ROMA SISTINA, TEATRO DELL’ARTE SEICENTESCA
LA PITTURA DI GENERE
IL SEICENTO A NAPOLI
CARAVAGGIO A NAPOLI
CARAVAGGESCHI NAPOLETANI
LA PITTURA DI GENERE A NAPOLI
INTERPRETAZIONE LIRICA DEL REALISMO CARAVAGGESCO
SALVATOR ROSA E IL PRELUDIO AL PITTORESCO
IL BAROCCO NAPOLETANO: UN CICLONE CHIAMATO LUCA
IL SEICENTO IN TOSCANA
Il SEICENTO A GENOVA
IL SEICENTO A VENEZIA
IL SEICENTO LOMBARDO


ROMA SISTINA, TEATRO DELL’ARTE SEICENTESCA

Roma, piazza del Popolo
Carlo Rainaldi
CHIESA DI SANTA MARIA IN MONTESANTO (1662-1675)
CHIESA DI SANTA MARIA DEI MIRACOLI (1675-1681)

Nel Seicento Roma è il principale laboratorio europeo della nuova cultura figurativa. Artisti provenienti da tutta la penisola e dal resto d’Europa convergono nella città dei papi perché lì si concentra il sistema più avanzato di committenza, di sperimentazione e di diffusione del linguaggio barocco. La capitale della cristianità non esercita soltanto un primato religioso: diventa il centro propulsore di una visione destinata a ridefinire il rapporto fra immagine, spazio e spettatore nell’Occidente cattolico.
La politica urbana promossa dai pontefici trasforma progressivamente la città in un immenso cantiere monumentale. Chiese, palazzi, cappelle, fontane, piazze e assi viari vengono ripensati come parti di una medesima macchina scenica. Alla grande decorazione architettonica si affianca un mercato sempre più ricco di dipinti da cavalletto, alimentato dalle collezioni aristocratiche e dalla nuova cultura del prestigio sociale. Roma non è soltanto il luogo della magnificenza religiosa: è anche il luogo in cui l’arte entra stabilmente nella competizione simbolica fra famiglie, ordini e poteri.
Nella prima metà del secolo dominano la scena Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini e Pietro da Cortona. Le loro opere definiscono uno dei poli fondamentali della cultura seicentesca: quello della visione spettacolare, della costruzione dinamica dello spazio, dell’immagine capace di travolgere emotivamente l’osservatore. Sul versante opposto continua invece ad agire il naturalismo nato dalla rivoluzione di Caravaggio, che impone una diversa idea di verità figurativa.
Per tutto il Seicento queste due tensioni non cessano di confrontarsi. Da una parte la volontà di trasformare il reale in evento teatrale; dall’altra l’esigenza di restituire l’esperienza concreta del mondo senza trasfigurarla in pura invenzione retorica. La contrapposizione non riguarda semplicemente il problema della somiglianza al vero. In gioco vi è soprattutto la funzione morale e culturale dell’immagine. Il naturalismo caravaggesco tende a sottrarre la rappresentazione all’enfasi idealizzante; il Barocco monumentale usa invece l’imitazione della natura per costruire un dispositivo persuasivo, capace di coinvolgere lo spettatore sul piano emotivo e spirituale. Parallelamente si consolida una terza linea, quella classicista, che attraverso Guido Reni, Domenichino e soprattutto Nicolas Poussin cerca una conciliazione fra ideale e osservazione del reale.
Anche il predominio berniniano incontra resistenze. Come era accaduto a Caravaggio alcuni decenni prima, il successo genera opposizione critica. In architettura si distinguono figure come Rainaldi e Carlo Fontana; in scultura Alessandro Algardi e François Duquesnoy. Non si tratta di una semplice reazione conservatrice. Il dissenso investe il problema stesso del linguaggio artistico: fino a che punto l’opera può dissolvere la misura classica nel movimento, nell’effetto e nell’invenzione scenografica?
La trasformazione della cosiddetta Roma sistina rende visibile questo confronto. L’asse principale della città moderna è via del Corso, l’antica via Lata, collegata alla tradizione delle corse dei cavalli berberi durante il Carnevale. Ai lati si aprono via del Babuino e via di Ripetta, che convergono in Piazza del Popolo, vero ingresso monumentale della città per chi giunge dalla via Flaminia.
La sistemazione della piazza prende avvio con l’innalzamento dell’obelisco Flaminio da parte di Domenico Fontana tra il 1587 e il 1589. Più tardi Bernini interviene sul prospetto interno della Porta del Popolo, ridefinendo il carattere celebrativo dell’accesso urbano. Nel quadro di questa organizzazione scenografica si inseriscono le due chiese gemelle: Santa Maria in Montesanto e Santa Maria dei Miracoli. La prima viene iniziata nel 1662; la seconda nel 1675. Pur concepite come un sistema unitario, non sono perfettamente identiche. La chiesa di Montesanto presenta infatti una pianta ellittica, adattata alla diversa conformazione dello spazio urbano, mentre quella dei Miracoli mantiene una pianta circolare. Il progetto è principalmente di Rainaldi, ma l’intervento di Bernini e il completamento affidato a Carlo Fontana testimoniano il carattere collettivo del grande cantiere romano.
Il riferimento al Pantheon è evidente sia nella concezione volumetrica sia nella funzione simbolica delle due architetture, pensate come propilei della città sacra. L’ingresso a Roma non deve soltanto ordinare il traffico urbano: deve impressionare il pellegrino e predisporlo a un’esperienza spirituale e politica insieme. La città barocca diventa così teatro dell’autorità ecclesiastica.
Rainaldi interpreta questa esigenza con un linguaggio controllato, elegante, meno incline alle torsioni virtuosistiche berniniane. La sua architettura accetta la teatralità del Barocco, ma cerca di disciplinarla entro una struttura ancora leggibile e stabile. Una posizione già emersa nella facciata di Sant’Andrea della Valle, dove il rapporto con il modello berniniano si manifesta insieme come adesione e come cauta presa di distanza.

