COSA RACCONTANO I BASSORILIEVI DELL’ARA PACIS
BASSORILIEVI DEL RECINTO ESTERNO
IL CONVENTUS
COSA RACCONTANO I BASSORILIEVI DELL’ARA PACIS
Roma
ARA PACIS AUGUSTÆ (13-9 a.C.)
Marmo, altezza mt. 3,68 – lato di base mt. 11,62 x 10,65
L’Ara Pacis Augustæ era in origine interamente rivestita da tre ordini di fregi continui, oggi conservati solo in parte e spesso in condizioni frammentarie. Tra questi, il meglio leggibile è il fregio interno del primo ordine della sponda nord, dove prende forma un articolato corteo sacrificale. La processione ha inizio sulla faccia esterna con la sfilata degli officianti – tra cui i victimarii, riconoscibili dal torso nudo e dal limus annodato ai fianchi – insieme agli animali destinati al sacrificio, e si conclude nella parte interna con le vestali, due apparitores e un lictor vestalium.
Sul lato opposto la conservazione è assai più lacunosa: restano pochi frammenti, tra cui due figure togate, un flamen e, probabilmente, il pontifex maximus con il capo velato. L’identificazione di quest’ultimo ha dato luogo a un’ipotesi significativa: potrebbe trattarsi dello stesso Augusto (63 a.C.-14 d.C.), che assunse la carica nel 12 a.C. dopo la morte di Marco Emilio Lepido. Il pontifex maximus era la suprema autorità religiosa romana, garante della correttezza dei rituali e supervisore dei culti pubblici più rilevanti. Se tale riconoscimento fosse corretto, si tratterebbe di una delle prime immagini in cui la massima carica religiosa tende a coincidere con il vertice politico dello Stato, segnando un passaggio decisivo nella costruzione simbolica del potere augusteo.
BASSORILIEVI DEL RECINTO ESTERNO DELL’ARA PACIS
Roma, Ara Pacis Augustæ
ENEA SACRIFICA AI PENATI (13-9 a.C.)
Marmo, altezza cm. 155 – larghezza cm. 237
I fregi del recinto esterno si organizzano secondo una struttura che distingue e al tempo stesso connette tre livelli dell’esistenza: quello naturale, espresso nei girali dell’ordine inferiore, dove il mondo vegetale e animale si dispiega secondo un ritmo continuo; quello umano, rappresentato nelle processioni delle pareti nord e sud; e quello mitico, affidato ai pannelli delle pareti est e ovest.
Sul prospetto occidentale sono raffigurati, a destra, il sacrificio di Enea e, a sinistra, il Lupercale; su quello orientale compaiono invece, a destra, la dea Roma e, a sinistra, la figura comunemente identificata come Tellus. La disposizione risponde a una logica precisa: i pannelli con Enea e con Romolo e Remo si offrivano allo sguardo di chi si trovava nel Campo Marzio, richiamando le origini troiane del popolo romano; quelli con la Tellus e la dea Roma si rivolgevano a chi percorreva la via Flaminia per entrare in città, evocando la potenza raggiunta e la condizione di pace.
Questa organizzazione consente anche una duplice lettura: osservati dalla via consolare, i rilievi suggeriscono le virtù guerriere di Roma, radicate nella discendenza da Marte; osservati dalla città, mettono in evidenza la dimensione ordinatrice e civile, ricondotta alla figura di Enea. Il programma figurativo costruisce così un sistema coerente in cui passato mitico e presente politico si riflettono reciprocamente.
Nel pannello occidentale destro, Enea è raffigurato mentre si accinge al sacrificio ai Penati. Indossa abiti sacerdotali ed è rappresentato come un uomo maturo. Nella mano sinistra tiene l’hasta, segno di autorità, mentre con la destra compie il gesto rituale della libagione, verosimilmente con una patera. Accanto a lui un giovane assistente reca un vassoio con offerte e una brocca; poco più indietro un victimario sospinge una scrofa verso l’altare. Dietro Enea compare una figura armata, talvolta identificata con Ascanio-Iulo, capostipite della gens Iulia, ma anche interpretata come Acate, compagno dell’eroe.
L’episodio è stato tradizionalmente collegato al racconto virgiliano della scrofa bianca, segno divino che preannuncia la fondazione di Lavinium. Tuttavia, la presenza di elementi architettonici non menzionati nell’Eneide ha portato a considerare anche la versione di Dionigi di Alicarnasso. In questa prospettiva, il rilievo non si limita a illustrare un episodio, ma stabilisce una continuità tra i Penati di Enea e quelli della Roma augustea: un legame che rende visibile la saldatura tra mito ed attualità.
Un’ulteriore interpretazione identifica l’officiante con Numa Pompilio, il re legislatore associato a un’epoca di pace. Anche questa lettura, pur non condivisa in modo unanime, si inserisce coerentemente nel sistema simbolico del monumento, rafforzando il rapporto tra fondazione religiosa e ordine politico.
Roma, Ara Pacis Augustæ
IL LUPERCALE (13-9 a.C.)
Marmo, altezza cm. 155 – larghezza cm. 237
Nel pannello occidentale sinistro è raffigurato l’altro momento fondativo della tradizione romana: la scena del Lupercale. A destra dovevano trovarsi i gemelli Romolo e Remo con la lupa, il ficus ruminalis e Faustolo; a sinistra compare Marte, di cui resta il frammento meglio conservato.
L’immagine restituisce una versione formalizzata e rituale delle origini, coerente con la politica religiosa augustea. La presenza di Faustolo richiama gli strati più arcaici della tradizione legata al Palatino, mentre Marte ribadisce la discendenza divina e guerriera della città. In questa costruzione, la genealogia troiana e quella marziale non si escludono, ma si integrano, offrendo una doppia legittimazione dell’identità romana.
