
Della funzione delle monumentali tombe dei Giganti ne parla Aristotele, il quale afferma che «… furono erette per officiarvi il culto degli antenati, il culto solare e per beneficiare del potere del luogo, tramite pratiche e rituali di guarigione».

I NURAGHI

Villaggio nuragico di Su Nuraxi, Barumini, Sud Sardegna
NURAGHE CENTRALE (II millennio a.C.)
Altezza mt. 14,10 – larghezza mt. 10

L’isola è nota per essere disseminata di grandi resti turriti in pietra chiamati nuraghi; sull’intero territorio se ne contano circa 7.000, corrispondenti ad una densità media di 0,27 per km², ma si calcola che ce ne siano non meno di 10.000.
Come struttura il nuraghe ricorda molto da vicino la tholos egea, una poderosa costruzione fatta di blocchi litici, dalle mura perimetrali spessissime, che racchiudono un ambiente ogivale assai ristretto. La sola differenza sostanziale con la pseudo-cupola egea è rappresentata dalla presenza, in molti casi, di due piani sovrapposti, anziché un unico grande spazio ogivale. La particolare forma è dovuta alla tecnica di costruzione ad “aggetto” della thòlos, una tecnica che prevede solide fondazioni con grossi blocchi di pietra squadrati e sovrapposti a secco, in maniera circolare, senza utilizzo di leganti e tenuti insieme dal loro stesso peso. Man mano che si procede in altezza, i filari disposti in opera isodoma si restringono progressivamente fino a chiudersi all’apice della volta. Con la riduzione del diametro degli anelli di pietre diminuisce anche la proporzione dei massi, sempre più piccoli e meglio lavorati. In genere venivano innalzati due circoli murari concentrici, e l’interstizio che ne risultava veniva riempito di pietrame.
I primi nuraghi furono edificati intorno al 1800 a.C. Il maggior sviluppo si ebbe intorno al 1500 a.C./1100 a.C., durante la tarda Età del Bronzo. Dal 900 a.C. in poi, nell’Età del Ferro, l’edificazione cessò e le vecchie costruzioni vennero ristrutturate e riadattate, forse come luoghi di culto. L’intera parabola della cultura nuragica si suddivide in 5 periodi. Nel Nuragico I (1800/1400 a.C.) si ha l’edificazione dei primi protonuraghi. Nel Nuragico II (1400/1200 a.C.) fa la sua comparsa il nuraghe a thòlos. Nel Nuragico III (1200/900 a.C.) al singolo nuraghe già esistente, si addossano altre torri e corpi di fabbrica, raccordate da cortine murarie per formare un vero e proprio bastione turrito. Nel Nuragico IV (900/500 a.C.) i nuraghi complessi si evolvono ulteriormente e i villaggi aumentano di dimensioni. Nel Nuragico V (dal 500 a.C. all’invasione romana), nasce la resistenza sarda contro l’invasione, prima dei Cartaginesi, e poi dei Romani.
I nuraghi monotorre a thòlos sono i classici nuraghi e rappresentano la quasi totalità dei nuraghi della Sardegna. La torre, di forma tronco-conica, ospita al proprio interno una o più camere sovrapposte, coperte da una falsa volta. Le stanze sono di altezza variabile da 5 a 8 mt. e sono frequentemente provviste di nicchie e nicchioni. Nello spazio abitativo, si aprono spesso altri ambienti minori quali magazzini e silos. L’accesso è architravato ed è generalmente sullo stesso piano di calpestio del suolo. La porta di ingresso si apre preferenzialmente a mezzogiorno ed immette in un corridoio ai cui lati si dischiudono sovente delle nicchie, in alcuni casi destinate al soldato di guardia. Il disimpegno (adito) conduce, frontalmente, ad una camera rotonda e, lateralmente, (generalmente a sinistra) ad una scala elicoidale. Questa è ricavata all’interno della massa muraria, illuminata nel percorso ascendente da feritoie, ricavate nello spessore delle mura; conduceva al terrazzo o alla camera superiore. Intorno alla torre singola si svilupparono talvolta architetture più complesse come bastioni con torri aggiuntive e cinte murarie.
Le mura che lo compongono sono poderose e possono arrivare ad uno spessore di quattro o cinque metri, con un diametro esterno fino a 30/50 mt. alla base, diminuendo poi con l’aumentare dell’altezza, con inclinazione più accentuata nelle torri più antiche. L’altezza supera non di rado i 20 mt. Furono costruiti prevalentemente in posizione dominante, su un picco, ai bordi di un altopiano o all’imboccatura di una valle o in prossimità di approdi lungo le coste, ma frequentemente sorgono anche nel mezzo di pianure.
Fra i particolari costruttivi vanno menzionati le mensole e le “finestrelle di scarico”. Al bordo sommitale di alcune torri nuragiche sporgono dal perimetro murario delle mensole, le quali conferiscono alla struttura l’aspetto di un maniero medievale. La funzione di questi elementi architettonici è ancora oggi oggetto di dibattito fra gli studiosi.