Roma, via del Corso
Carlo Fontana
CHIESA DI SAN MARCELLO AL CORSO (1683)

Lavorare a Roma significa ormai confrontarsi con la città nel suo insieme. L’edificio non è più un organismo isolato, ma una parte attiva dello spazio urbano. Nel Barocco maturo l’architettura tende a modellare non soltanto i volumi costruiti, ma anche l’atmosfera che li circonda: luce, profondità, movimento, continuità percettiva.
La facciata di San Marcello al Corso mostra chiaramente questa nuova sensibilità. Carlo Fontana introduce una lieve concavità che permette all’edificio di dialogare con lo spazio della strada in modo più fluido e dinamico. L’adesione ai principi elaborati da Borromini è evidente, anche se mediata da un controllo più misurato e meno sperimentale. La superficie non si limita più a chiudere lo spazio: lo accoglie, lo piega e lo dirige.
L’effetto è monumentale senza essere aggressivo. Fontana mantiene infatti quella compostezza formale che distingue larga parte del Barocco romano tardo-seicentesco: una monumentalità capace di assorbire le innovazioni spaziali senza trasformarle in tensione estrema.

Roma, basilica di San Pietro
Alessandro Algardi
MONUMENTO FUNEBRE A LEONE XI (1634-1652)
Marmo

Roma, palazzo dei Conservatori
Alessandro Algardi
INNOCENZO X (1645-1649)
Bronzo, altezza cm. 240

Algardi appartiene alla stessa generazione del Bernini, ma rappresenta una diversa idea della scultura monumentale. Formatosi nell’ambiente dei Carracci e vicino alla cultura classicista di Reni e Domenichino, giunge a Roma nel 1625. La sua affermazione coincide soprattutto con il pontificato di Papa Innocenzo X, durante il temporaneo ridimensionamento della fortuna berniniana.
Il monumento funebre a Leone XI nella basilica di San Pietro riprende l’impianto elaborato da Bernini per il sepolcro di Urbano VIII: il pontefice seduto in posizione benedicente sopra il sarcofago, le allegorie ai lati, la costruzione piramidale dell’insieme. Ma proprio attraverso questa vicinanza emerge la distanza fra i due linguaggi.
In Algardi le figure mantengono una maggiore autonomia reciproca. Il movimento si fa più controllato, la composizione più stabile, la tensione drammatica più contenuta. Anche la scelta del marmo bianco uniforme elimina il contrasto cromatico e luministico presente nel monumento berniniano. L’effetto complessivo non punta alla fusione spettacolare delle parti, ma a una scansione più ordinata e razionale dei volumi.
Analoga impostazione si ritrova nella statua bronzea di Innocenzo X. Il pontefice è rappresentato nell’atto del saluto, ma senza l’espansione teatrale tipica delle figure berniniane. Lo spazio dell’opera rimane idealmente separato da quello dell’osservatore. La scultura conserva così una distanza che è insieme formale e concettuale: l’immagine non invade il reale, lo governa attraverso misura e autorità.

Roma, Galleria Doria Pamphili
François Duquesnoy
BACCO (1629 c.)
Marmo, altezza cm. 60

Duquesnoy arriva a Roma nel 1618. Fiammingo di nascita, sviluppa tuttavia un linguaggio profondamente legato al classicismo romano. La sua ricerca si muove lungo una linea diversa sia dal naturalismo caravaggesco sia dal dinamismo berniniano. L’antico non viene assunto come repertorio eroico da superare, ma come misura perduta da evocare.
Nel Bacco della Galleria Doria Pamphilj il riferimento dominante non è la monumentalità fidiaca, ma la grazia morbida della tradizione prassitelica. La figura appare attraversata da una malinconia composta, quasi dal sentimento di una bellezza irrimediabilmente distante. Il classicismo di Duquesnoy non coincide con l’equilibrio astratto, ma con la disciplina emotiva: una forma capace di trattenere il pathos senza cancellarlo.

Roma, palazzo Altieri
Carlo Maratta
TRIONFO DELLA CLEMENZA (1670-1676)
Decorazione della volta
Affresco

Nel campo della pittura il Barocco moderato trova i suoi principali interpreti in Andrea Sacchi e nel suo allievo Carlo Maratta. Quest’ultimo costruisce un linguaggio fondato sulla continuità con i grandi modelli del Cinquecento, in particolare Raffaello e Correggio.
La scelta classicista non nasce però da semplice imitazione archeologica. In una Roma dominata dagli eccessi illusionistici del Barocco monumentale, Maratta propone un equilibrio capace di garantire chiarezza, decoro e autorevolezza. Il classicismo diventa così non soltanto una posizione estetica, ma anche una strategia culturale compatibile con le esigenze della committenza ecclesiastica e aristocratica.
Nel Trionfo della Clemenza la scena resta contenuta entro i limiti della cornice architettonica. Lo spazio illusionistico non esplode verso l’osservatore come nelle grandi decorazioni cortonesche. La composizione mantiene una misura controllata che rivela la distanza da ogni spettacolarità eccessiva.

Roma, chiesa del Gesù
Il Baciccio
TRIONFO DEL NOME DI GESÙ (1676-1679)
Decorazione della volta
Affresco

Roma, chiesa di Sant’Ignazio
Andrea Pozzo
GLORIA DI SANT’IGNAZIO (1691-1694)
Decorazione della volta
Affresco

Nel secondo Seicento le diverse tendenze della pittura romana si radicalizzano ulteriormente. Da una parte la grande decorazione illusionistica porta alle estreme conseguenze la dissoluzione dello spazio architettonico; dall’altra continua a svilupparsi la pittura di genere, più raccolta e intimamente legata all’osservazione quotidiana.
Le decorazioni del Gesù e di Sant’Ignazio rappresentano uno dei punti culminanti della teatralità barocca. Le immense aperture prospettiche dei soffitti annullano virtualmente la superficie muraria e trasformano l’architettura in visione celeste. La pittura invade lo spazio reale, supera i limiti delle cornici e coinvolge direttamente lo spettatore in un’esperienza immersiva.
L’obiettivo non è soltanto estetico. La Compagnia di Gesù utilizza l’illusionismo come potente strumento di persuasione religiosa. La spettacolarità diventa linguaggio pedagogico e insieme affermazione del trionfo della Chiesa cattolica nella stagione della Controriforma.
Di fronte a questa espansione scenografica, l’atteggiamento di Maratta appare ancora più misurato. Nelle sue decorazioni l’immagine resta subordinata all’ordine compositivo, mentre nel Baciccio e in Andrea Pozzo la pittura tende ormai a dissolvere il confine fra realtà e rappresentazione. L’effetto finale è quello di un universo in movimento continuo, attraversato da luce, ascensioni e aperture infinite: una traduzione pittorica della stessa tensione spaziale che Bernini aveva portato nella scultura e nell’architettura.
All’estremo opposto continuano invece ad agire i seguaci di Pieter van Laer, detto il Bamboccio, come Viviano Codazzi, Michelangelo Cerquozzi, Jan Miel ed Eberhard Keil, noto come Monsù Bernardo. Nelle loro opere la realtà quotidiana, minuta e spesso marginale, si oppone alle grandi costruzioni celebrative del Barocco monumentale. Anche questa è una forma di verità del Seicento: non quella dell’eroe o della gloria celeste, ma quella della vita osservata nei suoi frammenti più concreti e terrestri.