Roma, Ara Pacis Augustæ
LA TELLUS (13-9 a.C.)
Marmo, altezza cm. 155 – larghezza cm. 237
Il pannello orientale sinistro presenta una delle immagini più dense dell’intero monumento. Una figura femminile seduta, circondata da vegetazione rigogliosa e animali, tiene in grembo due bambini; ai lati, due figure giovanili con mantelli gonfiati dal vento alludono ai cicli naturali.
L’identificazione della figura centrale resta oggetto di discussione. L’interpretazione più diffusa la riconosce nella Tellus, personificazione della terra feconda; altre letture la associano a Venere, madre di Enea, oppure alla Pax, intesa come principio generatore di prosperità. Non manca chi vi riconosce attributi riconducibili a Cerere.
Questa pluralità di interpretazioni non appare contraddittoria, ma riflette la natura stessa dell’immagine, costruita per concentrare significati diversi: fertilità, genealogia, ordine politico. Il risultato è una sintesi visiva dell’equilibrio tra natura e società, leggibile come allegoria dell’età dell’oro inaugurata dal principato.
Roma, Ara Pacis Augustæ
LA DÈA ROMA (13-9 a.C.)
Marmo, altezza cm. 155 – larghezza cm 237
Del pannello con la personificazione di Roma restano solo frammenti. La figura centrale doveva essere affiancata da personificazioni maschili, forse Honos e Virtus oppure i geni del popolo e del senato, in una composizione che ribadiva il fondamento politico della pace.
Il significato si chiarisce nel rapporto con il pannello contiguo: la prosperità non è separabile dalla forza che la garantisce. La pax romana emerge così come ordine costruito e mantenuto, in cui la dimensione militare e quella civile risultano strettamente intrecciate.
Roma, Ara Pacis Augustæ
IL CONVENTUS (13-9 a.C.)
Marmo, altezza cm. 155
Il fregio delle pareti nord e sud del secondo ordine esterno è interamente occupato dalla grande processione del cosiddetto Conventus, che segna il passaggio dal piano mitico a quello storico, senza tuttavia abbandonare la dimensione simbolica costruita nei pannelli precedenti. La scena è generalmente interpretata come la riunione delle più alte cariche religiose in occasione della dedicazione dell’altare, ma può alludere anche al ritorno di Augusto dalle province occidentali. In entrambi i casi, ciò che viene rappresentato è un evento trasfigurato, sottratto alla contingenza.
La presenza di figure già scomparse al momento della consacrazione, come Agrippa (63-12 a.C.), indica chiaramente questa volontà: non si tratta di cronaca, ma di costruzione di memoria. Il linguaggio classico adottato contribuisce a stabilizzare l’immagine, conferendole una qualità di permanenza.
Il corteo si sviluppa in due file parallele che avanzano verso l’ingresso dell’ara, concepite come un’unica processione continua. Sul lato sud aprono i littori, seguiti da pontefici, auguri e flamini, quindi dai familiari dell’imperatore; sul lato nord compaiono i septemviri, gli auguri e i quindecemviri, seguiti dal resto del gruppo dinastico.
Le figure sacerdotali sono riconoscibili per attributi e funzioni: i flamini, con galerus e apex, presiedevano ai culti delle principali divinità; i quindecemviri custodivano i libri sibillini; i septemviri organizzavano i banchetti rituali; gli auguri interpretavano i segni divini. Tra loro si distinguono i camilli, giovani assistenti che portano oggetti rituali, visibili con piccoli cofanetti.
Augusto compare sul lato sud tra i sacerdoti, in posizione che sottolinea la fusione tra autorità politica e funzione religiosa. Accanto a lui si riconosce Agrippa, con il capo velato, seguito dal piccolo Gaio Cesare (20 a.C. 4 d.C.), rivolto verso una figura femminile la cui identificazione oscilla tra Livia (58 a.C.-29 d.C.) e Giulia (39 a.C.-19 d.C.). Segue una figura generalmente attribuita a Tiberio (42 a.C.-27 d.C.), ma non senza dubbi legati all’abbigliamento e alla posizione.
Il gruppo successivo comprende Antonia minore (36 a.C.-37 d.C.), Druso (38-9 a.C.), raffigurato in abiti militari, e il piccolo Germanico (15 a.C.-19 d.C.). La presenza di Druso introduce un richiamo diretto alla dimensione militare, integrata nella rappresentazione rituale. Una tradizione popolare lo voleva figlio illegittimo di Augusto: un’ipotesi priva di fondamento, ma indicativa del clima simbolico che circondava la famiglia imperiale.
Sul lato nord si distingue Lucio Cesare (17-2 a.C.), colto in un gesto infantile che rompe la solennità della scena. L’identità dell’adulto a cui si rivolge resta incerta, così come quella della figura femminile retrostante, attribuita alternativamente a Livia o a Giulia. Seguono un adolescente, probabilmente legato ad Agrippa, e una figura identificata con Ottavia, inserita verosimilmente per riequilibrare il peso simbolico tra i due lati.
Nel gruppo compaiono anche Giulia minore (19 a.C.-28 d.C.) e un uomo che potrebbe essere Iullo Antonio (43-2 a.C.), seguito da Marcella maggiore (41 a.C.-?) e da un bambino identificato con Lucio Antonio (20 a.C.-34 d.C.), sebbene non manchino letture alternative che propongono Marco Apuleio.
Il corteo si chiude con una figura perduta, probabilmente appartenente alla stessa cerchia familiare. Nel suo insieme, il fregio restituisce una costruzione coerente in cui religione, politica e dinastia si fondono: non una semplice rappresentazione del reale, ma una sua organizzazione necessaria, che collega il presente a un’origine mitica e lo proietta in una continuità che aspira a essere eterna.