All’ingresso di molti nuraghi è presente una piccola apertura sopra l’architrave, detta “finestrella di scarico”. Anche sulla funzione di questo elemento architettonico non c’è univocità di giudizio. Una parte di esperti ritiene irrealistico l’utilizzo della finestrella come accorgimento per alleggerire il peso dell’architrave essendo troppo stretta per apportare un effettivo beneficio statico alla costruzione. Inoltre, nelle costruzioni “ciclopiche”, ovvero con pietra non lavorata, i carichi non sono uniformemente distribuiti ma si trasmettono solo nei punti di contatto tra una pietra e l’altra rendendo difficile prevedere il carico effettivamente subito dall’architrave. L’ipotesi più accreditata, fra quelle contrarie alla funzione meramente architettonica della finestrella, è che questa apertura doveva servire a far passare luce e aria
Le dimensioni dei nuraghi variano soprattutto in base alla tipologia. Il diametro dei nuraghi a torre varia dai 10 ai 15 mt. e l’altezza dai 10 ai 22 mt. La torre nuragica più alta, quella del nuraghe Arrubiu, superava in origine i 27 mt. L’inclinazione della muratura varia tra i 10° e i 16°, con una tendenza evolutiva, seppur non strettamente progressiva, tra i nuraghi più antichi (come domu ‘e s’orku di Sarroch) e quelli più recenti (nuraghe Altoriu) a costruire con pendenze sempre meno accentuate.
Nei nuraghi ci sono spesso scale di vario tipo. Nei nuraghi a camera singola la sommità era probabilmente raggiungibile mediante scale in legno; nei nuraghi a thòlos le scale si trovano ora nella camera centrale, esterna alle mura, ora nel corridoio d’ingresso, all’interno delle mura. Il secondo tipo è solitamente presente nelle costruzioni più evolute, tuttavia alcuni studiosi ritengono che la distribuzione di queste scale sul territorio segua criteri geografici piuttosto che cronologici
In alcuni nuraghi sono presenti entrambe le varianti: in tal caso quella della camera viene denominata “scala sussidiaria”.
I nuraghi vennero riconosciuti come Patrimonio dell’Umanità, durante la ventunesima sessione del comitato del patrimonio mondiale dell’UNESCO, tenutasi a Napoli tra il 1º e il 6 dicembre 1997. A rappresentare il vasto patrimonio fu scelto Su Nuraxi di Barumini.
Negli ultimi 150 anni, a causa dell’editto delle chiudende, le pietre dei nuraghi divennero materiale da costruzione per i muretti a secco e per le massicciate stradali, subendo gravissimi danni.
La terra dei Nuraghi è stata la culla della cultura nuragica, una cultura neolitica dai lati ancora oscuri, emersa all’improvviso nel 1800 a.C. e misteriosamente scomparsa intorno al 200 d.C.
L’origine di questa cultura è ancora oggi oggetto di ricerca. La scienza non ha per il momento dato un’identità certa agli abitanti della Sardegna contemporanea all’Egitto dei faraoni del Nuovo Regno, alla Creta dei minossi e alla Grecia degli eroi omerici; non può dire se fossero indigeni o popolazioni venute da fuori. Ammette che la Sardegna essendo un’isola posta al centro del Mediterraneo fosse uno scalo importante per i navigatori dei molteplici Paesi che seguivano la rotta dei metalli. Non esclude d’altronde la possibilità che l’isola fosse un punto d’approdo per profughi provenienti sia da Levante che da Ponente. Naturalmente la scienza non prende neanche in considerazione l’esistenza dei “giganti”, Atlantidi o Pelasgi che siano.
Che la Sardegna era una terra conosciuta sia in Oriente che in Occidente se ne hanno le prove in varie zone, dell’isola e fuori. Per l’Occidente parlano i numerosi dolmen, menhir e cromlech sparsi per tutto il territorio; per l’Oriente, a Monte Accoddi, nel sassarese, è stata scoperta una piramide a terrazze molto simile ad una ziqqurat; a Luzzanas, su una roccia è stata rinvenuta un’incisione di 2.500 anni prima di Cristo che rappresenta un labirinto a sette anelli, tipico cretese (la più antica raffigurazione di questa struttura scoperta fino ad oggi); a El Ahwat, in Israele, le sabbie hanno restituito un complesso di nuraghi molto simili a quelli sardi.
Queste considerazioni portano la scienza a ritenere che i costruttori di nuraghi fossero a conoscenza dei costruttori dei complessi megalitici. Ma il motivo della cella con cupola è il prodotto di un’influenza giunta dall’Oriente, che trovò nell’isola, ventosa e rocciosa, nelle famiglie protosarde ordinate a piccole tribù combattive, l’incentivo maggiore per uno svolgimento così grande in numero e in ampiezza da costituire un esempio unico al mondo.
Per quanto riguarda la funzione dei nuraghi il dibattito tra storici e archeologi è, dopo secoli, ancora aperto. C’è chi li ritiene parti di fortilizi, chi semplici torri di avvistamento, chi tombe monumentali, chi residenze per “re” o “capi tribù”. Un’altra tesi è quella astronomica. Secondo alcuni studiosi i nuraghi sarebbero dei veri e propri osservatori fissi della volta celeste, il cui scopo era quello di stabilire la scansione temporale delle stagioni e avere dei riferimenti spaziali sulla terra.
Fra gli studiosi non c’è accordo neanche sull’origine e il significato del nome. Per alcuni è da mettere in relazione al tipo di costruzione, per altri allo splendore del sole, mentre per altri ancora all’ammasso di pietre, e da ultimo sarebbero da rapportare con l’eroe degli Iberi Norax o Norace.