LA PITTURA DI GENERE

Roma, Galleria Nazionale d’Arte Antica
Pieter Van Laer (detto il Bamboccio)
IL VENDITORE DI CIAMBELLE (1630 c.)
Olio su tela, altezza cm. 33 – larghezza cm. 42

Accanto alla grande pittura di storia, nella Roma dei primi decenni del Seicento si sviluppa progressivamente la cosiddetta pittura di genere. Si tratta di una produzione guardata con sospetto dalla cultura classicista e dagli ambienti più legati all’idealizzazione dell’arte, come dimostra l’ostilità di Guido Reni e di larga parte della critica accademica. Eppure proprio nella città dei papi queste opere iniziano a trovare un mercato sempre più vasto, soprattutto presso collezionisti aristocratici ed ecclesiastici, attratti da un tipo di rappresentazione più immediata, minuta e aderente alla vita quotidiana.
La pittura di genere comprende paesaggi, nature morte, scene di mercato, episodi popolari, battaglie, figure di mendicanti, bari e girovaghi. All’interno di questo ambito assumono un ruolo particolare le cosiddette bambocciate, dedicate alla vita ordinaria delle strade romane. Non grandi eventi storici né episodi eroici, ma frammenti di esistenza colti negli angoli della città: venditori ambulanti, artigiani, poveri, pellegrini, scene di festa e momenti marginali della quotidianità urbana.
Il nome deriva dal soprannome attribuito a Pieter van Laer, detto il Bamboccio per la corporatura irregolare. Intorno alla sua esperienza si forma un’intera corrente di artisti nordici e italiani attivi a Roma. Il loro interesse per il vero nasce anche dalla lezione caravaggesca, soprattutto dall’attenzione per i soggetti comuni e per la concretezza dell’esperienza vissuta. Tuttavia il rapporto con Caravaggio resta parziale.
Nelle bambocciate il quotidiano non assume quasi mai il valore drammatico e polemico che aveva nelle opere del Merisi. L’umile non viene elevato a luogo di verità spirituale o di conflitto morale. Piuttosto, la realtà popolare è osservata per il suo carattere pittoresco, curioso, talvolta persino teatrale. L’occhio dell’artista registra la varietà della vita urbana senza trasformarla in denuncia o in tragedia. In questo senso la pittura di genere rappresenta un altro modo di guardare il reale: meno eroico, meno ideologico, più frammentario e descrittivo.

IL SEICENTO A NAPOLI

Napoli, certosa di San Martino
Cosimo Fanzago
CHIOSTRO (1623-1631)

A Napoli il Barocco assume caratteri differenti rispetto a Roma. La città vicereale non possiede il peso monumentale della capitale pontificia né il rapporto diretto con la tradizione imperiale antica. La sua trasformazione urbana nasce soprattutto dalle esigenze di espansione di una metropoli in rapida crescita, attraversata da forti tensioni sociali ed economiche.
Un ruolo decisivo nella riorganizzazione della città viene svolto da Domenico Fontana, chiamato a Napoli alla fine del Cinquecento. Sul suo impianto urbanistico si sviluppa poi l’opera di Cosimo Fanzago, protagonista della stagione barocca napoletana. Architetto, scultore e decoratore, Fanzago introduce un linguaggio ricco di effetti plastici e luministici, spesso più libero e fantasioso rispetto alla misura romana.
La Certosa di San Martino rappresenta uno dei principali luoghi della sua attività. Qui l’architettura tende a dissolversi nel gioco delle superfici, nella vibrazione della luce e nella ricchezza decorativa. Il Barocco napoletano non ricerca soltanto monumentalità: cerca movimento, contrasto, intensità sensoriale. Una sensibilità che trova corrispondenza anche nella pittura contemporanea, soprattutto nelle esperienze legate al naturalismo caravaggesco.

CARAVAGGIO A NAPOLI

Napoli, palazzo del Pio Monte della Misericordia
Caravaggio
SETTE OPERE DI MISERICORDIA (1606-1607)
Olio su tela, altezza cm. 390 – larghezza cm. 260

L’arrivo di Caravaggio a Napoli nel 1606 segna una svolta decisiva nella cultura figurativa della città. Fuggito da Roma dopo l’uccisione di Ranuccio Tomassoni, il pittore approda nella capitale del viceregno spagnolo portando con sé una concezione dell’immagine radicalmente nuova. Le opere eseguite durante il soggiorno napoletano — in particolare le Sette opere di misericordia e la Flagellazione — introducono un naturalismo di intensità sconosciuta alla tradizione locale.
All’inizio del Seicento Napoli è una delle città più popolose d’Europa. Centro amministrativo, economico e militare del Mezzogiorno spagnolo, concentra un’enorme massa di popolazione proveniente dalle campagne. Nobiltà, clero, funzionari, mercanti, artigiani e plebe convivono in uno spazio urbano densissimo, segnato da profonde disuguaglianze sociali. La presenza capillare di chiese, conventi e confraternite rende inoltre la committenza religiosa il principale motore della produzione artistica.
Caravaggio trova quindi un ambiente ricettivo e un mercato vasto. La Chiesa napoletana, pur richiedendo il rispetto dell’iconografia sacra e della funzione devozionale delle immagini, accoglie la forza persuasiva del suo linguaggio. Nelle Sette opere di misericordia il tema tradizionale delle pratiche caritatevoli viene condensato in un’unica scena ambientata in un vicolo popolare. Lo spazio è stretto, affollato, percorso da lampi di luce che emergono dal buio della sera.
L’opera non idealizza la povertà né trasforma la devozione in cerimonia astratta. Caravaggio immerge l’episodio sacro nella materia viva della città contemporanea. Nobili, mendicanti, pellegrini e religiosi condividono lo stesso spazio fisico e morale. Il soprannaturale non annulla la realtà quotidiana, ma vi irrompe dall’interno, rendendola improvvisamente drammatica e presente. La novità non consiste soltanto nell’uso del chiaroscuro o nella scelta dei modelli popolari. A cambiare è il rapporto fra immagine e spettatore. La scena sembra accadere nello stesso spazio di chi guarda, senza distanza celebrativa. L’evento sacro diventa esperienza umana immediata, quasi un fatto osservato dal vivo. È qui che il naturalismo caravaggesco produce la sua frattura più profonda: non nella semplice imitazione del vero, ma nella distruzione della barriera che separava la rappresentazione dalla vita concreta.