I MEGALITI DELLA TUSCIA TOSCO-LAZIALE

Ferento, Viterbo
TOMBE A UOVO (IV/III millennio a.C.)

I “giganti” non stavano solo in Sardegna; “giganti” italici ce ne sono stati anche nel Lazio, la terra che ha ospitato la più potente città del mondo antico: Roma.
I “giganti” del Lazio hanno un’identità etnica. Seimila anni fa, diverse ondate di profughi sbarcarono sulle spiagge intorno all’Argentario; di qui risalirono il Fiora e si insediarono nell’Etruria rupestre: si tratta dei Rinaldoniani.
Nel 1903 Luigi Pernier (1874–1937), archeologo noto per aver esplorato il Palazzo di Festo e la Villa di Hàghia Triàda, nella piana di Messarà a Creta, scoprì una necropoli rupestre presso il podere di Rinaldone, vicini Ferento, nell’alto viterbese. Nella stessa località un altro archeologo, Francesco Nicosia, trovò numerosi scheletri di uomini che superavano i due metri di altezza. Nel 1902 nella campagna di Monteleone, nel comune di Spoleto, venne scoperto un importante sepolcro che conteneva una eccezionale biga laminata in oro oltre ai resti umani di un uomo e una donna. L’uomo misurava due metri e venti di altezza, la donna era di statura normale. Altri ritrovamenti fecero profilare sempre più chiaramente la concreta ipotesi che uomini dalla statura superiore alla media avevano dimorato accanto a uomini dalla statura normale in epoca megalitica, lasciando le loro tracce in epoca storica. Alla civiltà che fu la culla anche di questi uomini fuori misura fu dato il nome di civiltà di Rinaldone.
Non si sa di dove venissero i giganti di Rinaldone. Gli esperti, come al solito, sono in disaccordo. Alcuni dicono che provenivano dalla foce del Danau (Danubio), altri dicono che erano originari delle zone anatoliche che si affacciano sull’Egeo, altri ancora li trovano culturalmente legati agli ibero-celti-liguri del versante occidentale del Mediterraneo.

Poggio Rota, Pitigliano, Grosseto
RUOTA DEL TEMPO (III millennio a.C.)

Dei Rinaldoniani sono state rinvenuto poche tracce. Una di queste è la Ruota del tempo di Poggio Rota. Si tratta di un circolo di macigni bucherellati scoperto in cima ad un montarozzo, nella campagna di Pitigliano. Secondo alcuni ricercatori si tratta di un osservatorio astronomico, il più antico d’Italia. La data di edificazione si collocata fra il 2500 e il 2003 a.C.: in quest’epoca i Rinaldoniani si trovavano nel periodo di massimo sviluppo. A quanto pare è il solo osservatorio riconosciuto della zona. Un altro, sul quale esistono dei dubbi, si trova a pochi chilometri di distanza, a Poggio Buco.

Torrente La Nova, Pitigliano, Grosseto
GROTTA DELL’UTERO (IV/III millennio a.C.)

È molto probabile che la scarsità di reperti rinaldoniani sia da addebitare al fatto che molte delle loro creazioni fanno corpo unico con le creazioni della natura. Tipiche sono le grotte artificiali con la caratteristica volta a uovo. Nel ventre delle rocce tufacee che si ergono ai bordi del fosso de La Nova, sconosciuti “installatori” hanno scavato un antro, sul fondo del quale hanno ricavato una nicchia dalla strana forma di utero. Grotta dell’utero si chiama questa originale opera “Land”. Al suo interno sono stati raccolti parecchi cocci appartenuti ai Rinaldoniani, antichi abitatori della maremma tosco-laziale.
La civiltà del Rinaldone scomparve verso il 1800/1700 a.C. Ma può essersi anche integrata alle popolazioni che si insediarono sullo stesso territorio in seguito. Secondo alcuni studiosi la loro eredità fu raccolta e portata avanti in epoca ormai storica dagli Etruschi.

I MEGALITI IN PUGLIA, CALABRIA E VAL D’AOSTA

Bisceglie, Barletta-Andria-Trani
DOLMEN DELLA CHIANCA (III/II millennio a.C.)
Altezza della cella mt. 1,80 – dimensioni della cella mt. 2,00 x 1,60 – dimensioni del monolite di copertura mt. 3,85 x 2,40 – lunghezza del dromos mt. 7,50 – lunghezza totale mt. 10

Km 79,455 della Strada Statale 98 che conduce a Bitonto, Modugno, Bari
IL MONACO” (IV millennio a.C.)
Altezza mt. 3,70

Melendugno, Lecce
DOLMEN “GURGULANTE” (III/II millennio a.C.)
Altezza della cella cm. 75 – dimensioni del monolite di copertura cm. 205 x 148

Minervino di Lecce
DOLMEN “LI SCUSI” (III/II millennio a.C.)
Altezza della cella mt. 1

Melendugno, Lecce
DOLMEN “PLACA” (IV/III millennio a.C.)
Altezza della cella mt. 1 – dimensioni del monolite di copertura mt. 2,05 x 1,70

La Puglia è la seconda regione d’Italia per numero di monumenti megalitici: si è arrivati a contarne almeno settantadue. Se ne sarebbero potuti contare molti di più se non fosse accaduto un fenomeno alquanto singolare: molti reperti sono letteralmente spariti. I responsabili? Contadini, turisti, vandali. Degli scampati, diversi se ne trovano sul Gargano. Nelle Murge, tra Modugno e Bitonto, c’è “Il Monaco”, un gigantesco menhir alto 3,5 mt., issato da non si sa chi 4.000 anni prima di Cristo; nel Salento, a Melendugno, c’è il dolmenGurgulante; a Minervino di Lecce invece c’è il dolmenLi Scusi, il più grande di Puglia. Altri menhir si rinvengono a Muro Leccese e a Scorrano.
In Calabria i “giganti” sarebbero arrivati fra il IV e il V millennio avanti Cristo. Opera loro sono i megaliti di Nardodipace e le iscrizioni ivi trovate.

Saint Martin de Corleans, Val d’Aosta
CENTRO MEGALITICO (III millennio a.C.)

Di un certo rilievo sono le tracce lasciate dai “titani” a Saint Martin de Corleans e sul San Bernardino, in Val d’Aosta, le quali ci rimandano direttamente a esemplari del Nord Europa. Riguardo al periodo si parla del 2750/2400 a.C. circa, l’epoca del secondo circolo di Stonehenge.

MURA CICLOPICHE DI ALATRI

Alatri, Lazio
ACROPOLI, MURA CICLOPICHE (VI/II secolo a.C. circa)
Perimetro mt. 400

Alatri, Lazio
PIANTA E ALZATO DELLA ROCCA (VI/II secolo a.C. circa)

Alatri, Lazio
ACROPOLI, MURA CICLOPICHE
PORTA MAGGIORE (VI/II secolo a.C. circa)
Pietra calcarea, altezza mt. 4,5 – larghezza mt. 2,68

Alatri, Lazio
ACROPOLI, MURA CICLOPICHE
PORTA MINORE (VI/II secolo a.C. circa)
Pietra calcarea, altezza mt. 2,68 – larghezza mt. 1,16

Alatri, Lazio
ARCHITRAVE PORTA MAGGIORE (VI/II secolo a.C. circa)
Pietra calcarea, altezza mt. 1,3 – larghezza mt. 4 – profondità mt. 2

Alatri, Lazio
ARCHITRAVE PORTA MINORE (VI/II secolo a.C. circa)
Pietra calcarea, altezza mt. 1 – larghezza mt. 3,40 – profondità mt. 1,10