CARAVAGGESCHI NAPOLETANI

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Battistello
SAN PIETRO LIBERATO DAL CARCERE (1615)
Dipinto in deposito presso il museo, proveniente dal palazzo del Pio Monte della Misericordia
Olio su tela, altezza cm. 310 – larghezza cm. 207

Il primo interprete napoletano della rivoluzione caravaggesca è Battistello Caracciolo. La sua adesione al naturalismo del Merisi è precoce e profonda, anche se mediata da una sensibilità diversa. Nel San Pietro liberato dal carcere la luce non agisce soltanto come strumento di rivelazione realistica: introduce nella scena un’atmosfera sospesa, quasi visionaria.
Il chiaroscuro perde parte della violenza drammatica tipica di Caravaggio e tende invece a organizzare le figure attraverso nette linee di separazione fra ombra e luce. Le forme appaiono più costruite, più disegnate. In questo passaggio si manifesta una differenza essenziale fra il maestro lombardo e gran parte dei suoi seguaci napoletani. Nel Merisi il naturalismo conserva una tensione polemica e destabilizzante; in Battistello quella stessa lezione viene progressivamente assorbita entro una struttura più conciliata.
La situazione culturale napoletana contribuisce a spiegare questa trasformazione. A Napoli manca infatti il conflitto diretto fra tradizione tardo-manierista e avanguardia naturalista che aveva caratterizzato Roma. Il caravaggismo si diffonde rapidamente, ma tende presto a perdere la propria carica eversiva per diventare linguaggio condiviso.
Anche Battistello, con il tempo, si allontana dagli esiti più radicali. Nelle opere degli anni Venti il riferimento al classicismo si fa più evidente. La Flagellazione di Capodimonte, ispirata a quella dipinta da Caravaggio per San Domenico Maggiore, sostituisce alla fisicità spontanea del Merisi una costruzione più eroica e controllata del corpo umano.
La progressiva integrazione dell’artista nelle istituzioni culturali e religiose della città segna simbolicamente questo processo. La lezione caravaggesca non viene abbandonata, ma disciplinata entro forme più compatibili con le esigenze della committenza ecclesiastica e accademica.

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Lo Spagnoletto
SILENO EBBRO (1626)
Olio su tela, altezza cm. 185 – larghezza cm. 229

A contrastare la progressiva normalizzazione del caravaggismo interviene l’opera di Jusepe de Ribera. Formatosi a Roma e trasferitosi stabilmente a Napoli nel 1616, Ribera sviluppa una delle interpretazioni più radicali del naturalismo seicentesco.
Nel suo linguaggio la luce caravaggesca serve soprattutto a rivelare la materialità brutale delle cose. I corpi non vengono idealizzati né corretti secondo criteri di armonia classica. Rughe, carne flaccida, deformità, vecchiaia e fatica diventano elementi centrali della rappresentazione. Il realismo dello Spagnoletto assume così un carattere apertamente anti-idealista.
Il Sileno ebbro costituisce uno degli esempi più significativi di questa poetica. Il soggetto deriva dalla tradizione mitologica antica, allora largamente studiata e collezionata, ma Ribera ne annulla ogni residuo di nobiltà eroica. Il corpo del sileno è pesante, molle, quasi degradato dalla materia stessa di cui è composto. Il mito non viene celebrato: viene ricondotto alla dimensione terrena e corporea dell’esistenza.
Anche quando dipinge filosofi, apostoli o santi, Ribera mantiene questa attenzione per la fisicità concreta e spesso dolorosa dell’uomo. La santità non cancella la carne, la espone. In questo senso il suo naturalismo continua realmente una parte essenziale della rivoluzione caravaggesca: la volontà di sottrarre l’immagine a ogni idealizzazione consolatoria.
Con la maturità, tuttavia, anche Ribera attenua progressivamente gli aspetti più aggressivi della propria ricerca. La sua pittura si apre a un maggiore equilibrio compositivo e a una più raffinata costruzione formale, segno di un progressivo riavvicinamento ai valori della grande tradizione classica.

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Massimo Stanzione
SANT’AGATA IN CARCERE (prima del 1633)
Olio su tela, altezza cm. 230 – larghezza cm. 185

Massimo Stanzione rappresenta un’altra possibile risposta alla rivoluzione di Caravaggio. La sua formazione, fortemente legata alla tradizione classicista e devozionale, rende impossibile un’adesione totale al naturalismo più drammatico del Merisi.
Nelle sue opere la realtà viene selezionata e ordinata secondo criteri di armonia. Le figure mantengono eleganza, misura, dignità formale. La luce non sconvolge la scena né la trasforma in evento traumatico: la rende leggibile, composta, rassicurante.
Stanzione assorbe il caravaggismo soprattutto come rinnovamento della verità visiva e dell’intensità emotiva, ma ne attenua gli aspetti più violenti e polemici. La sua pittura cerca un equilibrio fra osservazione naturale e ideale classico, fra immediatezza e decoro. È il segno di una trasformazione ormai compiuta: la frattura aperta da Caravaggio viene progressivamente ricondotta entro una nuova stabilità linguistica.