Cronologicamente le mura ciclopiche andrebbero trattate nella visita alla protostoria italica, tuttavia la loro affinità strutturale con le opere fatte di grandi pietre impone di trattarle fra l’architettura megalitica.
Il termine mura ciclopiche, spesso equiparato a quello di mura pelasgiche, viene ancora oggi largamente usato per indicare un tipo particolare di opere murarie ottenuto mediante l’utilizzo di massi di proporzioni ragguardevoli (dimensioni medie di mt. 2x2x0,90 di spessore). Il loro peso medio è dell’ordine di decine di tonnellate; sono variamente tagliati, spesso a mo’ di poligono irregolare (di qui il termine mura in poligonale); sono perfettamente incastrati gli uni agli altri, come in un puzzle, aggregati a secco, cioè tenuti insieme solo grazie al tipo di tessitura muraria, senza bisogno di ricorrere ad alcun genere di legante. Questi blocchi sono tanto massicci da suscitare in chi li guarda l’ipotesi che a metterli su non siano stati degli esseri umani, ma dei giganti.
Attribuite ora ai Pelasgi, ora ai Ciclopi, le mura megalitiche rappresentano ancora oggi un mistero per via del fatto che non si hanno certezze sulla loro funzione, sulla loro tecnica di messa in opera e trasporto dei blocchi, sulla datazione, né se ne sono individuati gli artefici. Le mura megalitiche sono presenti in tutto il mondo antico; le più note in Europa sono quelle di Atene, Micene e di Tirinto. In questa visita ci occupiamo delle mura ciclopiche di Alatri, le più complete d’Italia. Di quelle di Atene, Micene e Tirinto ce ne occuperemo quando faremo visita all’Antica Grecia.
Questa tipologia di mura contraddistingue la protostoria mediterranea; probabilmente sono dovute ad una cultura litica sorta nel Vicino Oriente, in cui élite di specialisti si tramandavano un complesso lavoro di scelta, rettificatura e messa in opera di grandi massi a secco, indipendente, ma in qualche misura legata a quella dei monumenti megalitici.
Il Lazio sud-orientale, e più precisamente la zona oggi chiamata Ciociaria (nome il cui uso documentato per indicare una regione fisica risale al XVII sec.), detiene un particolare primato: è il territorio che possiede la più alta concentrazione di mura ciclopiche al mondo.
Fra i tanti paesi ciociari che ne conservano poderosi residui, Alatri si distingue per avere la cinta muraria dell’acropoli completa e apprezzabile in tutta la sua formidabile prestanza “corporea”; si tratta del più completo ed eloquente esempio di mura megalitiche presenti nella virgiliana Saturnia Tellus. La portata e l’ottima conservazione del recinto murario suscitarono grande ammirazione nello scrittore tedesco Ferdinand Gregorovius (1821-1891), che lo poté ammirare pochi anni dopo il restauro, avvenuto nel 1843.
Alatri sorge su un’altura conica, dove la sommità, posta a quota 502 m s.l.m., è occupata dalla “civita” (acropoli), mentre la base, che si trova ad una quota compresa fra i 413 e i 485 mt., è occupata dall’antico nucleo urbano, l’attuale centro storico. Questo era racchiuso da un secondo circuito murario, lungo circa 2 km. e 600 mt. di cui oggi rimangono solo alcuni brani e 4 porte ad arco d’accesso alla città. Le mura della “civita” si svolgono lungo un perimetro di 400 mt., sono costituite da massi calcarei sovrapposti, di diverso taglio, polimorfi, trapezoidali e poligonali, tenuti insieme solo dal perfetto incastro ottenuto fra una pietra e l’altra, senza il bisogno di ricorrere alla malta. In planimetria disegnano un’area trapezoidale perfettamente orientata rispetto ai quattro punti cardinali. Superano nell’angolo sud-est, detto “pizzo pizzale”, i 16 mt. di altezza; i blocchi di fila hanno dimensioni davvero importanti: molti raggiungono i mt. 2,50 di base per mt. 1,60 di altezza; altri, dalle forme più quadrate, sviluppano mt. 1,75 di base per mt. 2,25 di altezza. Posto alla sommità del colle, all’interno della cinta muraria della civita, era impiantato un altare primordiale connesso ad un tempio tuscanico di età arcaica, lo stesso ricostruito nel giardino del Museo Nazionale di Valle Giulia a Roma.
Tipologicamente, le mura ciclopiche di Alatri, stando alla catalogazione del professor Giuseppe Lugli (1890–1967) corrisponderebbero alla terza maniera, ovvero quella che si distingue per via della forma del materiale litico, perfettamente tagliato e sagomato in fogge geometriche per lo più poligonali, levigato e incastrato come in un puzzle.
Ad assicurare l’accesso alla “civita” da nord c’è tutt’oggi una rampa e la porta Minore, mentre da sud si passa attraverso la porta Maggiore. La porta Maggiore apre su una galleria di tipo dolmenico lunga quasi 11 mt., percorsa da una scalinata, in parte rifatta nell’Ottocento; le fa da architrave un monolite, seguito da altri due monoliti dalle dimensioni di poco inferiori che vanno a costituire tutti insieme una poderosissima soffittatura del peso complessivo stimato di 27 tonnellate (più di 5 elefanti), seconda in Europa soltanto a quella della porta dei Leoni di Micene; probabilmente era chiusa da battenti o travi, come testimoniano i fori ancora presenti alla base del monolito. La porta Minore o porta dei Falli o anche grotta del Seminario, presenta dimensioni decisamente ridotte. Il nome porta dei Falli le deriva da tre falli scolpiti in bassorilievo sul fronte dell’architrave. La porta apre su una galleria, coperta da lastroni progressivamente aggettanti: un sistema che ricorda molto da vicino quello utilizzato nelle gallerie interne delle piramidi egizie; percorrerne la scalinata incorporata senza fermarsi era di buon augurio. Sul muro occidentale della cinta sono presenti tre grandi nicchie, detti “i santuari”, profonde circa 90 cm., la cui funzione rimane tuttora oscura. La nicchia centrale è chiusa da un architrave anch’essa dalle misure ragguardevoli: mt.1 di altezza x mt.3,50 di larghezza x mt.1,50 di profondità. Le due porte presentano un’importante proprietà matematica: la misura della base corrisponde alla misura ottenuta applicando la regola aurea ad un segmento di misura pari a quella dell’altezza.
Sulla data di costruzione delle mura megalitiche dell’acropoli di Alatri non c’è ancora unanimità di pareri. Dagli scavi effettuati alla metà degli anni Settanta del secolo scorso dall’allora funzionario della Sovrintendenza Archeologica del Lazio, dottoressa Anna Gallina Zevi, risulta che la cinta presenta due fasi, una più antica, risalente al periodo arcaico, fine VI secolo a.C. – V secolo a.C., rappresentata dai brani di mura interne portate allo scoperto, una più recente, che viene fatta risalire all’epoca ellenistica, fine III secolo, II secolo a.C., che corrisponde alla cinta imponente tutt’ora ben visibile. Agli Ernici va attribuita la paternità della più antica, ai romani quella della più recente. Una datazione contenuta fra il IV e il III secolo a.C., nonché una seconda interpretazione, ovvero come frutto della collaborazione di maestranze itineranti di origine greca, è stata avanzata dall’archeologo Filippo Coarelli, altri studiosi spostano la data di edificazione indietro, intorno all’anno 1000 a.C. Uno scienziato come Giulio Magli ritiene difficile: «…condividere l’opinione dell’archeologia ufficiale che vorrebbe la maggior parte delle mura megalitiche del Centro Italia opera dei costruttori romani. I Romani non lasciarono mai alcuna testimonianza scritta o figurata di aver costruito in opera poligonale». Da ciò gli sembra più ragionevole supporre: «…che le mura poligonali non facessero parte della loro forma mentis» concludendo: «…gli indizi puntano fortemente verso una pre-romanità dell’opera poligonale in Italia». La maggior parte degli studiosi è però concorde nel ritenere sbagliato attribuire la fondazione delle mura ai Pelasgi, errore dovuto all’abate francese Petit Radel (1756–1836), il quale fece coincidere la realizzazione di tutte le opere megalitiche nel Lazio con l’arrivo di questo popolo. Nel XVIII secolo scrive: «La fondazione di Alatri non può avere una data posteriore alla seconda colonia pelasgica risalente al 1539 a.C.». Una strada minoritaria è quella che collega la costruzione delle mura a maestranze elleniche ereditarie delle tecniche nate fra corporazioni di costruttori hittiti e hurriti.
Nessuna certezza grava anche sulla funzione della cinta muraria alatrense. Alcuni ricercatori mettono in dubbio la sua mansione difensiva optando per una destinazione archeo-astronomica. A sostegno di questa tesi vengono indicate come prove presunte connessioni astrali fra le mura e la volta celeste, come ad esempio quella che vorrebbe il perimetro della cinta muraria dell’acropoli ripercorrere quello disegnato nel cielo dalla costellazione dei Gemelli al solstizio d’estate.