LA PITTURA DI GENERE A NAPOLI

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Aniello Falcone
BATTAGLIA (prima metà XVII sec.)
Olio su tela, altezza cm. 110 – larghezza cm. 126

Napoli, Museo di San Martino
Micco Spadaro
UCCISIONE DI DON GIUSEPPE CARAFA (1647)
Olio su tela, altezza cm. 29 – larghezza cm. 38

Spoleto, Galleria Paolo Sapori
Giuseppe Recco
NATURA MORTA CON PESCI (seconda metà del XVII secolo)
Olio su tela, altezza cm. 128 – larghezza cm. 179

Spoleto, Galleria Paolo Sapori
Giovan Battista Ruoppolo
FRUTTA E ORTAGGI CON PAESAGGIO (XVII secolo)
Olio su tela, altezza cm. 135 – larghezza cm. 155

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Maestro dell’Annuncio dei Pastori
L’ANNUNCIO (1625-1650)
Olio su tela, altezza cm. 184 – larghezza cm. 266

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Paolo Porpora
NATURA MORTA CON FUNGHI, RANE, LUCERTOLE E SERPENTI (XVII secolo)
Dipinto in deposito presso il museo, proveniente dalla collezione del Banco di Napoli
Olio su tela, altezza cm. 36 – larghezza cm. 64

L’eredità del caravaggismo napoletano si sviluppa lungo due direzioni sempre più distinte. Da una parte prende forma una linea lirica, più incline all’atmosfera e alla sospensione emotiva; dall’altra si consolida un orientamento veristico, interessato alla rappresentazione concreta e spesso brutale del reale. Le due tendenze derivano dalle opposte interpretazioni del naturalismo caravaggesco elaborate da Battistello Caracciolo e da Ribera: il primo tende a trasformare il dramma del Merisi in meditazione luminosa, il secondo ne accentua invece la fisicità e il carattere anti-idealista.
Alla linea lirica appartengono artisti come Massimo Stanzione e soprattutto Bernardo Cavallino. Sul versante veristico si collocano invece il Maestro dell’Annuncio ai Pastori e gran parte degli specialisti di nature morte, scene di battaglia e rappresentazioni popolari: Giuseppe Recco, Ruoppolo, Paolo Porpora, Aniello Falcone e Micco Spadaro.
Questa distinzione non deve però essere intesa come separazione rigida. Entrambe le tendenze nascono dalla stessa frattura aperta da Caravaggio: la discesa dell’immagine nel mondo concreto, quotidiano, contingente. Cambia piuttosto il modo di guardare quel mondo. Alcuni artisti ne cercano il lato poetico e meditativo; altri insistono sulla materia, sulla violenza, sull’evidenza fisica delle cose.
Nelle battaglie di Aniello Falcone il conflitto perde ogni carattere eroico tradizionale e si trasforma in vortice di corpi, cavalli, polvere e movimento. L’evento storico diventa esperienza immediata e convulsa. Micco Spadaro, soprattutto nelle scene legate alla rivolta di Masaniello e agli avvenimenti cittadini del 1647, introduce invece una cronaca visiva della vita napoletana contemporanea, dove la pittura assume quasi il valore di testimonianza civile.
Parallelamente la natura morta conquista a Napoli un’autonomia sempre maggiore. Nei dipinti di Giuseppe Recco e Giovan Battista Ruoppolo pesci, frutta, ortaggi e oggetti quotidiani non sono semplici esercizi decorativi. La materia viene osservata con attenzione minuziosa, quasi ossessiva. Colori, superfici, riflessi e decomposizioni naturali diventano protagonisti assoluti dell’immagine. In Paolo Porpora questa attenzione si spinge ancora oltre: funghi, rettili, rane e serpenti costruiscono un universo ambiguo e inquieto, dove il gusto per il dato naturale si intreccia con il senso della metamorfosi e della precarietà biologica.
Anche il Maestro dell’Annuncio ai Pastori partecipa a questo clima culturale. Nelle sue opere il naturalismo caravaggesco si libera di gran parte della costruzione idealizzante e immerge l’episodio sacro nella povertà concreta del mondo popolare. La scena religiosa perde monumentalità e si avvicina alla vita reale dei quartieri napoletani.

INTERPRETAZIONE LIRICA DEL REALISMO CARAVAGGESCO

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Bernardo Cavallino
SANTA CECILIA (1645)
Olio su tela, altezza cm. 62 – larghezza cm. 49

Con il progressivo diffondersi del caravaggismo si accentua anche la tendenza ad attenuarne la tensione morale e drammatica. In molti pittori il naturalismo perde la sua funzione di rottura e si trasforma in linguaggio poetico, più incline all’emozione lirica che al conflitto.
Bernardo Cavallino rappresenta uno degli esempi più raffinati di questa trasformazione. La sua pittura conserva l’attenzione caravaggesca per la verità luminosa e per la presenza concreta delle figure, ma sostituisce alla violenza psicologica del Merisi una sensibilità più musicale e introspettiva. Le immagini sembrano immerse in una dimensione sospesa, attraversata da malinconia e delicatezza.
Nella Santa Cecilia il dato naturale non viene negato, ma trasfigurato attraverso una costruzione poetica dell’immagine. La luce non irrompe drammaticamente nella scena: la accarezza, la dissolve in un’atmosfera morbida e raccolta. Il naturalismo si apre così al Barocco, ma senza abbandonarsi completamente alla spettacolarità scenografica. Rimane piuttosto una pittura dell’interiorità, dove il sentimento prevale sulla testimonianza immediata del reale.

SALVATOR ROSA E IL PRELUDIO AL PITTORESCO

Londra, National Gallery
Salvator Rosa
STREGHE E INCANTESIMI (1646)
Olio su tela, altezza cm. 72 – larghezza cm. 132

Salvator Rosa occupa una posizione anomala nel panorama del Seicento italiano. Nato a Napoli ma attivo soprattutto a Roma e Firenze, costruisce la propria immagine di artista indipendente e intellettuale insofferente alle convenzioni accademiche.
Pur dichiarandosi ostile tanto alla pittura di genere quanto agli eccessi della retorica barocca, la sua opera finisce spesso per muoversi proprio lungo quei territori. Rosa sviluppa infatti una pittura fondata sull’inquietudine, sull’irregolarità e sulla fascinazione per il mondo marginale e perturbante. Paesaggi tempestosi, rovine, briganti, streghe, filosofi e apparizioni fantastiche diventano strumenti di una visione anti-classica e anti-ordinata della realtà.
In Streghe e incantesimi il tema non è trattato come semplice episodio fantastico. La scena costruisce un universo dominato dall’ambiguità e dall’instabilità, dove il confine fra reale e immaginario tende continuamente a dissolversi. Il paesaggio non è più uno sfondo neutro, ma una presenza emotiva capace di condizionare l’intera percezione dell’immagine.
Con Salvator Rosa prende forma una sensibilità che anticipa la futura idea di pittoresco. La veduta non viene più organizzata secondo principi di armonia classica, ma nasce da un’impressione libera, irregolare, ricca di suggestioni atmosferiche e narrative. L’interesse si sposta dall’ordine alla sensazione, dalla misura all’esperienza emotiva del paesaggio. Per questo la sua pittura eserciterà una forte influenza sulla cultura del Settecento, soprattutto sulle riflessioni estetiche legate al pittoresco e al sublime.