SCULTURA MEGALITICA

Museo delle Statue Stele Lunigianesi, Pontremoli
STATUE STELE DELLA LUNIGIANA (3000/2000 a.C.)
Pietra arenaria, altezza cm. 50/160

La scultura megalitica è rappresentata, per quello che concerne la statuaria, dalle statue stele. Le statue stele sono menhir antropomorfizzati che costituiscono un patrimonio artistico comune a tutta l’Europa a partire dalla fine del IV millennio a.C. In Italia la collezione che vanta il maggior numero di reperti meglio conservati si trova in Lunigiana, nel Museo delle Statue Stele Lunigianesi di Pontremoli. Pressoché tutte le statue stele del museo provengono dalle regioni Toscana e Liguria e sono realizzate in pietra arenaria. I primi rinvenimenti risalgono al 1886; fino ad oggi ne sono state scoperte 59, fra stele integre e frammenti di varie dimensioni oscillanti tra i 50 e i 160 cm. In base alle proprietà tecnico-stilistiche le statue stele della Lunigiana vengono suddivise dagli esperti in tre gruppi. Il gruppo “A” è il più antico e riguarda sculture molto stilizzate, scarsamente articolate, poco particolareggiate e schematiche. Al gruppo “B” appartengono i manufatti più emblematici per via della conformazione della testa, forgiata a mo’ di semiluna o di “cappello da carabiniere”. Al gruppo “C” appartengono le sculture più recenti, che si distinguono per la lavorazione abbozzata ma tendente alla rappresentazione più realistica e attenta ai particolari. Tutte le stele raffigurano soggetti stilizzati di ambo i sessi.
Il significato e la funzione delle statue stele restano per gli archeologi in buona parte oscuro, poiché su di loro non si hanno ad oggi dati sufficenti. Tuttavia è possibile farsi un’idea attraverso il confronto con manufatti simili trovati in altre aree geografiche. Per le statue del gruppo “C” si può parlare di monumenti funerari dedicati a personaggi eminenti della comunità locale, capostipiti dei clan patriarcali. L’ipotesi è suffragata dalla presenza di un armamento aristocratico e dall’atteggiamento che esprime un senso di ostentata superiorità e di esaltazione dell’individuo. Il fenomeno delle statue stele è dovuto probabilmente all’usanza di segnalare, lungo gli itinerari dei viaggiatori nomadi, le vie principali di comunicazione e transito delle merci, nonché i più importanti luoghi delle comunità. Ciò spiegherebbe la dislocazione dei ritrovamenti sul territorio: vicino ai centri abitati, nei luoghi di sepoltura, ma anche in ambienti naturali come nelle valli, nelle pianure e lungo i fiumi. Secondo gli archeologi le statue stele potevano essere sia monumenti legati alla sfera sacra, dunque alle funzioni religiose, sia alla sfera profana, ovvero alle funzioni dedicatorie commemorative. Potevano rappresentare tanto divinità celesti, e in tal caso assumevano i caratteri del simbolismo astratto, quanto personaggi viventi o defunti eroicizzati, e in tal caso assumevano i caratteri del realismo stilizzato. In ogni caso dovevano raffigurare soggetti importanti per le comunità, posti a loro protezione. Ma le statue stele potrebbero anche impersonare divinità, spiriti o una particolare categoria sociale come quella di mercanti nomadi guerrieri che, grazie al loro valore, erano assurti a valenza ideale dell’intera società. In ultimo, le statue stele della Lunigiana potrebbero avere una funzione magico-rituale all’interno di un probabile culto lunare, molto radicato nelle antiche popolazioni della Lunigiana, le quali hanno dedicato il nome della località al satellite terrestre.

Museo Archeologico Nazionale, Cagliari
GIGANTI DI MONT’E PRAMA (820/750 a.C.)
Pietra calcarea, altezza mt. 1,85/2,00

Le statue colossali dette Giganti di Mont’e Prama si collocano cronologicamente nella proto-storia d’Italia. Mont’e Prama è un rilievo calcareo di forma vagamente ellittica alto un centinaio di metri che si erge al centro di una vasta area coltivata, situata a nord/ovest della penisola del Sinis, in Sardegna. Qui fra la spiaggia di Mari Ermi e lo stagno di Cabras, nei primi anni Settanta del Novecento, furono rinvenuti casualmente i resti di alcune sculture: si trattava dei primi ritrovamenti delle più spettacolari statue sarde, i Giganti di Mont’e Prama. Oggi, di queste sculture totalmente ricomposte, ce ne sono 27, di cui 18 in mostra al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari e 9 al Museo Civico Giovanni Marongiu di Cabras. il loro enigmatico volto è trapezoidale con ampia calotta cranica ovaleggiante, tipo manichino da disegno; il naso e le arcate oculari sono sagomati a “T”; la bocca è un segmento inciso, appena percettibile, parallelo alla linea del mento; gli occhi sono spropositatamente grandi e formano una corona circolare, tanto perfetta da indurre gli esperti a pensare che siano stati tracciati con un compasso; le orecchie sono forgiate ad ellisse tipo cuffie. Alcuni Giganti hanno il volto incorniciato da trecce ricadenti sulle spalle. I corpi, seppur frammentati, appaiono massicci e in portamento ieratico. L’altezza delle statue varia da mt. 1,85 a mt. 2,00, più 15 cm. di base. le figure sono scolpite in pietra calcarea proveniente dalle cave di Santa Caterina di Pittinuri, distanti 16 km. Nessuna delle statue è stata rinvenuta integra; probabilmente furono smembrate e sepolte volontariamente. Le prime segnalazioni del sito, secondo alcune fonti, risalgono al XVII secolo per opera di padre salvatore Vidal, frate cappuccino.
Ad oggi sono tre le principali ipotesi accreditate presso l’archeologia ufficiale in grado di rivelare l’identità delle statue. Secondo una prima ipotesi le sculture rappresentano defunti appartenuti ai gruppi più prestigiosi in forza al comparto militare (arcieri e guerrieri) e al comparto cerimoniale religioso (pugilatori). Un’altra interpretazione vede nelle statue la rappresentazione degli eroi mitici delle leggende nuragiche. Nella terza interpretazione i Giganti commemoravano un evento storico particolarmente significativo per la comunità nuragica locale. Due ipotesi rispondono al mistero della localizzazione delle statue. Una ritiene che occupassero un’area sacra, lontana dalla necropoli; l’altra sostiene invece che i “colossi” appartenessero all’area cimiteriale ed erano disposti in fila, lungo il percorso principale, se non addirittura direttamente sulle lastre che ricoprivano le tombe. È molto probabile che le statue facessero parte dell’heroon locale, cioè un complesso funerario monumentale dedicato al culto degli antenati eroicizzati con i quali si identificavano i valori della comunità. Tre sono le ipotesi che riguardano invece la distruzione delle statue: la prima fa risalire l’abbattimento al II secolo a.C., durante le lotte interne fra comunità locali di stessa cultura nuragica; la seconda attribuisce la responsabilità ai Fenici di Tarros, sul finire del VII secolo a.C.; la terza addebita la colpa ai Cartaginesi presenti sull’isola nella seconda metà del IV secolo a.C. Secondo gli archeologi i Giganti, insieme ad altre sculture rinvenute nello stesso sito, raffiguranti modelli di nuraghi e betili (pietre sacre), comunicavano un forte messaggio di appartenenza e di possesso territoriale relativo ad una classe sociale rispetto ad un’altra nell’ambito della stessa comunità, oppure di altre comunità locali. Non è certo se il complesso scultoreo di Mont’e Prama rispondesse a un preciso programma figurativo e ideologico, né se sia stato realizzato in un breve arco di tempo da un’unica squadra di artigiani. Secondo alcuni esperti le statue sarebbero da mettere in rapporto con i bronzetti votivi caratteristici della vasta produzione protostorica sarda. Ma contrariamente a questi, viene assegnata la paternità esecutiva dei Giganti a maestranze di origine orientale, rispondenti ad una domanda proveniente da una committenza rappresentata da esponenti in vista delle comunità locali o di famiglie emergenti legate alle tradizioni, ma aperte anche alle nuove realtà socio-politiche.


Bibliografia arte megalitica in Italia

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Giuseppe Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo a Roma e Lazio, capitolo 1 Opus Siliceum (Opera ciclopica e poligonale), Roma, 1957, pag. 51-165

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Piero Adorno, L’arte italiana – volume primo – tomo primo – Dalla preistoria all’arte paleocristiana, Casa editrice G. D’Anna, Nuova edizione 1992

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Paolo Melis, Considerazioni sulla funzione dei nuraghi, in «Sesuia», 15-16, 1994-95, Sassari, 1995

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Sergio Vacca, Angelo Aru, Paolo Baldaccini, Rapporti tra suoli e insediamenti nuragici nella regione del Marghine-Planargia (Sardegna centro-occidentale), in Il sistema uomo-ambiente tra passato e presente, a cura di Claude Albore Livadie e Franco Ortolani, Edipuglia, Bari, 1998

Paolo Melis, Civiltà Nuragica, Delfino editore, Sassari, 2003

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Giovanni Lilliu, I nuraghi. Torri preistoriche della Sardegna, archiviato il 23 settembre 2013 in Internet Archive., Edizioni Ilisso, Nuoro, 2005

Graziano Dore, Consuetudini costruttive dei nuraghes a thòlos. I mezzanini e le rampe secondarie, in Federico Halbherr, Atti del I convegno nazionale, a cura di Caterina Pisu e Antonio Giuffrida, Roma, 23-25 maggio 2006

Manlio Brigaglia, Attilio Mastino e Gian Giacomo Ortu, Storia della Sardegna. 1. Dalle origini al Settecento, Editori Laterza, Bari, 2006

Clarissa Belardelli, Micaela Angle, Francesco di Gennaro, Flavia Trucco, Regione Lazio – Assessorato Cultura, Spettacolo, Sport – Direzione Regionale Beni e Attività Culturali, Sport, Repertorio dei siti protostorici del Lazio – Province di Roma, Viterbo e Frosinone, Edizioni All’Insegna del Giglio s.a.s., 2007

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Alatri, l’Acropoli, con l’archeologo Luca Attenni in Ciociaria land of emotions

Giulio Magli, Il tempo dei Ciclopi. Civiltà megalitiche del Mediterraneo

Graziano Caputa, Il Sarcidano: Orroli, Nuraghe Arrubiu, Museo Nazionale Archeologico di Nuoro

La Riserva Naturale di Ceto, Cimbergo e Paspardo – guida ai percorsi di visita