IL BAROCCO NAPOLETANO: UN CICLONE CHIAMATO LUCA

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Luca Giordano
SAN FRANCESCO SAVERIO E SAN FRANCESCO BORGIA (seconda metà XVII sec.)
Olio su tela, altezza cm. 421 – larghezza cm. 315

All’estremo opposto del naturalismo severo di Ribera si colloca Luca Giordano. La sua formazione guarda apertamente a Giovanni Lanfranco e soprattutto a Pietro da Cortona. Con lui il Barocco napoletano abbandona gran parte delle ombre drammatiche del primo Seicento e si apre a una pittura più luminosa, rapida e spettacolare.
La peste del 1656 segna profondamente la città e coincide simbolicamente con questa trasformazione culturale. Dopo la catastrofe demografica e sociale emerge una nuova esigenza di magnificenza, movimento e vitalità. Giordano interpreta perfettamente questo clima.
La sua pittura non si concentra più sui conflitti ideologici che avevano animato la generazione caravaggesca. L’immagine tende piuttosto a diventare celebrazione del fare pittorico stesso. Tecnica, velocità esecutiva, capacità inventiva e brillantezza cromatica assumono un ruolo centrale. Non a caso il soprannome “Luca fa presto” allude alla straordinaria rapidità con cui l’artista riesce a tradurre qualsiasi soggetto in spettacolo visivo.
Questa velocità non è semplice abilità artigianale. Rivela una nuova concezione dell’arte, fondata sul virtuosismo e sulla continua metamorfosi dell’immagine. Con Giordano il Barocco napoletano perde gran parte della sua gravità drammatica e anticipa già il gusto luminoso e fluente del Settecento.

Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Mattia Preti
IL CONVITO DI ASSALONNE (1675-1680)
Olio su tela, altezza cm. 202 – larghezza cm. 294

Accanto a Luca Giordano, l’altro grande protagonista della ripresa artistica napoletana dopo la peste è Mattia Preti. Calabrese di origine, formatosi tra Roma, l’Emilia e Venezia, Preti sviluppa un linguaggio che assorbe suggestioni molteplici senza ridursi a semplice eclettismo.
Il rapporto con il caravaggismo rimane importante, ma non esclusivo. A influenzarlo profondamente sono soprattutto Lanfranco, Guercino e la grande tradizione veneziana di Tintoretto e Paolo Veronese. Da questi modelli deriva il gusto per le composizioni ampie, il colore vibrante e la costruzione teatrale dello spazio.
Quando giunge a Napoli è ormai un artista maturo. Il confronto con Luca Giordano lo spinge verso una pittura più luminosa e dinamica, ma la sua sensibilità resta profondamente seicentesca. Diversamente dal virtuosismo quasi improvvisato del rivale, Preti conserva una maggiore densità drammatica e culturale.
Nel Convito di Assalonne la scena mantiene una forte struttura narrativa e morale. Anche quando il colore si schiarisce e il movimento aumenta, l’immagine non si dissolve mai completamente nello spettacolo decorativo. La sua pittura continua infatti a cercare un equilibrio fra costruzione intellettuale e immediatezza visiva. In questo equilibrio si intravede già una delle possibili aperture verso la sensibilità del secolo successivo, ormai prossimo.

IL SEICENTO IN TOSCANA

Firenze, palazzo Pitti, galleria Palatina
Francesco Furini
ILA E LE NINFE (post 1630)
Olio su tela, altezza cm. 330 – larghezza cm. 261

Firenze, palazzo Pitti, sala degli Argenti
Francesco Montelatici detto Cecco Bravo
LORENZO IL MAGNIFICO ACCOGLIE LE MUSE E LORENZO ASSICURA LA PACE ALL’ITALIA (1638-1639)
Affresco

Nel Seicento i principali centri di elaborazione della nuova cultura figurativa sono Roma e Napoli. Firenze e la Toscana, dopo aver dominato per secoli la scena artistica italiana, assumono invece una posizione più marginale. Il Barocco vi penetra con difficoltà e non riesce mai a radicarsi completamente. Nemmeno la presenza di Pietro da Cortona a palazzo Pitti tra il 1637 e il 1640 produce una trasformazione profonda del gusto locale. Più favorevole sarà, decenni dopo, la ricezione di Luca Giordano, ma ormai alle soglie di un diverso clima culturale.
Anche il caravaggismo trova in Toscana un terreno poco incline ad accoglierne gli aspetti più radicali. La lunga tradizione del disegno, ereditata dal Rinascimento e dal Manierismo, continua a rappresentare il fondamento teorico dell’arte toscana. Questa centralità attribuita alla costruzione formale e intellettuale dell’immagine limita l’interesse verso le ricerche naturalistiche e luministiche sviluppate altrove. Ne deriva una cultura figurativa colta e raffinata, ma spesso ripiegata su sé stessa, incapace di incidere realmente sul nuovo corso dell’arte europea.
Gli artisti più aggiornati guardano soprattutto alla scuola bolognese dei Carracci. Domenico Passignano e Ludovico Cardi recepiscono alcuni elementi della riforma carraccesca, senza però oltrepassare del tutto il quadro del tardo Manierismo. Un’adesione più evidente alla cultura emiliana emerge negli affreschi di Giovanni da San Giovanni e di Cecco Bravo nella sala degli Argenti di palazzo Pitti, dove la tradizione decorativa fiorentina si apre a un linguaggio più mosso e narrativo.
Una diversa sensibilità si coglie invece nell’opera di Francesco Furini. In lui affiora una componente naturalistica e luministica che tradisce una conoscenza indiretta del caravaggismo, filtrata però attraverso una cultura ancora fortemente legata all’eleganza formale toscana. Nei suoi dipinti il corpo perde la compattezza plastica rinascimentale e tende a dissolversi in una materia morbida e sensuale. Il mito diventa così occasione per costruire immagini sospese fra spiritualità e seduzione, dove la realtà visibile viene trasfigurata in una dimensione ambigua e quasi onirica.
La difficoltà della Toscana nell’aderire pienamente al Barocco emerge anche in architettura e in scultura. Gherardo Silvani e Pietro Tacca mantengono una linea elegante e controllata, ma raramente arrivano alla tensione dinamica e spaziale delle grandi esperienze romane.
In questo panorama relativamente appartato si distingue la figura di Stefano della Bella. Attraverso le sue acqueforti introduce in Toscana il gusto per la pittura di genere e per l’osservazione minuta della realtà quotidiana. Le sue immagini, pur prive del colore pittorico, rappresentano una delle poche aperture verso una sensibilità più moderna e meno accademica.

Il SEICENTO A GENOVA

Genova
Galeazzo Alessi
VIA GARIBALDI

Genova
Bartolomeo Bianco
PALAZZO DELL’UNIVERSIT
À CORTILE E INTERNO (1634-1638)

Dopo il primo ventennio del Seicento molti caravaggeschi lasciano Roma e riportano nelle città d’origine il linguaggio del Merisi, adattandolo alle tradizioni locali. A Genova questa trasformazione avviene in un ambiente già naturalmente aperto agli scambi internazionali.
La repubblica ligure rappresenta infatti uno dei principali punti di contatto tra la cultura italiana e quella fiamminga. La sua ricchezza commerciale e finanziaria favorisce la formazione di una committenza cosmopolita, interessata tanto alla magnificenza architettonica quanto alle novità pittoriche provenienti dall’Europa settentrionale.
La modernizzazione urbanistica della città prende avvio già nel tardo Cinquecento grazie a Galeazzo Alessi, autore della Strada Nuova, poi via Garibaldi, una delle più importanti realizzazioni urbanistiche dell’Italia moderna. A lui si affianca nel Seicento Bartolomeo Bianco, cui si devono via Balbi e il monumentale palazzo dell’Università. In queste architetture la scenografia barocca si intreccia con l’ordine aristocratico della città mercantile.
Sul piano pittorico l’inizio del secolo è ancora dominato dall’eredità di Federico Barocci, ma presto la situazione cambia grazie all’arrivo delle novità caravaggesche e fiamminghe. A Genova transitano artisti come Orazio Gentileschi, Simon Vouet e Battistello Caracciolo. Tuttavia la figura che più profondamente segna la cultura figurativa genovese è Antoon van Dyck.
Van Dyck soggiorna a Genova tra il 1621 e il 1627 e diventa il ritrattista prediletto dell’aristocrazia cittadina. Nei suoi dipinti la nobiltà genovese trova l’immagine ideale della propria identità sociale: eleganza, ricchezza, distinzione psicologica. La sua presenza consolida il legame fra la cultura ligure e quella fiamminga, già alimentato da artisti come Frans Snyders e Cornelis de Wael.
Da questo ambiente italo-fiammingo nascono le esperienze di Bernardo Strozzi, il maggiore pittore genovese del secolo, e di Giovanni Benedetto Castiglione, che porta la pittura di genere verso una dimensione lirica e fantastica. Più direttamente legato al caravaggismo è invece Gioacchino Assereto, mentre nelle grandi decorazioni tardoseicentesche prevalgono ormai i modelli di Pietro da Cortona e dei quadraturisti emiliani, reinterpretati da artisti come Gregorio de Ferrari.

IL SEICENTO A VENEZIA

Firenze, palazzo Pitti, galleria Palatina
Domenico Fetti
LA DRACMA PERDUTA (1616-1617, ma secondo altri 1619-1620)
Olio su tavola, altezza cm. 75 – larghezza cm. 44

Venezia, chiesa di San Niccolò dei Tolentini
Johann Liss
VISIONE DI SAN GEROLAMO
Olio su tela, altezza cm. 225 – larghezza cm. 175

Per Venezia il Seicento rappresenta una fase di rallentamento, soprattutto in pittura. Il progressivo spostamento degli equilibri economici dal Mediterraneo orientale verso l’Atlantico indebolisce il ruolo politico della Serenissima e riduce anche la sua centralità culturale. La grande rinascita veneziana arriverà solo nel Settecento con Giambattista Piazzetta e Giambattista Tiepolo.
Nel pieno della crisi sono soprattutto artisti non veneziani a mantenere viva la tradizione locale. Domenico Fetti, formatosi nell’ambiente romano, recupera la sensibilità tonale veneta traducendola in una pittura più intima e narrativa. Johann Liss introduce invece una componente più inquieta e drammatica, dove il colore veneziano si combina con suggestioni nordiche e caravaggesche. Anche Bernardo Strozzi, proveniente da Genova, contribuisce a questo rinnovamento.
La conseguenza è una riscoperta della grande tradizione cinquecentesca veneziana. Si torna a guardare a Giorgione, Tiziano e Tintoretto, ma senza riproporne semplicemente i modelli. In alcuni casi, come in Giulio Carpioni, la cultura veneta si intreccia con il classicismo di Poussin. Fra gli interpreti più fedeli della tradizione tintorettesca emergono Francesco Maffei e Sebastiano Mazzoni.

Venezia
Baldassare Longhena
CHIESA DELLE SALUTE – ESTERNO, PIANTA E INTERNO (1631-1637)

Se in pittura Venezia attraversa una fase complessa, in architettura il Seicento produce invece uno dei suoi risultati più alti con Baldassare Longhena. Allievo di Vincenzo Scamozzi, Longhena rilegge la tradizione palladiana adattandola alla realtà urbana e ambientale della laguna.
La basilica della Salute nasce come voto pubblico dopo la peste del 1630-1631. La costruzione si protrarrà a lungo, ma il progetto rivela subito una concezione moderna dello spazio. L’edificio non deriva da uno schema astratto imposto dall’esterno: si organizza invece in rapporto alla funzione religiosa, alla posizione urbana e alla luce lagunare.
La pianta combina un grande vano ottagonale destinato ai fedeli con un presbiterio più raccolto e sviluppato longitudinalmente. All’esterno le grandi cupole emisferiche dialogano con il profilo della città e con la tradizione veneziana di San Marco, San Giorgio Maggiore e del Redentore. Il rapporto con l’ambiente è essenziale: le masse architettoniche sembrano alleggerirsi nella luce umida della laguna, perdendo parte della loro gravità muraria.
Le grandi volute disposte a raggiera rompono la rigida distinzione rinascimentale tra tamburo e cupola e trasformano l’edificio in un organismo dinamico, quasi pulsante. Anche l’interno vive di un continuo dialogo luminoso: la luce intensa dello spazio centrale si oppone alla penombra più raccolta delle aree liturgiche.
La critica ha spesso definito “pittoresca” l’architettura di Longhena. Non si tratta però del pittoresco teatrale e irregolare del pieno Barocco romano. In Longhena permane la tradizione veneziana della vibrazione luminosa e atmosferica. I suoi palazzi sul Canal Grande non dominano lo spazio con violenza scenografica; sembrano piuttosto emergere naturalmente dalla luce e dall’acqua della città.

IL SEICENTO LOMBARDO

Milano, duomo
Cerano
IL BEATO CARLO VISITA GLI APPESTATI (1602)
Tempera su tela, altezza mt. 4,75 – larghezza mt. 6

Milano, Pinacoteca di Brera
Morazzone
MARTIRIO DELLE SANTE RUFINA E SECONDA (prima del 1625)
Olio su tela, altezza cm. 192 – larghezza cm. 192

Il 1630 segna per la Lombardia un passaggio drammatico. L’epidemia che devasta Milano e che la memoria letteraria fisserà per sempre nelle pagine dei Promessi sposi travolge anche una parte decisiva della cultura figurativa lombarda. In pochi anni scompaiono o giungono al termine della loro parabola artisti come Daniele Crespi, il Cerano, il Morazzone, Giulio Cesare Procaccini e Tanzio da Varallo, protagonisti di una stagione intensa ma geograficamente circoscritta, che raramente supera i confini della Lombardia.
Nel primo Seicento l’area culturale lombarda comprende anche il Canton Ticino, parte dell’Emilia e territori veneti occidentali. In questo spazio sopravvive una sensibilità ancora profondamente segnata dalla tradizione tardomedievale e dalla cultura della Controriforma. Milano vive infatti una stagione di forte tensione religiosa legata all’eredità di Carlo Borromeo. La sua azione pastorale, rigorosa e militante, lascia un’impronta profonda sull’immaginario collettivo e sulla produzione artistica.
L’arte lombarda del Seicento nasce così da una frizione continua fra impulso spirituale e controllo disciplinare, fra partecipazione emotiva e sorveglianza dottrinale. Anche Federico Borromeo, pur sostenendo il rinnovamento culturale e la fondazione dell’Ambrosiana, tende a ricondurre l’esperienza religiosa entro un quadro più regolato e intellettuale. La conseguenza è una cultura figurativa sospesa fra slancio visionario e necessità di ordine morale.
La pittura religiosa lombarda trova nel Cerano e nel Morazzone i suoi interpreti più intensi. Entrambi si formano nella tradizione di Gaudenzio Ferrari, ma assimilano anche elementi della cultura romana e del linguaggio emotivo di Federico Barocci.
Nel Cerano il sentimento religioso assume spesso forme drammatiche e inquietanti. Le sue immagini insistono sugli aspetti più dolorosi dell’esperienza umana: malattia, sofferenza, miseria, morte. Tuttavia non vi è alcuna ricerca del pittoresco o del macabro fine a sé stesso. Il dato realistico viene inserito entro una costruzione altamente teatrale e spiritualizzata, dove la violenza del vero tende continuamente a trasformarsi in visione morale.
Nel Beato Carlo visita gli appestati il tema della carità cristiana non è tradotto in celebrazione retorica, ma in una rappresentazione severa e quasi ossessiva della sofferenza collettiva. La scena mantiene una forte tensione narrativa, ma ogni dettaglio sembra attraversato da un senso di inquietudine metafisica che distingue profondamente la pittura lombarda sia dal classicismo emiliano sia dal naturalismo caravaggesco.
Più direttamente emotivo appare invece il Morazzone. Le sue composizioni accentuano il coinvolgimento psicologico e il pathos devozionale. Nel Martirio delle sante Rufina e Seconda il dramma religioso si trasforma in una visione intensamente partecipata, dove il fervore spirituale sfiora talvolta un’autentica esaltazione mistica. Questa tensione emotiva troverà sviluppi analoghi anche nell’opera di Francesco del Cairo.
La Lombardia seicentesca resta dunque estranea tanto all’equilibrio classico bolognese quanto alla teatralità pienamente barocca romana. La sua pittura conserva una componente aspra e visionaria, nutrita di devozione, disciplina morale e inquietudine esistenziale.

Bergamo, Accademia di Carrara
Evaristo Baschenis
NATURA MORTA CON STRUMENTI A CORDA (metà XVII secolo c.)
Olio su tela, altezza cm. 75 – larghezza cm. 108

Dalla Lombardia prende avvio anche una diversa forma di realismo, più silenziosa e meditativa. L’interesse per il vero si libera qui da ogni enfasi retorica e conduce alcuni artisti a osservare gli oggetti quotidiani con la stessa intensità riservata tradizionalmente alla figura umana.
Evaristo Baschenis concentra quasi interamente la propria ricerca sugli strumenti musicali. Violini, liuti, mandole e spartiti vengono rappresentati con estrema precisione materiale, ma senza trasformarsi in semplici esercizi illusionistici. Gli oggetti sembrano sospesi in uno spazio immobile e silenzioso, sottratti all’uso pratico e consegnati a una dimensione contemplativa.
Nelle sue nature morte gli strumenti musicali assumono una presenza quasi umana. La loro immobilità allude implicitamente all’assenza del suono e dunque alla separazione fra corpo e vita. Le casse armoniche mute evocano organismi privati della voce che li animava. L’oggetto quotidiano diventa così luogo di riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla fragilità dell’esistenza.
La novità di Baschenis non consiste soltanto nella scelta del soggetto. A cambiare è il rapporto stesso tra osservatore e realtà rappresentata. L’oggetto non appare più distante e separato dal soggetto che guarda, ma partecipa di una comune condizione esistenziale. In questa identificazione silenziosa fra il mondo delle cose e la coscienza umana si intravede uno degli sviluppi più moderni del naturalismo seicentesco.